La politica degli omicidi e' una follia strategica
di Ramzy Baroud

 

 

 

L'assassinio di Rantissi da parte di Israele e' la continuazione di un errore costoso.
Oltre al fatto che la pratica degli assassini politici rappresenti una flagrante violazione della legge internazionale, l'uccisione dei leaders della resistenza e' anche una strategia militare controproducente.

Per comprenderlo, e' necessario dare una rapida occhiata a Gaza durante gli anni '70.

Dopo la sconfitta araba del 1967, i palestinesi cercarono strategie alternative di resistenza. Una di queste consisteva nel farsi carico del proprio destino, concentrandosi sulla resistenza popolare facente capo ai campi profughi in tutti i territori occupati.

La nuova tattica era creare una forma di resistenza centrata su militanti locali che erano il prodotto dell' esperienza palestinese di oppressione e sfida. 

Era l'epoca in cui i discorsi sul movimento di resistenza auto-sufficiente erano al loro picco.

Diversamente dalle rivolte popolari del passato, gli anni '70 furono testimoni di un aumento della resistenza armata, così forte e robusta da scuotere la ancora giovane occupazione israeliana.

Per una serie di motivi, Gaza fu il nucleo della resistenza. Una delle ragioni più ovvie e' l'estrema povertà ed affollamento della Striscia; un'altra e' la vicinanza con l'Egitto, che serve da sfondo ideologico, specie per i movimenti islamici.

La lotta armata degli anni '70 introdusse una nuova illustrazione alla realtà di Gaza, punteggiata di metafore e simbolismi: il profugo che, in lunghe file, era  in attesa di piccole razioni di cibo fornito dalle Nazioni Unite, e' ora armato e desideroso di battersi, spesso da solo, contro i blindati israeliani che razziano il suo campo. I palestinesi capirono che avrebbero dovuto difendere da soli i loro interessi e, nonostante l'incessante appello all'unità araba per fronteggiare Israele, continuano ad essere ancorati a tale determinazione. Israele, d'altra parte, voleva assicurarsi il pieno e completo controllo sulle nuove conquiste eliminando ogni influenza, seppure minima, di "disturbatori" e "terroristi".

Israele impiegò molti anni per vincere la sproporzionata guerra degli anni '70.  E ciò non perché la resistenza non fosse forte, anzi. Ma le fazioni palestinesi che gestivano l'esperienza della lotta armata a Gaza erano giovani, poco addestrate ed in possesso di risorse limitate. Questi gruppi erano in grado di offrire ben poco a profughi in così terribili condizioni di vita, a parte possibilità di reclutamento. Tale relazione era inoltre ostacolata dalla confusione ideologica infusa da alcune di queste fazioni.

La rapida e spietata repressione militare israeliana lasciò le infrastrutture locali di questi gruppi, se mai erano esistite, nel caos. Quasi tutti i membri della resistenza furono uccisi, imprigionati o deportati da Gaza in Egitto o da Israele in Giordania. Le storie dei combattenti giustiziati divennero comuni. L'esperimento della lotta armata all'interno dei territori occupati fu costretta ad una prematura ibernazione, costretta a dare la precedenza alla meglio preparata ed equipaggiata resistenza esterna. Ma l'invasione israeliana del Libano, nel 1982, e la dispersione delle varie fazioni dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) suscitò il ritorno dell'idea, e poi della realtà, della "resistenza di produzione locale".

Sebbene l'intifada palestinese del 1987 sia stata una rivolta popolare, originata dal rifiuto totale dell'occupazione e del suo incessante disegno coloniale da parte del popolo palestinese, ci furono appelli ripetuti sulla necessità di organizzare meglio la ribellione e di armarla. Hamas fu fondato esattamente 80 giorni dopo lo scoppio dell'Intifada.

Hamas utilizzò la struttura ideologica della Fratellanza Musulmana dell'Egitto per creare la propria, come molti giustamente sottolineano. Molti, tuttavia, non riescono a comprendere che ciò che permise ad Hamas di penetrare profondamente la società palestinese, ed a fiorire con una rapidità stupefacente, fu la consapevolezza che l sua esistenza era essenziale per la società palestinese (particolarmente a Gaza) affinché fosse evitato il collasso istituzionale completo.

Diversamente dalle milizie locali degli anni '70, Hamas era parte integrante della Striscia di Gaza; esso fu introdotto a Gaza anni prima che diventasse una forza militare e politica ad ampio spettro attraverso la sua vasta rete di attività umanitarie, cliniche, università e persino centri per day-hospital con medici volontari. Nel momento in cui vi era una mancanza totale di qualsiasi parvenza di governo municipale a Gaza, i movimenti islamici lo rimpiazzavano, fornendo tutto ciò che e' usualmente fornito da una leadership politica regionale.

E' una cosa del tutto naturale che, in una società altamente politicizzata, un movimento di dimensioni sociali e religiose sia coinvolto nella politica ed in tutto ciò che  la politica comporta in una terra occupata. I movimenti della resistenza palestinese modificarono radicalmente il loro approccio durante i tardi anni '80, stabilendo una lusinghiera crescita demografica tra la popolazione. Diversamente dagli anni '70, la tragedia dell'uccisione di un combattente della resistenza racchiudeva l'opportunità di averne altri dieci che si univano alla lotta.

Mentre, dunque, i gruppi della resistenza palestinese sembravano pienamente in grado di modificare il corso, il governo israeliano ricorse alla passata politica del pugno di ferro. Il risultato e' stato disastroso. 

Dall'eliminazione dei membri guida della resistenza, tutti definiti "menti del terrorismo" secondo un'antica giustificazione adatta per tutte le circostanze, sono sorti nuovi ed ugualmente efficaci leaders, in grado di lottare con fierezza e scaltrezza proprio come tutte le altre cosiddette "menti del terrorismo". 

Israele, tuttavia, continua ad utilizzare la sua mentalità della "lista di uomini da eliminare". Dall'inizio dell'intifada ad oggi, sono stati assassinati centinaia di attivisti, senza alcun risultato. E' tempo di riconoscere che la determinazione palestinese a vivere in libertà supera gli infiniti arsenali di armi israeliane.

Ramzy Baroud e' un giornalista palestinese-americano, che collabora al Palestine Chronicle di Seattle. Il suo libro, "Searchin Jenin",  e' la più dettagliata ricostruzione dell'invasione israeliana nel campo profughi di Jenin dell'aprile 2002.

traduzione a cura di www.arabcomint.com
da Palestine Chronicle