Inchiostro su carta immortalato
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
di R. Baroud

 

 

Ciò che vale la pena celebrare, 
da parte di coloro che non hanno
 acquisito alcuno di questi diritti,
 e' la speranza liberatrice, la 
visione e la nobile idea radicata
 negli immortali principi della 
dichiarazione, se anche essi 
sussistessero come "inchiostro
 su carta". 

Cinque anni fa, un interessante commento del Dipartimento della Pubblica Informazione delle Nazioni Unite celebrò i trionfi e rifletté sulle sfide ancora dinanzi alla "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani", decenni dopo la sua formazione. Esso dichiarava fieramente: "Dal 1948, la Dichiarazione Universale e' stata tradotta in oltre 200 lingue". L'impressionante numero di traduzioni deve far riflettere, alla luce della consapevolezza globalmente acquisita verso tali nobili principi, sullo stato in cui essi versavano nel periodo in cui la Dichiarazione fu firmata.

Le Nazioni Unite, un'organizzazione ancora giovane, aspirava a sollevare il mondo dal pantano in cui era caduto durante la Seconda Guerra Mondiale, "dal momento che il disprezzo e l'inosservanza dei diritti umani hanno avuto come risultato atti barbarici che hanno oltraggiato la coscienza dell'umanità". Si sperava che un futuro più luminoso aspettava la generazione post-guerra, un futuro protetto dal "riconoscimento dell'inerente dignità e dei diritti uguali ed inalienabili di tutti i membri della famiglia umana come fondamento di libertà, giustizia e pace nel mondo". Pochissimi hanno rilevato, però, che, mentre la Dichiarazione può aver rappresentato la fine di un incubo per alcuni, per altri essa fu, e resta, mero "inchiostro su carta", un'espressione usata principalmente dagli intellettuali del cosiddetto "Terzo Mondo" per riferirsi alle leggi ed alle dichiarazioni internazionali sistematicamente svilite.

Privata del suo contesto politico e della palpabile prospettiva di essere completamente circuita, la dichiarazione, nondimeno, delinea un futuro approvato da gran parte dell'umanità, e ancora più ardentemente da coloro che, in effetti, non erano "nati liberi ed eguali in dignità e diritti". Mentre le scuole in tutto il mondo possono alludere al valore di tale dichiarazione, gli scolari palestinesi, nati sotto occupazione militare, incarcerati entro campi profughi terribilmente poveri ed affollati e persino marchiati dalla loro identità di palestinesi, commemoreranno l'anniversario della Dichiarazione vagando per le strade dei Territori Occupati, stringendosi le mani, sventolando bandiere e trascinando uno striscione gigante con l'iscrizione dell'Articolo 3 della dichiarazione: "Ognuno ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza come persona".

Quei bambini che girano per le strade di Gaza non hanno esperienze di prima mano di ciò che significano in pratica questi risonanti diritti. Un rapporto recentemente reso pubblico dalla Commissione ONU sui Diritti Umani per il diritto al cibo, ha fornito le statistiche ed i numeri della triste realtà sopportata dai palestinesi e che si riflette in maniera tragica sui loro figli, il 22% dei quali (al di sotto dei 5 anni d'età) soffre di malnutrizione "acuta" o "cronica". Cosa ancora più tragica, il 9,3% di esso soffre di danni cerebrali irreversibili, risultato diretto dell'inedia causata dalla politica militare "israeliana" - le punizioni collettive (chiusure, coprifuoco, demolizioni di case e simili).

"Nessuno sarà tenuto in stato di schiavitù o servitù", recita l'articolo 4 della Dichiarazione. Tale articolo non serve molto ai 6.000 prigionieri palestinesi rinchiusi nei campi di concentramento "israeliani" (molti dei quali vittime di arresti arbitrari o prigionieri politici, inclusi 350 minorenni) fatta eccezione per il fatto che essa ratifica il loro essere "parte integrante della famiglia umana", come coscienziosamente viene riassunto nella dichiarazione. Ma l'articolo 6, "Ognuno ha il diritto di essere riconosciuto dovunque di fronte alla legge", resta per essi un imbarazzante impasse; a molti di questi prigionieri viene negato un processo, sia giusto che di altro tipo, mentre vengono implementate le "Regole di Landau" della Corte suprema israeliana, le quali autorizzano determinati tipi di tortura.

Nonostante ciò, nessun articolo della dichiarazione e'  pertinente al caso quanto l'articolo 5: "Nessuno sarà soggetto a tortura né a trattamenti o punizioni crudeli, disumane o degradanti". 
Esempi sulla mancata implementazione di quest'articolo sono troppo numerosi per poter essere citati. Le terribili storie in cui mi sono imbattuto mentre documentavo l'invasione israeliana a Jenin l'anno scorso rivivono ogni giorno in tutti i Territori Occupati. Ma se ciò che avvenne a Jenin era "propaganda palestinese", come qualcuno irrazionalmente ha concluso, cosa dire allora del testo recentemente pubblicato "Checkpoints: zona d'ombra", scritto dall'ex sergente dell'esercito israeliano Liaran Ron Furer?

I militari israeliani a Gaza si comportavano come "animali, criminali e ladri", ammette Furer; pratica comune per i soldati e' fare foto ricordo con le loro vittime palestinesi, incoscienti dopo essere state picchiate o ferite, crudo promemoria dell'infame fotografia delle sorridenti truppe israeliane in posa dietro il cadavere ancora coperto di sangue di un palestinese ucciso in Cisgiordania.

 "Ricordo come umiliavamo un ometto che passava tutti i giorni dal checkpoint con il suo carretto. Lo costringemmo a fare una fotografia insieme al cavallo, lo picchiammo e lo umiliammo per mezz'ora buona".

"L'esercito più morale del mondo", come suggerito da un generale dell'esercito israeliano, trovò opportuno urinare sulla testa di un ragazzo palestinese che, secondo il libro di Furer, aveva osato sorridere ad un soldato. L'apparentemente concisa e compatta dichiarazione universale incalza: "Nessuno sarà soggetto ad attacchi arbitrari al suo onore", dice un articolo; gli innumerevoli palestinesi costretti a denudarsi ai checkpoints e nei campi profughi razziati di tutti i territori occupati possono consolarsi solo con la precisa conoscenza di ciò che questa legge comporta. Nulla di più.

"Nessuno sarà arbitrariamente privato della sua proprietà", dichiara un altro. E sotto la sua ombra, milioni di palestinesi  resistono, senza casa e senza terra; migliaia di essi sono nuovamente confinati alle bianche tende fornite dalle Nazioni Unite. Mentre gli insediamenti ebraici illegali si espandono, la Palestina viene etnicamente pulita di migliaia dei suoi abitanti. Nessuna dichiarazione universale può avere il seppur minimo significato per essi: "inchiostro su carta", ancora una volta.

E' dunque insensato da parte di queste povere nazioni marciare con striscioni che inneggiano a diritti che essi non hanno mai ottenuto? Credo di no. Credo che importi poco chi ha scritto cosa e perché. E' lo spirito ed il sogno che vivono. Ciò che sopravvive e' "il riconoscimento dell'inerente dignità e dei diritti uguali ed inalienabili di tutti i membri della famiglia umana come fondamento di libertà, giustizia e pace nel mondo". Ciò che vale la pena celebrare, da parte di coloro che non hanno acquisito alcuno di questi diritti, e' la speranza liberatrice, la visione e la nobile idea radicata negli immortali principi della dichiarazione, se anche essi sussistessero come "inchiostro su carta".

 

traduzione a cura di www.arabcomint.com