La marcia su Damasco: si apre una nuova epoca 
di RAMZY BAROUD

 

 

Dopo molti tentativi, sempre cortesemente respinti  per motivi di immagine  dal suo empatico sponsor imperiale, Israele entra ufficialmente nella "guerra contro il terrorismo" made in USA. Lo stato che ha collezionato più violazioni alla legge internazionale di qualunque altro, che occupa ed opprime da mezzo secolo un popolo spodestato di profughi, sale sul treno in corsa lanciato dall'amministrazione Bush contro il mondo arabo. L'asse israelo-americano per il dominio del Medio Oriente e' ora dinanzi agli occhi di tutti.

 

L'epocale bombardamento israeliano in Siria il 5 ottobre scorso ha reso praticamente irrilevante l'Accordo di Disimpegno segnato dai due paesi nel 1974. Bombardando il cosiddetto "campo di addestramento militare", come Israele ha definito il campo profughi presso Damasco, l'ultimo atto di antagonismo ha eccitato i già frenetici media mondiali, colpiti dall'attacco ad Ein al-Sahib tanto quanto la Siria.

Nondimeno, e nonostante l'inequivoca aggressività dell'attacco israeliano, che può essere considerato più o meno come una dichiarazione di guerra, l'intero episodio e' pieno di indecisioni. Israele sta cercando di ampliare le frontiere della sua guerra? 

E' questo un modo mediante cui Ariel Sharon cerca di evitare le sue responsabilità per la sua fallita guerra contro il popolo palestinese? Il bombardamento e' un messaggio israeliano o americano? Cosa spera di ottenere Israele aprendo un'altra palude proprio mentre gli USA si dibattono disperatamente nella loro? 

La ragione effettiva della imprudente decisione israeliana di mettere fine ad un cessate il fuoco trentennale sul fronte israelo-siriano, nonostante l'ostilità provocata dalla continuata occupazione israeliana dei Territori palestinesi, di parti del Libano e delle Alture del Golan siriane, non e', però, l'unico mistero. L'attacco ad Ain al-Sahib, presso Damasco, mette a nudo un'altra politica epocale, quella degli Stati Uniti.
Bush, che ha ordinato al suo ranger solitario alle Nazioni Unite, John Negroponte, di evitare che l'ONU condannasse l'atto israeliano, ha reagito in un modo che non lascia dubbi sul fatto che la sfrontata mossa di Sharon sia passata prima da Washington. Le parole di Bush non tradivano alcuna esitazione, al contrario appoggiavano in pieno l'agghiacciante provocazione di guerra: Israele "non deve sentirsi limitato" nelle sue azioni di auto-difesa, ha dichiarato Bush. Il 6 ottobre, il presidente degli USA ha telefonato a Sharon, ha riportato l'Associated Press, ed ha "detto chiaramente al primo ministro che Israele ha il diritto di difendersi, e non deve sentirsi limitato nel difendersi".
Per Bush, e per molti dei cosiddetti falchi della sua amministrazione, gli arabi ed i musulmani sono tutti gli stessi, geograficamente, culturalmente, religiosamente e politicamente. Il bombardamento  della Siria, quindi, non sembra una rappresaglia ingiustificabile per l'attentato kamikaze condotto ad Haifa da una giovane avvocatessa palestinese il giorno prima. In un mondo però in cui molti paesi, incluso la Siria ed escluso gli Stati Uniti ed Israele, fanno riferimento alla legge internazionale quando si confrontano con tali rozze violazioni della sovranità, l'arroganza di Bush, Sharon e dei loro seguaci e' ripugnante sotto tutti i punti di vista.

Nessun altro paese delle Nazioni Unite, eccetto gli USA, ha considerato l'attacco alla Siria un diritto legittimo di Israele per "difendere i suoi cittadini", come Bush aveva avvisato precedentemente, e nessuno ha accettato la giustificazione israeliana secondo cui il bombardamento della Siria era un "deterrente". Neanche l'attentato di Haifa "può spingerci a sottovalutare l'estrema gravità dell'attacco perpetrato contro la Siria", ha dichiarato Inocencio Arias, ambasciatore spagnolo alle Nazioni Unite, una dichiarazione seguita da quello dell'ambasciatore britannico, Emyr Parry. L'attacco israeliano, ha detto Parry, rappresenta un'escalation del conflitto e mina il processo di pace.

Ma la reiterata difesa da parte di Bush dei bulli israeliani - nonostante il fatto che la sua giustificazione "difensiva" si riferiva ad un esercito d'occupazione  che da mesi insanguina le città palestinesi - e' solo la punta dell'iceberg, una introduzione all'inclusione formale di Israele nella "guerra al terrorismo", una alleanza che Israele sta cercando in tutti i modi di stringere e che gli USA, nonostante l'empatia, continuano ad evitare. Adesso non più. Il giorno dopo il bombardamento israeliano alla Siria,  la Commissione per le Relazioni Internazionali della Camera USA ha votato a favore di sanzioni economiche e diplomatiche alla Siria. Israele ha ricevuto la notizia con grande piacere, e la predeterminata transazione e' ora completa.

Tutto ciò non e' avvenuto per coincidenza. Scegliendo tale momento - in cui la  violenta vessazione di Israele contro la Siria e' stata condannata internazionalmente - per violare la Siria nello stesso modo utilizzato per dieci anni contro l'Iraq, usando cioè le sanzioni come arma preliminare, l'amministrazione Bush ha lanciato la freccia iniziale al mondo arabo ed al resto del mondo. Le sanzioni alla Siria non provocheranno, almeno per adesso, l'affamamento di massa e le morti causate allo sfortunato popolo iracheno. Restano, però, il primo passo verso ciò che, ragionevolmente, culminerà in una guerra, a meno che non si realizzi prima la completa sottomissione della Siria ad Israele.

Il pieno sostegno americano ad Israele e l'approvazione della legislazione anti-Siria alla Camera, dunque, sono stati un matrimonio formale tra due giustificazioni sinistre; ora, la guerra d'Israele per sopprimere la resistenza palestinese e' correlata, se non identica, alla guerra USA per sopprimere chiunque altro. "Le decisioni prese da Sharon per difendere il suo popolo sono valide. Noi avremmo fatto la stessa cosa", ha detto Bush. Per ciò che concerne Bush, Ain al-Sahib in Siria e Tora-Bora in Afghanistan sono due obiettivi legittimi nel nuovo campo di battaglia creato ad arte dai neo-conservatori Usa: il mondo musulmano, ostile, anti-democratico, intrinsecamente cattivo ed incivile.

In una deposizione dinanzi alla Commissione delle Forze Armate del Senato, il 31 luglio 2002, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld dichiarò ad un'audience attenta ed affabile: "La guerra al terrorismo e' una campagna globale contro un avversario globale". Questa "campagna globale non finirà finché la rete del terrorismo non sarà stata sradicata, dovunque essa esista". Dopo un'altra guerra ed un'altra ondata di mendace campagna propagandistica, con l'aiuto della cricca filo-israeliana, anti-araba ed anti-isamica dell'amministrazione Bush, Israele e' infine riuscito ad utilizzare la stessa logica. "Israele non sarà limitata nella protezione dei suoi cittadini e colpirà i suoi nemici in ogni luogo e con ogni mezzo", ha dichiarato Sharon il 7 ottobre, un anno dopo che Rumsfeld aveva articolato, ancora una volta, la sua logica della "guerra totale". Bush ha descritto la decisione israeliana, praticamente mirante ad una regionalizzazione del conflitto, come una "campagna essenziale".

Se ciò servisse a dare almeno una risposta alle tante domande che ci siamo posti in questi giorni, e' chiaro che Israele ha colpito la Siria non solo con la consueta "luce verde" da parte degli USA, ma con una decisione mutua, ben calcolata e tempestiva, con l'obiettivo di - a parte quello di deviare l'attenzione delle politiche fallimentari seguite da entrambi in Iraq e nella Palestina occupati - soggiogare un'altra nazione araba che rifiuta di diventare un'altra pedina nei progetti egemonici israelo-americani nell'area.

E, per ovvie ragioni, la calamità suscitata dall'illegale aggressione all'Iraq e' destinata a ripetersi, se avrà luogo un'aggressione simile anche in Siria, stavolta con conseguenze ancora più avverse, considerato il cospicuo ruolo israeliano nella prevista catastrofe. E' vero, i regimi arabi si nasconderanno ancora una volta dietro i loro futili "summit di emergenza" a porte chiuse e la loro vuota retorica, e gli europei si opporranno prima, ammorbidiranno l'opposizione durante e chiederanno la loro parte quando si tratterà di dividere le spoglie. Ma, alla fine, sarà lo spirito della resistenza, che e' posseduto solo dalle masse arabe depredate, che trasformerà le "passeggiate", come i neo-conservatori definivano la guerra all'Iraq precedentemente all'invasione, in campi di battaglia aspri, dove gli invasori non potranno mai vincere, neanche dopo che i "combattimenti maggiori" siano dichiarati ufficialmente terminati.

traduzione a cura di www.arabcomint.com
da Palestine Chronicle