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L'Oceano Indiano e' sempre servito come connessione culturale e commerciale tra l'Indonesia ed i paesi occidentali. Quindi l'Islam, propagato nella penisola arabica dal profeta Mohammed nel VII° secolo d.C, seguì le religioni hindu e buddista nell'arcipelago. Alla fine del XX° secolo, il 90% degli abitanti dell'Indonesia si considerava musulmano.
Come per ciò che concerne l'introduzione della
civiltà indiana, anche il processo di islamizzazione e' oscuro a causa della
mancanza di adeguate registrazioni storiche e prove archeologiche. L'arcipelago
non fu mai invaso da eserciti stranieri, né costretto a convertirsi con la
forza.
Nel corso dei secoli, i mercanti provenienti dal mare Arabico e dai porti
dell'Oceano Indiano, insieme a mistici e personaggi letterari, propagarono la
fede. Poiché il commercio era prevalente essenzialmente lungo le coste di
Sumatra, Java e dell'arcipelago orientale, e' evidente che l'Islam si propagò
più rapidamente in quei luoghi rispetto all'entroterra. Secondo lo storico M.C.
Ricklefs, molte leggende descrivono la conversione di governanti all'Islam nelle
regioni malesi della costa come un "grande punto di svolta" segnato da
miracoli, professioni di fede ed adozione di nomi arabi.
Senza dubbio, piccoli gruppi di musulmani viaggiarono e risedettero nell'arcipelago fin dall'inizio. Le registrazioni storiche della dinastia cinese Tang (618-907 d.C) raccontano di commercianti arabi che sostavano nei porti indonesiani lungo la strada per Guangzhou ed altri porti della Cina del sud. La conversione dei governanti e di un numero significativo di indigeni all'Islam, però, sembra non sia cominciata prima del Tredicesimo Secolo.
Alcune aree dell'arcipelago, tuttavia, resistettero alla diffusione della nuova fede, come le aree interne di Java e di Bali, dove i culti animisti ed induisti crearono una cultura distinta, conservatrice.
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