La verde pioggia di Yassouf
di Israel Shamir

 

 

 

Ottobre: la tradizionale raccolta delle olive diventa occasione per meditare sulla vita e le tradizioni del popolo palestinese, devastate dalla presenza di esercito e coloni sanguinari. Israel Shamir, con il consueto accento poetico, rievoca una giornata di ottobre a Yassouf, tra olive, contadini palestinesi, ospiti internazionali e la furia dei coloni d'occupazione.

Rassicurante, dolce e sensuale al tatto, raccogliere olive e' simile all'atto di sgranare un rosario. Gli uomini mediorientali indossano al polso un "mesbaha" con grani di legno o pietra, che fa loro ricordare delle preghiere e fa calmare i nervi logorati, ma le olive sono molto meglio: sono vive. Le olive sono tenere ma non fragili, come le ragazze contadine, e raccoglierle da' un senso di benessere: niente può andare storto. Le olive stesse si sporgono dai rami senza paura né rimorso, ti entrano dolcemente nel palmo e scivolano nella salvezza del lenzuolo che, a terra, le raccoglie.

E' tempo di raccolta, ed ogni albero sulle pendici a terrazza e' in attesa. Intere famiglie sono fuori, sotto gli alberi, e la scena e' degna di un dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio. Raccogliamo olive assieme alla famiglia di Hafez, cinque o sei di noi; da sotto i sottili rami, sgraniamo il rosario vivente della nostra signora, la dolce terra di Palestina. 

La piccola Rowan, di sette anni - capelli di grano maturo del Minnesota, labbra sorridenti ed occhi blu cielo, assolutamente inaspettati per uno straniero ma caratteristiche non insolite in questi luoghi - figlia del robusto e perspicace Hafez, si arrampica sulla cima e fa cadere le olive sulle nostre mani, teste e spalle, come una verde pioggia. Prima di passare al prossimo albero, solleviamo i lembi del lenzuolo e riempiamo le borse di un fiume di olive. Un puledro grigio chiaro pascola lì accanto, aspettando il suo turno: toccherà a lui portare le borse cariche al di là della valle, nel villaggio.

Raccogliamo le olive a Yassouf, un villaggio beatamente oscuro nelle highlands. Le sue case alte e spaziose, fatte di pietra tenera e dura, sono testimoni della sua antica prosperità, frutto di instancabile lavoro. Scale ampie portano ai tetti a terrazza, dove la gente si raccoglie nelle calde sere d'estate per godere della brezza del lontano Mediterraneo. Qui e' pieno di alberi di melograno, ed in una antichissima descrizione della Palestina, fatta da un contemporaneo di Guglielmo il Conquistatore, il villaggio di Yassouf e' menzionato per l'abbondanza dei melograni e per la saggezza del colto sheikh al-Yassoufi, che divenne celebre sino a Damasco.

E' un paradiso. Siamo arrivati ieri al villaggio, costruito sul crinale tra due valli. Sopra il villaggio, una collina conserva il vecchio santuario, la bema, uno dei luoghi in cui gli antenati di Hafez e Rowan furono testimoni della miracolosa comunione delle forze terrene e celestiali. Gli abitanti del villaggio ci vanno spesso, per cercare conforto spirituale, come facevano i loro padri: siamo in Terra Santa, e per la sua gente un miracolo di fede giornaliera si accompagna sempre alla quotidiana razione di lavoro. I re biblici cercarono di bandire questi luoghi e di monopolizzare la fede nel centralizzato tempio, facile per controllare la gente ed estorcerle le tasse, ma la gente comune preferì sempre i santuari locali. I contadini conservarono la struttura a due piani di fede locale ed universale. Sono religiosi ma non fanatici. Non indossano la veste islamica, le donne non coprono mai i loro bei volti. Questi due aspetti, locale ed universale, sono sopravvissuti per millenni e si sono mescolati. Il tempio e' divenuto la stupenda moschea Omayyade di al-Aqsa, e nella bema di Yassouf la gente ancora prega il suo Dio.

Questi sono alberi antichissimi e venerabili; sono testimoni di più di un giuramento ed hanno visto più di un segreto nella loro lunga vita. Una sorgente poco profonda che miracolosamente non secca mai, neppure nell'afoso luglio, si riempie nel piovoso inverno; vi e' una tomba venerata che probabilmente ha mutato nome molte volte nel corso dei millenni e che oggi si chiama Sheikh Abu Zarad. Ci sono persino le rovine della Yassouf antica, di circa quattromila anni fa: il villaggio, da allora, non e' mai stato disabitato. Nell'epoca d'oro della Bibbia, divenne di Giuseppe, il più forte tra le tribù d'Israele. Quando Gerusalemme cadde sotto il dominio degli ebrei, questa gente conservò l'identità giudaica e, in seguito, divenne cristiana. La cupola del santuario adesso chiama alla preghiera. A febbraio, la cima della collina diviene bianca a causa dei petali di mandorlo: ora  e' fresca e verde, e concede una superba visione delle colline circostanti.

Siamo arrivati troppo tardi per salire in cima, il sole tramonta presto in autunno. Invece, scendiamo alla cascata del villaggio, il suo cuore vibrante. L'acqua scende tranquillamente da una fenditura nella roccia, scorre in un tunnel coperto e spruzza all'aperto per dare vita ai giardini. Sediamo sotto gli  alberi  di fico, che sventolano le loro grandi foglie in un unico, incessante e grazioso movimento. Alla luce della luna, tra le foglie, gigantesche farfalle nere sbattono le ali: sono pipistrelli, gli abitatori delle grotte vicine, che emergono dal buio per bere l'acqua e banchettare coi frutti.

Di solito, una chiacchierata vicino alla cascata fluisce liberamente e gioiosamente come le sue acque. Non c'e' posto migliore per sedersi a chiacchierare con gli abitanti del villaggio del raccolto, dei bei tempi passati, dei bambini e dell'ultimo saggio di Edward Said pubblicato sul giornale locale. I contadini non sono zotici: alcuni di essi hanno viaggiato, da Bassora a San Francisco; altri hanno frequentato una facoltà della piccola università vicina. La loro educazione politica si e' completata in un carcere israeliano, uno stadio quasi inevitabile nella crescita di un giovane in questa nostra terra. L'ebraico che vi hanno imparato e' fluido ed idiomatico, e sono lieti di rispolverarlo con un israeliano amichevole.

Ma adesso i nostri ospiti sono malinconici, e la preoccupazione non lascia i loro occhi tristi. Anche a cena, mentre banchettiamo dinanzi a riso con  mandorle e yoghurt, sono immersi nei loro pensieri. Conosciamo la ragione: un nuovo terrore si e' annidato in cima alla collina e libra le sue ali palmate sul villaggio. L'esercito israeliano ha confiscato le terre di Yassouf per scopi militari, e  le ha poi trasferite ai coloni. Questi hanno costruito un mostruoso prefabbricato di cemento armato circondato da filo spinato, interrotto da torrette di guardia. L'insediamento non si e' accontentato delle terre rubate dieci anni fa ai contadini di Yassouf, ma si e' propagato nell'intera campagna, proiettando le sue metastasi nelle colline circostanti, fagocitando vigneti ed alberi d'olivo.

I contadini non osano andare più nei loro campi, poiché i coloni sono gente pericolosa, armata. Sparano agli abitanti del villaggio, talvolta li rapiscono e li torturano ed incendiano i loro campi. Il loro scopo e' quello di impedire l'accesso dei contadini ai campi per cinque anni: dopo di che, secondo un'antica legge ottomana trovata in antichi libri, il terreno non utilizzato passa allo stato. Allo stato ebraico, che lo regalerà ai coloni. Intanto, cercano di affamarne i proprietari.

Il  villaggio e' stato tagliato fuori dal mondo mediante trincee e mucchi di terreno alti sei piedi. Persino i sentieri non pavimentati, entro cui e' difficile far passare un veicolo a quattro ruote, sono stati interrotti dall'esercito. Il villaggio e' diventato un'isola. L'ambasciatore britannico a Tel Aviv ha detto recentemente che Israele ha trasformato la Palestina in un grande campo di prigionia. Si sbagliava: invece di un campo, ha creato il nuovo Arcipelago di Gulag della Palestina. Lo scrittore premio Nobel autore di Gulag, Alexander Solzhenitsyn, ha dichiarato che il Gulag russo originale fu progettato e gestito da ebrei; la sua dichiarazione fu polemicamente respinta dalle organizzazioni ebraiche. Ma non vi e' alcun dubbio su chi abbia progettato il Gulag palestinese. Le macchine non possono entrare né uscire dall'isola di Yassouf, ed i visitatori devono arrivarci a piedi. La città più vicina, Nablus, o Neapolis degli antichi, dista otto chilometri, ma per arrivarci ci vogliono quattro ore di macchina e di umilianti checkpoint. Ci sono voluti secoli per arrivare a Yassouf: abbiamo attraversato infiniti blocchi e checkpoints ed abbiamo dovuto lasciare l'auto a mezzo miglio dal villaggio, fermati da un insormontabile sbarramento.

Lungo la strada, devastazioni ovunque: gli olivi su entrambi i lati della strada sono bruciati e sradicati, come si trattasse dei peggiori nemici per gli ebrei. Ed in un certo senso lo sono: l'olivo e' il principale sostentatore ed intercessore dei palestinesi. Il loro pasto principale consiste di fogli di pane cotto al forno con olio d'oliva e timo, rallegrato da un grappolo d'uva. I loro re e sacerdoti del passato venivano unti con l'olio. I sacramenti della chiesa, prezioso dono della Palestina all'umanità, sono consacrati con olio: nel battesimo, i palestinesi vengono uniti prima della piena immersione, e la loro pelle conserva l'elasticità dell'olio d'oliva. L'olio e' usato per i riti matrimoniali e funebri, a simbolo dell'inseparabile legame del popolo con la sua terra. Il famoso esploratore dei rotoli di Qumran, John Allegro, si rovinò la reputazione scrivendo un libro eretico in cui Gesù veniva identificato con un fungo allucinogeno. Se osassi tanto, paragonerei l'Albero d'Olivo alla Madonna, suprema mediatrice della Palestina.

Finché ci saranno alberi d'olivo, i contadini di Palestina sono invincibili: ecco perché la furia dei loro nemici si scaglia contro questi alberi. Li tagliano ogni volta che possono. Negli ultimi anni, ne sono stati sradicati 18.000, antichi giganti o giovani virgulti. I coloni impediscono a contadini di fare il raccolto, fanno loro delle imboscate sulla via del ritorno e li derubano. Noi, amici internazionali ed israeliani della Palestina, siamo venuti, come i Sette Samurai del film di Kurosawa, per aiutare i contadini a raccogliere le loro olive e per proteggerli dai ladri.

Di tutte le cose buone che si possono fare sulla terra, aiutare i palestinesi e' la cosa migliore e più piacevole, con cui neanche un kibbutznik può competere. I giovani kibbutznik di solito sono noiosi, mentre gli anziani sono, beh, anziani. Nei kibbutz vi e' solo la compagnia di altri stranieri, oppure si e' da soli. I palestinesi sono così amichevoli, aperti, pronti a parlarti. Gli internazionali si crogiolano nella loro amabilità, vivono in villaggi incantati, vedono l'azzurro smaltato del cielo sul panorama incomparabile delle colline palestinesi e godono della favolosa ospitalità dei contadini. E se occasionalmente vengono sparati dai coloni o dall'esercito, e' solo un piccolo pegno da pagare per tutto questo, una cortesia aggiuntiva da parte dei militari israeliani. Ecco perché ci vogliono i samurai.

La gente che aiuta i palestinesi e' molto diversa dai volontari dei kibbutz. Sono più eterogenei, dallo studente 19enne di Uppsala alla casalinga di Brighton, dalla reverendo della Georgia all'insegnante di Boston, dal contadino francese al parlamentare italiano. Sono uniti dal senso di compassione, di giustizia naturale e, sì, di audacia. Lavorano all'ombra dei carrarmati israeliani, e proteggono olivi ed uomini con i loro corpi. La raccolta e' gioia, ma non per le anime timide. Dovevamo sperimentarne il lato cattivo senza ulteriori indugi.
Stavamo raccogliendo le olive, riempivamo le borse di oro verde, quando all'improvviso una jeep si ferma sulla strada sassosa con uno stridio, sollevando una nuvola di polvere; dietro vi era un veicolo più grosso, un blindato dell'esercito zeppo di militari. Un uomo saltò fuori dalla jeep, puntando il fucile M-16 verso la bambina in cima all'albero.
"Via di qua, arabi maledetti", strillò  con il suo accento di Brooklyn. Sollevò una pietra e la lanciò contro il gruppo di lavoratori. Un contadino venne ferito alla mano.
"Fai un altro passo e ti sparo", gridò quando Laurie cercò di parlargli. Era grosso, spettinato, feroce e faceva grossi sforzi per raggiungere il sufficiente grado d'isteria.
"Non toccate le olive!" urlò ai contadini.

Dalla curva apparvero tre uomini. Il loro aspetto era irreale. Dalle fronti rasate pendevano scatoline nere tenute da sottili strisce nere, cinturini neri si attorcigliavano intorno alle braccia nude. Gli ebrei indossano i filatteri per la preghiera del mattino ma, addosso a questi uomini, sembravano amuleti di una tribù sul piede di guerra. Indossavano pantaloni scuri e magliette scure, e da dietro sventolavano scialli bianchi a strisce nere. I loro fucili erano puntati contro di noi. Sembravano posseduti da uno strano demone, questi uomini dalla veste rituale ebraica e dalle idee tratte dal Libro di Giosué. Non mi stupii quando uno di essi tirò fuori una lunga lama ricurva. La scena mi fece ricordare di un film recente, "La macchina del tempo", con l'improvvisa apparizione dei feroci Morlocks che massacrarono il bucolico Eloi.

Essi spintonarono le donne e minacciarono gli uomini, con occhi che bruciavano di odio. I contadini arretrarono. Samurai disarmato, cercai di ragionare con gli assalitori.
"Fate raccogliere le olive dai loro proprietari" scongiurai. "Sono i loro alberi, la loro vita. Siate dei buoni vicini per essi".

"Fuori dai piedi, amico degli arabi", sibilò uno di essi. "Stai dalla parte dei nemici. Questa e' la nostra terra, la terra di tutti gli ebrei, i goyim non hanno nulla a che fare, qui".

In circostanze più pacifiche, avrei riso: questi psicopatici di New York desideravano cacciare i veri e legittimi discendenti dei pastori biblici dalla loro terra ancestrale. Non importa la sciocchezza colossale di coloro che rivendicano un diritto vecchio di 2000 anni in un paese in cui bastano appena cinque anni di assenza per annullare ogni diritto. Non importa che i loro antenati "ebrei" probabilmente provenivano dalle steppe dell'Eurasia e non avevano mai visto la Palestina. Non importa il fatto che persino gli antichi ebrei non abbiano mai vissuto né visitato la "terra d'Israele", quella striscia di terra tra Bethel, Carmel e Jezreel. Ben presto i lavoratori rumeni di Bucarest immigrati in Italia potranno espellere la gente di Firenze, dichiarando di essere i diretti discendenti dell'antica Roma. I loro fucili non erano caricati con risate.
"Perché bruciate gli olivi, sono anch'essi vostri nemici?"
"Sì, gli olivi dei nostri nemici sono nostri nemici. Ed anche tu lo sei. Antisemita!".

Questa parola ha un effetto magico sugli americani. Ogni volta che un americano viene chiamato "antisemita", si suppone che debba prostrarsi a terra e giurare eterno amore e fedeltà agli ebrei. Lo so perché ricevo quotidianamente lettere da gente che viene chiamata antisemita perché supporta la causa palestinese e che non riesce a superare ciò. Io fornisco loro il primo aiuto psicologico: dopo essere stato punito per attività anti-sovietiche e condannato per opinioni anti-americane, un anti-nomico amante delle anti-chità, ho trovato sui miei passi il marchio di anti-semita. Oggi, se non si e' chiamati anti-s, significa che si e' chiaramente nell'errore, compressi tra Sharon e Soros.

Come  "amico degli arabi" o "amico dei negri", "antisemita" e' un'accusa che marchia i suoi utilizzatori per associazione. E' usata spesso dai coloni, da Foxman lo spione, Kahane il razzista, Mort Zuckerman il proprietario di USA Today, Conrad Black il marito di Barbara Amiel, Sharon l'assassino di massa, Richard Perle il guerrafondaio, Tom Friedman il finto timido, Shylock lo squalo dei prestiti ed Elie Wiesel lo strappalacrime dell'olocausto "piangi-e-paga". E' stata usata contro TS Eliot e Dostoyevsky, Genet e Hamsun, San Giovanni e Yeats, Marx e Woody Allen e questa e' una compagnia senz'altro migliore. Eppure, i nostri americani esitarono per un momento, i nostri buoni israeliani iniziarono a spiegare la loro posizione e, infine, fu una brava ragazza inglese di Manchester, Jennifer, che dimostrò la superiorità dei britannici e salvò la giornata con un brusco "Fottetevi". La canna del fucile M-16 fu puntata su di lei. I soldati guardavano con interesse. Mi rivolsi a loro.
"Fermateli. Puntano le armi contro di noi".
"Ma non vi hanno ancora sparati", rispose il sergente.
Sapevamo che i soldati non sarebbero intervenuti se non contro di noi ed a favore dei Morlocks. Anche loro lo sapevano: spaccarono la macchina fotografica di Dave, spintonarono Angie, insultarono le ragazze e lanciarono pietre.
Mi appellai ai militari: "Non li fermate?"
"Mi dispiace, amico. Solo la polizia tratta con loro. Ma, se insisti, possiamo arrestarti".

L'esercito si occupa dei palestinesi, la polizia dei coloni - questo stratagemma e' una delle migliori invenzioni del genio ebraico. Probabilmente l' hanno copiato dagli insediamenti europei in Cina, dove vi erano differenti forze dell'ordine e differenti leggi per europei e cinesi. ecco perché i Morlock possono fare ciò che vogliono. I palestinesi erano visibilmente scossi: non sono combattenti, ma contadini che raccolgono le loro olive insieme alle famiglie. Non erano venuti qui per morire. Almeno, non ancora. I coloni ammazzano gli abitanti del villaggio per sport o per divertimento, con e senza provocazione. La settimana precedente, uccisero alcuni uomini che avevano osato raccogliere le loro olive. Se i contadini si difendessero, cioè alzassero la mano contro un ebreo, sarebbero massacrati tutti ed il loro villaggio sarebbe spazzato via. Ma le olive dovevano essere raccolte, e la situazione incresciosa continuava.

"Tutti i problemi sono creati dai maledetti coloni", urlò Uri, un israeliano buono, che aveva allontanato i delinquenti dalla mia destra. "Senza di loro, vivremmo in pace. Visiteremmo Yassouf da turisti, con il passaporto. Sono loro, i coloni".
Era davvero facile, quasi obbligatorio, odiare i crudeli uomini che distruggevano i raccolti ed affamavano i villaggi. Questo particolare insediamento e' noto per essere il baluardo dei kahanisti o giudeo-nazisti, come li ha definiti il defunto professor Leibovitch. Essi festeggiarono l'assassinio di Rabin; idolatrarono Baruch Goldstein, il massacratore di massa proveniente da Brooklyn; pubblicarono il libro proibito del rabbino Alba, il quale  proclama  apertamente che dovere religioso degli ebrei e' sterminare i gentili. Non ci voleva davvero un grosso sforzo per odiarli ed essere d'accordo con Uri.

Ma mentre guardavo i visi vacui dei soldati, mi venne in mente un ricordo dei miei giorni d'infanzia. I malviventi non vanno in giro a rubare agli stranieri: mandano di solito un ragazzino a liberarti del peso del tuo portafogli. Se spingi via il ragazzino, ti saltano addosso come  una montagna di mattoni per aver molestato il giovane. Non ha senso odiare il ragazzino, dal momento che viene  mandato da boss più grandi. 

Anche questi matti erano stati mandati dai boss più grandi. Ecco perché i soldati non battevano ciglio quando i coloni attaccavano i contadini. Era come una divisione del lavoro: i delinquenti affamavano i contadini, l'esercito proteggeva i delinquenti ed il governo sosteneva l'esercito e i delinquenti. E mentre le armi dell'esercito abbattevano i palestinesi, l'esercito USA abbatteva l'Iraq, l'unico stato nella regione che avrebbe potuto costituire un equilibrio del potere, e i diplomatici USA facevano uso del loro veto in Consiglio di Sicurezza. E dietro tutti loro, si potevano vedere i delinquenti più grandi che non si curano delle olive, né dei contadini né dei soldati. Ad un capo della catena di comando vi e' il folle colono di Brooklyn con l'M-16; all'altro capo, Bronfman e Zuckerman, Sulzberger e Wolfowitz, Foxman e Friedman. 

E tra di essi, in qualche luogo, eravamo noi, israeliani ed ebrei americani, che debitamente votiamo e paghiamo le tasse e supportiamo lo schema, poiché, senza il nostro supporto, Wolfowitz avrebbe dovuto conquistare Baghdad con le sue mani e Bronfman avrebbe dovuto bruciare gli olivi da sé.

Eppure, ogni uomo e ogni bestia hanno il loro flagello, ed anche noi  dovemmo venire a patti con il nostro. I contadini di Yassouf ed i loro sostenitori internazionali, cioè noi, resistettero e non indietreggiarono. Arrivò la polizia e si unì ai coloni. In un attimo, un ufficiale di collegamento dai capelli folti venne da noi.

"Potete raccogliere le olive, ma dal fondo della valle, così i coloni non vi vedranno e non si irriteranno".

Era una vittoria minore, un compromesso, ma non importava. Avremmo raccolto le olive e questo era ciò che contava. Scendemmo a valle, attraverso pendici rinforzate da numerose terrazze, e la raccolta continuò. Laggiù, le olive erano più piccole e meno numerose. Da tre anni ai contadini veniva proibito di lavorare i loro campi, e le olive richiedono molta cura. [...]

Mangiammo sotto un grande albero d'olivo. Umm Tarek, la sola donna nell'abito tradizionale multicolorato, portò dei larghi fogli di pane dal forno. Era abbondantemente spruzzato d'olio d'oliva, ed era accompagnato da formaggio bianco di capra. Hassan fece girare uno zir, l'anfora palestinese piena d'acqua gelida della cascata. All'esterno, lo zir era umido e freddo, coperto da minuscole gocce di rugiada. E' fatto di creta porosa, e trasuda abbondantemente, rendendo gelida l'acqua all'interno. Con gli anni, i pori si occludono, ed allora può essere usato per conservare vino ed olio. [...]

 Tutti hanno bellissimi ricordi di quando lavoravano nelle grandi città dell'ovest della Palestina. [...] Per la gente del luogo, Tel Aviv e Ramat Gan non sono più lontane di quanto non lo siano Nablus o Gerusalemme, perché il paese e' uno solo. La Palestina e' piccola, e Yassouf e' proprio al centro, trenta miglia dal mare e trenta miglia dalla frontiera giordana.

Le città industriali sulla costa furono costruite molto prima che esistesse lo stato d'Israele: esse furono costruite col lavoro dei contadini di Yassouf e a loro, giustamente, appartengono. Non vi e' esclusività, in quest'appartenenza. L'accordo fu distrutto quando gli ebrei cominciarono a scippare la terra.

"Hai visto l'insediamento?", ci chiese Hassan. "Mio padre seminava il grano sulle pareti della collina. Prima presero la terra e poi ci chiusero nel villaggio. Adesso ci e' rimasta poca terra e niente lavoro".
"La storia della Terra Santa ripete la storia della promessa di Dio", disse il Reverendo. "Cristo disse: siete tutti eletti. Gli ebrei replicarono: Spiacenti, solo noi lo siamo. Ora i palestinesi dicono: condividiamo con voi questa terra. E gli ebrei replicano: Spiacenti, la vogliamo solo per noi".
"Ci dovrebbe essere uno stato palestinese indipendente", disse Uri, "con la sua bandiera e confini veri. Barak ha preso in giro tutti, offrendovi di spezzare la vostra terra in molte entità. Bisognerebbe tornare alle frontiere del '67, allora le cose andrebbero bene".
"Tu sai cosa dice il Talmud sulle spartizioni", dissi io. "Due uomini trovarono uno scialle, ed ognuno disse: e' mio. Andarono da un giudice, ed il giudice chiese loro: Come dovrei dividere lo scialle? Il primo disse: Dividilo equamente, metà per ciascuno. Il secondo disse: No, e' tutto mio. Il giudice disse: Non c'e' disaccordo sulla metà dello scialle, entrambi convengono che appartiene al secondo uomo. Dividerò la seconda metà equamente, cosicché il primo uomo, colui che cercava giustizia, avrà un quarto, mentre il secondo, l'egoista, ne avrà tre quarti". Questo e' l'approccio ebraico. Molti palestinesi dovrebbero impararlo.

Kamal aggiunse dei ramoscelli al fuoco per fare il caffè. Era un uomo anziano, rispettato da tutto il villaggio, importante esponente della politica locale. Nel '67, quando era un giovane di 20 anni, dovette separarsi dalla figlioletta appena nata perché fu condannato a 40 anni di carcere per la sua attività nella Resistenza. Emerse dall'ombra eterna di Ramleh Gaol quando sua figlia aveva 21 anni.
"Anche noi abbiamo una storia simile", disse Kamal. "E' la storia di una donna che trovò un bambino e lo fece crescere. Venne un'altra donna, la madre naturale del bambino, e chiese che le fosse restituito. Andarono in giudizio da un saggio e questi disse: Taglierò il bimbo in due parti, così che ognuna ne avrà metà. Una delle donne disse: Bene, taglialo pure. Ma l'altra urlò: No, mai. Mio figlio non sarà tagliato. Il saggio diede il bambino alla seconda donna, poiché essa era la vera madre".

Le mie guance bruciavano dalla vergogna. Kamal non mi aveva detto niente di nuovo ma, in vena di spiritosaggini, avevo dimenticato la vera saggezza del giudizio di Salomone, mentre lui, il vero discendente degli eroi biblici, me lo aveva fatto rammentare. I palestinesi, come le vera madre, non accettarono la spartizione. La storia ha dimostrato che avevano ragione: la Palestina non può essere divisa. I contadini hanno bisogno delle città industriali per lavorarvi tra le stagioni e per vendervi il loro olio; hanno bisogno delle rive del Mediterraneo, che manda spruzzi a poche miglia dalle loro case, hanno bisogno dell'interezza della terra come si ha bisogno di due occhi e di due mani.

I coloni non erano mostri, ma esseri fuorviati. Come me, hanno letto troppo Talmud babilonese e  poca Bibbia palestinese. Hanno sentito un' incredibile attrazione verso la terra e ciò li ha spinti verso le colline di Samaria. Cercavano l'unione con l'incantata terra di Palestina e l' hanno amata con il malsano amore dei necrofili. Sono pronti ad assassinare la terra pur di possederla. Non hanno compreso le maniere locali e si sono guadagnati da vivere collezionando denaro in America. Non provavo odio, ma dolore per i coloni. Avevano l'occasione unica di fare la pace con i loro vicini e con la terra, e l' hanno sciupata. Distruggendo la terra, non fanno altro che preparare il loro nuovo esilio con le loro mani. La vera madre avrà il bambino, e dunque la vittoria dei palestinesi e' inevitabile, perché il giudizio di Salomone non e' che una parabola del giudizio Divino.

"Ma dove sono i buoni ebrei", si affretta a chiedere il lettore. "In nome dell'equilibrio, della correttezza politica, per il nostro confort, per favore, mostrateci qualche buon ebreo! Non ci sono solo i coloni, ma anche Peace now e gli altri movimenti amichevoli verso i palestinesi".

Sì, c'e' una differenza tra i brutali coloni ed i loro sostenitori da una parte, e gli israeliani liberali dall'altra. Gli sciovinisti ebrei vogliono la Palestina senza i palestinesi. Importano cinesi per lavorare i campi e russi che sorvegliano i cinesi. Sono elementi naturalmente repellenti.
Gli israeliani liberali vedrebbero una sorta di futuro comune, in cui i palestinesi potrebbero lasciare i loro sorvegliatissimi bantustan e verrebbero a lavorare a Tel Aviv con un permesso di lavoro, molestati dalla polizia, senza sicurezza sociale, con paga al di sotto del salario minimo. L'idea di uguaglianza fraterna, non di tipo celestiale ma come buon comportamento verso il figlio nativo della terra, e' aliena a loro tanto quanto ai coloni. Darebbero ai palestinesi una bandiera ed un inno, ma gli toglierebbero la terra ed il loro modo di essere.
Entrambi i tipi di israeliani sono uniti nel loro rifiuto della Palestina. Cantano di "una nuova veste d'asfalto e cemento per la terra d'Israele". I liberali sognano di creare una scheggia high-tech d'America e non hanno bisogno delle colline di Samaria. Gli sciovinisti vogliono cancellare la stessa memoria della Palestina, e ricreare il regno d'odio e vendetta.
E pochi, pochissimi, di noi capiscono che abbiamo avuto la rara opportunità di imparare dai palestinesi. Con la nostra arroganza est-europea, siamo venuti ad insegnare loro ed a cambiarli, mentre avremmo dovuto imparare e cambiare noi stessi. Non era abbastanza aiutarli; noi, i conquistatori, dovevamo adattarci alla suprema civiltà dei conquistati. E' già avvenuto, prima di noi: i vittoriosi Vichinghi si adattarono alle maniere della Francia e dell' Inghilterra, della Russia e della Sicilia; il trionfante Alessandro il Macedone divenne egiziano e siriaco, i manchu divennero cinesi. Doveva essere fatto anche per il nostro bene, perché, diversamente, siamo destinati a creare un ghetto per noi ed un ghetto per loro.

Prendi una formica e costruirà un formicaio. Prendi un ebreo e creerà un ghetto. Prendi un palestinese ... Beh, il mio amico Musa invitò l'anziano padre di un villaggio della Samaria nella sua nuova casa in Vermont, e l'anziano padre cominciò a costruire terrazze per piantare alberi d'olivo.
I palestinesi non riescono ad immaginarsi senza la terra ed il suo modo unico di vivere. Migliaia di anni fa, dopo che fu sconfitta la Grande Siccità Macedone, i loro antenati formarono una simbiosi con l'olivo, e la vite, e l'asino, e le piccole cascate di montagna, ed i sacrari sulle vette delle colline. 

Questa unione unica di paesaggio, popolo e spirito Divino e' stato il grande successo dei palestinesi, ed essi l' hanno portato nei secoli e preservato sino ad oggi. Se saranno minati, l'umanità perderà la sua ancora di salvezza e crollerà sulle rocce della storia. Eravamo già privilegiati per il fatto che essi avessero accettato il nostro piccolo aiuto.

Di sera, tornammo al villaggio, alla grande casa di Hussein. Non sarebbe stata fuori posto a Cannes o Sonoma. Sul grande balcone di casa, sedemmo su sedie di paglia fatte dagli abitanti del villaggio di Beidan. Gli amichevoli e schizzinosi gatti di Hussein ci saltavano sulle ginocchia, mentre le sue timide figlie portavano dolcissimo tè speziato. La gente entrava per parlare con gli stranieri, così come era abituata a fare nei villaggi remoti. Piccole lampade a kerosene erano sui tavoli e sulle scale: i signorotti israeliani si erano rifiutati di collegare il villaggio alla rete elettrica. Ed anche questo era un bene, perché avevamo la possibilità di guardare la luna piena di ottobre fluttuare lentamente nel cielo buio ed illuminare le colline a terrazza, e i tetti, e la sagoma monotona di un carrarmato Merkava con le mitragliatrici puntate sul villaggio, e sugli antichissimi, silenziosi  e svettanti olivi di Yassouf.

 

traduzione a cura di www.arabcomint.com
da israelshamir.net