La marcia su Damasco: si
apre una nuova epoca
di RAMZY BAROUD
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Dopo molti tentativi, sempre cortesemente respinti per motivi di immagine dal suo empatico sponsor imperiale, Israele entra ufficialmente nella "guerra contro il terrorismo" made in USA. Lo stato che ha collezionato più violazioni alla legge internazionale di qualunque altro, che occupa ed opprime da mezzo secolo un popolo spodestato di profughi, sale sul treno in corsa lanciato dall'amministrazione Bush contro il mondo arabo. L'asse israelo-americano per il dominio del Medio Oriente e' ora dinanzi agli occhi di tutti. |
E' questo un modo mediante cui Ariel Sharon cerca di evitare le sue responsabilità per la sua fallita guerra contro il popolo palestinese? Il bombardamento e' un messaggio israeliano o americano? Cosa spera di ottenere Israele aprendo un'altra palude proprio mentre gli USA si dibattono disperatamente nella loro? La ragione
effettiva della imprudente decisione israeliana di mettere fine ad un
cessate il fuoco trentennale sul fronte israelo-siriano, nonostante
l'ostilità provocata dalla continuata occupazione israeliana dei
Territori palestinesi, di parti del Libano e delle Alture del Golan
siriane, non e', però, l'unico mistero. L'attacco ad Ain al-Sahib, presso
Damasco, mette a nudo un'altra politica epocale, quella degli Stati Uniti. Nessun altro paese delle Nazioni Unite, eccetto gli USA, ha considerato l'attacco alla Siria un diritto legittimo di Israele per "difendere i suoi cittadini", come Bush aveva avvisato precedentemente, e nessuno ha accettato la giustificazione israeliana secondo cui il bombardamento della Siria era un "deterrente". Neanche l'attentato di Haifa "può spingerci a sottovalutare l'estrema gravità dell'attacco perpetrato contro la Siria", ha dichiarato Inocencio Arias, ambasciatore spagnolo alle Nazioni Unite, una dichiarazione seguita da quello dell'ambasciatore britannico, Emyr Parry. L'attacco israeliano, ha detto Parry, rappresenta un'escalation del conflitto e mina il processo di pace. Ma la reiterata difesa da parte di Bush dei bulli israeliani - nonostante il fatto che la sua giustificazione "difensiva" si riferiva ad un esercito d'occupazione che da mesi insanguina le città palestinesi - e' solo la punta dell'iceberg, una introduzione all'inclusione formale di Israele nella "guerra al terrorismo", una alleanza che Israele sta cercando in tutti i modi di stringere e che gli USA, nonostante l'empatia, continuano ad evitare. Adesso non più. Il giorno dopo il bombardamento israeliano alla Siria, la Commissione per le Relazioni Internazionali della Camera USA ha votato a favore di sanzioni economiche e diplomatiche alla Siria. Israele ha ricevuto la notizia con grande piacere, e la predeterminata transazione e' ora completa. Tutto ciò non e' avvenuto per coincidenza. Scegliendo tale momento - in cui la violenta vessazione di Israele contro la Siria e' stata condannata internazionalmente - per violare la Siria nello stesso modo utilizzato per dieci anni contro l'Iraq, usando cioè le sanzioni come arma preliminare, l'amministrazione Bush ha lanciato la freccia iniziale al mondo arabo ed al resto del mondo. Le sanzioni alla Siria non provocheranno, almeno per adesso, l'affamamento di massa e le morti causate allo sfortunato popolo iracheno. Restano, però, il primo passo verso ciò che, ragionevolmente, culminerà in una guerra, a meno che non si realizzi prima la completa sottomissione della Siria ad Israele. Il pieno sostegno americano ad Israele e l'approvazione della legislazione anti-Siria alla Camera, dunque, sono stati un matrimonio formale tra due giustificazioni sinistre; ora, la guerra d'Israele per sopprimere la resistenza palestinese e' correlata, se non identica, alla guerra USA per sopprimere chiunque altro. "Le decisioni prese da Sharon per difendere il suo popolo sono valide. Noi avremmo fatto la stessa cosa", ha detto Bush. Per ciò che concerne Bush, Ain al-Sahib in Siria e Tora-Bora in Afghanistan sono due obiettivi legittimi nel nuovo campo di battaglia creato ad arte dai neo-conservatori Usa: il mondo musulmano, ostile, anti-democratico, intrinsecamente cattivo ed incivile. In una deposizione dinanzi alla Commissione delle Forze Armate del Senato, il 31 luglio 2002, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld dichiarò ad un'audience attenta ed affabile: "La guerra al terrorismo e' una campagna globale contro un avversario globale". Questa "campagna globale non finirà finché la rete del terrorismo non sarà stata sradicata, dovunque essa esista". Dopo un'altra guerra ed un'altra ondata di mendace campagna propagandistica, con l'aiuto della cricca filo-israeliana, anti-araba ed anti-isamica dell'amministrazione Bush, Israele e' infine riuscito ad utilizzare la stessa logica. "Israele non sarà limitata nella protezione dei suoi cittadini e colpirà i suoi nemici in ogni luogo e con ogni mezzo", ha dichiarato Sharon il 7 ottobre, un anno dopo che Rumsfeld aveva articolato, ancora una volta, la sua logica della "guerra totale". Bush ha descritto la decisione israeliana, praticamente mirante ad una regionalizzazione del conflitto, come una "campagna essenziale". Se ciò servisse a dare almeno una risposta alle tante domande che ci siamo posti in questi giorni, e' chiaro che Israele ha colpito la Siria non solo con la consueta "luce verde" da parte degli USA, ma con una decisione mutua, ben calcolata e tempestiva, con l'obiettivo di - a parte quello di deviare l'attenzione delle politiche fallimentari seguite da entrambi in Iraq e nella Palestina occupati - soggiogare un'altra nazione araba che rifiuta di diventare un'altra pedina nei progetti egemonici israelo-americani nell'area.
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traduzione
a cura di www.arabcomint.com
da
Palestine Chronicle