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Musulmani britannici: No
dell'Islam alla violenza, ma no anche all'Islamofobia generata
dai media scorretti
Una controversa lettera
inviata dal Consiglio Islamico in Gran Bretagna (MCB) a più
di 100 moschee ha diviso la comunità islamica nel paese, ed
alcuni leaders locali hanno asserito che essa genererà
maggiore islamofobia.
La lettera invita le congregazioni a riportare qualsiasi
sospetto alla polizia. "L'Islam vieta categoricamente la
violenza e l'assassinio di innocenti", essa dice.
"Invitiamo dunque tutti i credenti ad osservare la più
completa vigilanza nei confronti di elementi criminali che
possano infiltrarsi nella comunità e progettare attività
illecite". L'appello del MCB ai due milioni di musulmani
britannici sarà reiterato dagli imam, dai presidenti e dai
segretari delle moschee. Il Presidente della Islamic Human
Right Commission, tuttavia, ha criticato la lettera,
dichiarando che essa parte da presupposti sbagliati:
"Come musulmani, dobbiamo combattere gli stereotipi e le
ingiustizie, non adeguarci ad essi. Capisco che le intenzioni
del MCB sono giuste, ma questo tipo di azione e' reazionaria e
serve ad aumentare il clima di islamofobia che noi cerchiamo
di combattere".
Immediata la reazione di Iqbal Sacranie, direttore del MCB, il
quale ha dichiarato che le critiche "sono
insensate". "Come può questa lettera suscitare
islamofobia?", ha dichiarato Sacranie. "Dobbiamo
piuttosto affrontare la realtà che molti arresti stanno
avendo luogo all'interno della comunità. Anche se, per grazia
di Dio, la maggior parte viene rilasciata senza accuse, alcuni
elementi vengono condannati. Anche un solo colpevole musulmano
e' già troppo".
In effetti vi sono state due sole condanne di musulmani per
questioni di terrorismo dopo l'11 settembre, ma vi sono stati
oltre 500 arresti e un intensificarsi della politica del
"fermo e della perquisizione".
Per Abdel Bari Atwan, editore del quotidiano londinese
al-Quds, la decisione del MCB era prevista. "La comunità
islamica in Gran Bretagna sta affrontando momenti critici a
causa della campagna d'odio scatenata dai media dopo gli
attentati a Madrid", ha dichiarato ad al-Jazeera.
La controversia sulla lettera del MCB e' stata generata
dall'arresto di otto musulmani britannici, attualmente sotto
interrogatorio, trovati in possesso di una certa quantità di
nitrato d'ammonio, un fertilizzante.
Il dottor Sacranie ha tuttavia negato che l'invio della
lettera alle comunità islamiche in GB sia stato dettato dal
panico suscitato da alcuni titoli di giornale ("Sventato
un attacco islamico", Daily Telegraph).
"Quest'iniziativa e' invece parte di un piano d'azione da
noi già predisposto da tempo", ha dichiarato Sacranie.
"Sentiamo il dovere di fare qualcosa per la comunità ed
il paese. Parlare di "terrorismo islamico" e' una
contraddizione in termini, poiché l'Islam e' una religione di
umanità che condanna completamente e totalmente gli atti di
violenza e terrorismo. Nonostante ciò, noi siamo l'unica
comunità religiosa che viene connessa al terrorismo.
Sicuramente entro la nostra comunità vi possono essere
elementi che cercano di creare odio verso persone di altre
fedi. Noi diciamo ai giovani che condividiamo la loro
sofferenza verso le atrocità che avvengono in Palestina, ma
e' inaccettabile usare mezzi violenti in Gran Bretagna".
C'e' ancora spazio
per testimoniare
dialogo con Tarek Ramadan
Nella sua prospettiva,
qual e' la sfida più difficile che sta affrontando la da'wah
in occidente, nella situazione critica che i musulmani stanno
vivendo, e come si può superare questo ostacolo?
Penso che la sfida più
difficile sia quella di evitare un'attitudine difensiva e
presentare l'Islam come un messaggio universale con principi
universali. Ecco perché i musulmani dovrebbero conoscere di
più la loro religione: non per rispondere all'occidente, ma
per sapere chi sono. Se manca questo, essi saranno spinti solo
a compiacere chi li ascolta e non a presentare l'Islam per ciò
che esso e' realmente, i musulmani per ciò in cui essi
credono.
Come tutti sanno, la
discriminazione contro i musulmani e la violazione delle loro
libertà civili stanno raggiungendo l'apice. Alcuni musulmani
cominciano a pensare che non esiste alcuna possibilità di
vivere normalmente e cominciano a considerare l'ipotesi di
emigrare dai paesi nei quali, spesso, i loro figli sono
cresciuti e dove questi ultimi intendono rimanere. Dalla sua
esperienza, come ritiene debbano essere indirizzati questi
musulmani?
Sì, la situazione non e'
facile e ci sono discriminazioni e violazioni delle libertà
civili. Questo e' un fatto. Credo, comunque, che c'e' bisogno
di fare esattamente il contrario di ciò che si aspettano da
noi quelle persone che promuovono l'Islamofobia. E' tempo di
studiare la nostra religione, di conoscere meglio il nostro
ambiente in occidente (leggi, istituzioni sociali e politiche)
ed agire dentro le nostre società come cittadini ed al tempo
stesso come musulmani consapevoli. E' tempo di parlare, di
chiedere che vengano rispettati i nostri diritti, di agire
contro la discriminazione. Ciò andrebbe fatto non solo tra i
musulmani o con i musulmani, ma andrebbero creati nuovi ponti
con i nostri concittadini, di qualsiasi background religioso
essi siano. Ciò perché noi non siamo i soli ad essere
sconvolti e delusi dal modo in cui alcune autorità politiche
locali trattano i musulmani e gli arabi.
Molti musulmani ritengono
che, vivendo in occidente, sia difficoltoso instillare nei
loro figli la lealtà verso l'Umma musulmana, specie per
quello che concerne questioni spinose come la Palestina. Come
risolvere questo problema?
E' naturalmente difficile per
qualcuno che vive in occidente instillare nei suoi figli il
sentimento di vivida compassione verso i musulmani nel mondo.
Prima di tutto, dovremmo evitare di promuovere una lealtà
verso i musulmani basata solo sull'emotività. La chiave
d'accesso alla nostra lotta non e' sentirci emotivamente
connessi con la Ummah musulmana. Al contrario, dovremmo essere
spiritualmente collegati a questa ummah. La differenza e'
notevole. Il primo impatto emotivo ti spinge a pensare ai
musulmani solo perché lo sei a tua volta. Ma l'impatto
spirituale e' basato sul fatto che confidi in Dio e nei
principi di giustizia rivelati. Dio e' al-Adl, il Giusto, e
dice nel Corano: "Dio vi ordina la giustizia". E
questo e' ciò che dobbiamo insegnare ai nostri figli.
Dovunque tu sia, in qualunque società tu viva, non potrai
essere amato da Dio se non promuoverai la giustizia ed
aiuterai i popoli oppressi. Ecco perché vivere in occidente
può essere una trappola: perché se da questa società noi
prendiamo solo i soldi ed i comfort e dimentichiamo di usare
la nostra libertà per essere la voce di coloro che non hanno
voce, saremo perduti. Ed in ciò risiede il vero jihad.
Dovremmo sposare i nostri insegnamenti spirituali.
Cosa pensa del fatto che
in Francia la donna musulmana e' obbligata a non indossare il
velo a scuola o sulle carte d'identità? Qual e' la soluzione
al problema? Forse che esse debbano andarsene da quel paese?
Questo e' un problema reale,
per adesso e per il futuro. No, non bisogna lasciare il paese,
perché oggi, per milioni di musulmani, la Francia e' il loro
paese. Ecco perché essi, dall'interno, come cittadini,
dovrebbero cercare di aprire un dialogo con le autorità, in
modo da far comprendere che la loro religione dovrebbe essere
rispettata e che la Francia non e' in pericolo se ai musulmani
viene dato il permesso di praticare la loro religione. Sarà
un processo lungo, molto difficile; nel frattempo, le donne
musulmane dovrebbero cercare un modo di essere accettate a
livello locale con il velo o con qualcosa che copra loro la
testa. Alcune sorelle hanno trovato soluzioni temporanee e ciò
e' accettato, poiché affrontano la darurah (necessità). Ciò
non vuol dire che dobbiamo smettere di essere attivi per fare
in modo che l'Islam sia più compreso e rispettato in Francia.
Come far comprendere
l'Islam in occidente? Da dove partire? Come rispondere a
domande difficili o trabocchetto?
Innanzitutto non dobbiamo
cominciare con le domande difficili o trabocchetto. Non
dimentichiamo che stiamo affrontando qualcosa che si può
definire "guerra psicologica". Ogni due o tre mesi,
di ogni anno, ci viene chiesto di rispondere alle stesse
domande: sulla violenza, sulle donne, sul secolarismo, sulla
democrazia, ed ora, naturalmente, sul terrorismo, e dunque
siamo spinti a parlare di ciò che l'Islam non e'. Tocca a noi
cominciare a spiegare ciò che l'Islam e', e cominciare
ovviamente con i due aspetti principali degli insegnamenti
islamici: inclusività e universalità. Ciò vuol dire che,
quando siamo con Dio, cerchiamo di essere con lui in ogni
situazione della nostra vita e di essere coerenti con gli
insegnamenti spirituali. Inclusività vuol dire che prendiamo
da chiunque e dovunque ciò che e' buono, finché ciò non
contraddica i nostri principi. Significa esplicitamente che
dobbiamo comprendere che, se siamo una minoranza per ciò che
concerne il numero, siamo però parte della maggioranza per ciò
che concerne i valori. Dobbiamo scegliere l'argomento da cui
cominciare a parlare di Islam. Ed il primo argomento e' la
fede e la spiritualità.
Cosa significa esattamente
"fare dawa' " in occidente? Quali sono i suoi scopi?
Bisogna adattare la predicazione al contesto secolare
occidentale o no? Alcuni pensano che sia sufficiente uscire
dalle moschee e parlare direttamente con la gente, ma non
crede che la dawa' in occidente e' qualcosa di più complicato
che uscire all'esterno e dire alla gente che l'Islam e' buono?
Dobbiamo innanzitutto
metterci d'accordo sul concetto di dawa'. Esso non vuol dire
solo propagare il messaggio; il suo significato profondo e'
rendere testimonianza del messaggio di fronte all'umanità. Si
prenda il Corano e si leggano i vesi in cui si dice
esplicitamente come invitare la gente alla via di Dio. E'
detto "con saggezza", "con gentile
esortazione" e poi "parla con loro nella maniera
migliore".
La prima dimensione e' quella della saggezza, che e' un modo
di agire, di comportarsi, di essere. Dunque, la cosa migliore
da fare e' agire secondo i nostri principi. Ciò vuol dire
parlare di Dio senza parlare troppo, ma agendo a differenti
livelli nel modo in cui dovremmo agire con i nostri vicini ed
i colleghi, a livello sociale, e con le autorità politiche.
Questo e' il primo e principale campo di dawa', compresa come
testimonianza della verità.
Dopo, possiamo cominciare a parlare, e, naturalmente, parlare
agli occidentali significa conoscere prima il loro ambiente,
la loro cultura, la loro storia e la loro psicologia
collettiva. Non e' solo una questione di lingua, e' anche una
questione di emozioni e di psicologia.
La maggior parte dei
musulmani in occidente si considera ed agisce come parte di
una minoranza. La società li considera stranieri, anche se ci
sono intere generazioni nate in occidente. Come possiamo
propagare una cultura della cittadinanza, prima tra i
musulmani e poi nell'intera società occidentale?
Ha ragione, questo e'
sicuramente il nostro principale problema in occidente. Temo
che il fatto di parlare ed agire come minoranza non sia
un'attitudine temporanea. Se continuiamo a farlo, ci
auto-escludiamo dalla nostra società occidentale. E la
cittadinanza e' un concetto che non può coesistere con i
concetti di maggioranze e minoranze. Non c'e' una cittadinanza
minoritaria in occidente, ed i musulmani dovrebbero evitare di
essere considerati una comunità specifica e di sopportare poi
le critiche di essere una comunità specifica.
Dunque, e' nostro dovere promuovere la cultura della
cittadinanza integrata dai nostri insegnamenti religiosi. Ciò
significa promuovere un'etica di cittadinanza che sia basata
sulla giustizia, sull'uguaglianza, sulla competenza e sulla
responsabilità sociale e politica. Facciamo un passo in
avanti e diciamo chiaramente che il nostro compito non e'
l'integrazione, ma dare e contribuire. Facciamo in modo che la
gente che ci e' attorno ci senta come una ricchezza e non come
un problema per loro.
Può riassumere le
differenze principali tra l'attitudine europea ed americana
verso i musulmani? Crede che l'Europa sia attualmente più
vicina ai musulmani di quanto lo sia l'America?
Questa domanda e' doppia. Un
aspetto e' trattare con le società americana o europea.
Naturalmente vi sono delle differenze, perché queste società
sono differenti. In entrambe, però, il musulmano deve
occuparsi di educazione islamica, identità, lealtà,
secolarismo. Dunque possiamo dire che i musulmani occidentali
affrontano le stesse sfide ed hanno le stesse opportunità sia
in America che in Europa. Ora, se parliamo degli interessi
politici e geo-strategici, abbiamo realtà contraddittorie in
America ed in Europa, ed e' molto importante per i musulmani
europei prendere parte al dibattito politico in modo da
aiutare la politica europea a non seguire ciecamente la
politica americana o, per essere più precisi, la politica
dell'amministrazione Bush, specie per quello che concerne la
Palestina. In quel campo, i musulmani che vivono negli Stati
Uniti o in Europa dovranno trovare i rispettivi e specifici
modi per promuovere la giustizia.
Quando l'Islam giunse in
India, Cina, Iran, Spagna ed Asia sud-orientale, si fuse con
la cultura locale per creare un "islam indiano",
"cinese" etc. E' verosimile che ciò possa
accadere anche in Europa, considerato il gran numero di paesi
da cui i musulmani giungono e considerata anche la diversità
dei vari paesi europei. Ci sarà mai un "euroislam"?
Questa e' una domanda molto
importante, e su cui conviene essere precisi. C'e' un solo
Islam, sia per quello che riguarda i principi sia per quello
che riguarda i due campi di al-Aqida, o il credo, e di
al-Ibadaat, o la pratica religiosa. Ora, tra i nostri principi
vi e' quello secondo cui possiamo prendere dalle altre culture
ciò che non contraddice le nostre regole. Ciò vuol dire che
vi e' un solo Islam, ma molte culture islamiche. Non dovremmo
mai accettare, comunque, di diminuire il rispetto per i
principi islamici allo scopo di promuovere una cultura
islamica europea. Dovremmo invece avere entrambe: una cultura
islamica europea fondata sui principi islamici. Questo e' il
solo modo di andare avanti. E Dio sa di più.
I media occidentali,
specie americani, fanno un gran parlare dell' "Islam
wahabita", anche se alcune loro vedute sono discutibili.
Nessuna posizione invoca la violenza contro i civili.
Secondo lei, questa focalizzazione e' un tentativo di trovare
divergenze all'interno dell'Ummah in modo da favorire la
disunità per motivi strategici? Oppure tocca a noi
musulmani sfidare con serietà le posizioni ed i metodi di
alcuni nostri fratelli?
Questa e' un'opinione molto
importante, poiché noi musulmani stiamo accettando con molta
facilità il modo in cui la gente definisce alcune delle
tendenze dell'Islam contemporaneo. E' molto frequente, oggi,
sentire musulmani e non-musulmani parlare di "wahabismo"
senza sapere cosa esso sia. Dunque e' molto importante per noi
giungere ad una comprensione intrinseca delle differenze
esistenti tra le diverse tendenze in seno all'Islam.
La grande maggioranza dei salafiti non invoca la violenza, ma
una lettura testuale delle fonti. Possiamo essere in
disaccordo con essi per molti argomenti ma, finché non dicono
e fanno cose che siano contro gli insegnamenti islamici,
dobbiamo rispettarli. Insultare dei gruppi e dire di essi cose
non vere, anche solo per compiacere l'orecchio occidentale,
non e' giusto.
Dovremmo invece spiegare all'occidente cosa sta realmente
accadendo e non trarlo in inganno con dichiarazioni
superficiali circa le tendenze islamiche nel mondo. E, per
finire, dovremmo essere chiari nel condannare ciò che alcuni
musulmani dicono o fanno in nome dell'Islam. Quando
critichiamo alcuni musulmani, non critichiamo l'Islam. E' vero
l'opposto, fa parte della dignità dei musulmani dire che
alcuni tra noi non stanno rispettando gli insegnamenti
islamici.
Poiché noi viviamo in occidente, che io definisco Dar
ash-Shahada (dimora della testimonianza), e' nostra
responsabilità divulgare le giuste informazioni sull'Islam ed
i musulmani e fare auto-critica, non per vendere la nostra
religione ma per comportarci come ci e' stato raccomandato.

- Tariq
Ramadan insegna filosofia (in un liceo di Ginevra) e
islamologia (all’Università di Friburgo).
- Figlio
di Said Ramadan, pioniere dell’organizzazione islamica
in Europa e nipote di Hassan al Banna, il fondatore dei
Fratelli Musulmani, è l’ideale anello di congiunzione
tra la grande tradizione islamica araba e la nuova realtà
dell’Islam in Europa.
- Partecipa
come esperto ai lavori di alcune commissioni del
Parlamento Europeo ed è l’autore, tra l’altro, di
una storia della rinascita islamica durante gli ultimi
due secoli (Aux source du renouveau musulman).
- Il
suo Essere un musulmano europeo, di prossima
pubblicazione anche in Italia, è la prima organica
riflessione sulla condizione del musulmano in
Europa..
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