La
vita e le opere di Mahmud Darwish
Tratto
dal testo: “ Poesie della
Resistenza Palestinese”
di
F. Aljaramneh &
A. Tailakh
Edizione “Al Hikma” Febbraio 2003
Maĥmud
Darwish nacque ad al-Birwah, un villaggio presso la città di Ăkka, in
Galilea, Palestina, nel 1941. All’età di sette anni, nel 1948, visse la
tragedia del suo popolo, quando il suo villaggio fu attaccato dai sionisti e
la popolazione si disperse in
altri luoghi. La famiglia Darwish lasciò la Galilea e si trasferì in Libano,
sfuggendo alla situazione che si
era venuta a creare dopo
l’occupazione militare israeliana. Il padre di Darwish, però, rifiutò di
diventare profugo e preferì ritornare nella sua patria. Al rientro in
Palestina, un anno dopo, la famiglia trovò
il suo villaggio completamente distrutto, ed al suo posto un insediamento
ebraico. Così, si
stabilrono in un villaggio di
nome Deir el-Asad: il senso dello smarrimento entra nella vita del poeta in
tenera età, e da quel momento in poi, Darwish si sentirà sempre
“un profugo nella sua patria”.
Darwish
scrisse la sua prima poesia quando frequentava la scuola elementare, nel
villaggio di Deir el-Asad. All’età di 18 anni, ancora studente nella scuola
secondaria di Kufr Yasif, Darwish componeva già delle belle liriche. A causa
dei suoi scritti e della sua attività patriottica, fu lungamente detenuto
nelle carceri israeliane, e molte volte fu costretto agli arresti domiciliari;
ciò non gli permise di frequentare l’Università. Nutrita dalla prigionia,
dalla fame, dalle privazioni e dai tormenti, la lirica di Darwish acquista il
suo squisitissimo aroma. In diverse poesie egli canta con toni appassionati il
suo amore per la patria perduta. Darwish iniziò a pubblicare i suoi scritti
su quotidiani e riviste, acquistando importanza
nel movimento poetico palestinese, poiché i suoi componimenti
attirarono l’attenzione dei lettori e dei critici. Dopo aver terminato la
scuola superiore, lavorò nella redazione giornalistica del partito comunista
e si stabilì nella città di Ĥaifa, dove fu
redattore del giornale “al-Etteĥad; L’Unità”, poi
della rivista “al-Ĝad; Il Domani”, in seguito divenne
direttore della redazione della rivista “al-Jadid; La Novità”.
Negli anni sessanta, il movimento letterario palestinese subisce
una notevole trasformazione, con il contributo evidente dei giornali e
delle riviste sopra citate.
Gli
anni da lui vissuti ad Ĥaifa non furono facili, a causa delle condizioni
di povertà che lo costrinsero a dividere una sola camera con il poeta Samiĥ
al-Qasim. Entrambi subirono la persecuzione dell’autorità israeliana e
furono costretti alla permanenza obbligatoria
in casa dal tramonto al sorgere del sole; dovevano, inoltre,
recarsi a una postazione di polizia cinque volte al giorno per
dimostrare la loro presenza. Darwish si aggregò alle fila del movimento
comunista israeliano, facendo parte di qualche missione del partito nell’
Europa dell’Est. Durante questi viaggi poté conoscere molti scrittori e
poeti di questi paesi, e anche diversi letterati del mondo arabo. Nel 1970,
dopo una breve permanenza a Mosca, decise di trasferirsi in Egitto,
al Cairo , al suo arrivo trovò una buona accoglienza da parte dei mass
media; dopo un breve periodo di residenza, si trasferì
in Libano dove si unì all’Organizzazione per la Liberazione della
Palestina (OLP). A Beirut contribuì alla pubblicazione della rivista
stagionale “al-Karmel”, che è il nome di un monte in Palestina.
Durante
l’invasione dell’esercito israeliano nel Sud del Libano e l’assedio alla
capitale Beirut, il poeta rimase
fra la sua gente per incitarla con le sue parole forti, che infondevano
speranza e fiducia nella propria forza. Solamente dopo l’accordo raggiunto
fra le parti, Darwish lasciò Beirut insieme ai combattenti e al comando
superiore dell’OLP per un altro luogo d’esilio, la Tunisia, dove si stabilì
per un periodo di tempo. A Tunisi rimase a svolgere attivamente il ruolo
assegnatogli come membro del comitato esecutivo dell’OLP e a continuare la
sua produzione nel campo della prosa e della poesia.
Darwish non accettò fin dall’inizio
gli accordi di Oslo fra l’OLP e il governo israeliano perché secondo
lui non avrebbero mai risolto la questione totalmente. Questi accordi
avrebbero messo fine al sogno palestinese, alla cui realizzazione molti, il
poeta compreso, avevano dedicato la vita. Quindi decise di lasciare Tunisi e
di trasferirsi a Parigi, la città dove alloggiò e dove scrisse numerose
poesie che risvegliarono i sentimenti del popolo arabo, lasciandovi una ferita
aperta, come una finestra
dalla quale si può dare uno sguardo alla coscienza del mondo.
Durante
la sua residenza a Parigi, Darwish ebbe uno scambio di corrispondenza con il
poeta Samiĥ al-Qasim,
rimasto a vivere nel suo villaggio di ar-Ramah, in Galilea; le
lettere scambiatesi dai poeti furono chiamate da qualche letterato “Lettere
fra le due metà di un’arancia”. Dai seguenti estratti di queste
lettere, come ha commentato lo scrittore palestinese Emil Habibi, si nota
che, così come gli uccelli avvertono l’arrivo della tempesta, così
i due poeti ebbero il presagio dello
scoppio della prima Intifada.
“Un
conforto? Esiste sempre un lieto fine … non perderemo la speranza, almeno
per le generazioni future. O caro amico,
ci è sufficiente dipingere con l’inchiostro dell’anima e con il
sangue della poesia una chiara freccia (spero che sia chiara), che
indichi la direzione
giusta verso il nostro carrubo,
il nostro ulivo e i fiori della nostra splendente prugna”
Samiĥ
al-Qasim; ar-Ramah 29/06/1986
“La
fine di questa notte non ha
termine?……E il feto formato dentro questo utero infermo, ha potuto
salvarsi dal malessere?……Io non propongo una risposta, ma torreggio su un
deserto……Come si chiamerebbe l’isola se si asciugasse il mare?……Non
propongo una risposta, ma torreggio su un deserto”
Maĥmud
Darwish; Parigi 22/07/1986
“E
che cosa ancora?… forse non è giunto il momento in cui l’affanno della
domanda venga ricompensata dal sollievo della risposta? …qui giunge la
nostra parte. Riconquistiamo il grido di quel passato martire: Porta la tua
croce e seguimi!!…Quanto a noi vedemmo e ci agitammo, comprendemmo e ci
infuriammo, credemmo e ci rivoltammo. Questa massa umana piegata sulla sua
schiena iniquamente, proditoriamente e ostilmente si raddrizzerà di nuovo e
sorgerà un unico uomo, malgrado tutti i mostri civilizzati
radunati contro di noi. Noi
abbiamo bisogno del nostro antico fuoco- con la sua schiettezza- perché esso
è la peculiarità intima nel nostro profondo, è come il granello di
sabbia che si nasconde nel profondo della perla”
Samiĥ
al-Qasim; Haifa
27/07/1986
“Hai
ragione. Hai ragione: abbiamo bisogno urgente della prima fede e del primo
fuoco. Abbiamo bisogno della nostra semplicità. Abbiamo bisogno del primo
insegnamento della patria: Resistere con tutto ciò che possediamo di tenacia
ed ironia. Con tutto ciò che possediamo di furore. Nei momenti critici
aumentano le profezie. Ed eccomi vedere il viso della libertà accerchiato da
due ramoscelli d’ulivo”. Lo vedo sorgere da un sasso”.
Maĥmud
Darwish; Parigi 05/08/1986
“Un
anno nuovo, è veramente così ?……E come contiamo i nostri anni?
……Iniziamo la nostra cronologia con l’anno dell’elefante[1].
E che questo sia l’anno dell’accampamento. Quanto all’anno prossimo,
troveremo un nome bello ed elegante in misura inversamente proporzionale a ciò
che attualmente viviamo, nazione e popolo, terra e cielo, uomini e poeti”
Samiĥ
al-Qasim; ar-Ramah 21/01/1987
“E’
stata la prima permanenza a proteggere la patria dallo svenimento. Voi
all’interno siete la forza materiale dell’identità nazionale e culturale.
E l’interno ha un prestigio che supera l’incantesimo, perché e’
l’interno che ha dato alla causa palestinese la forza del
miracolo”.
Maĥmud
Darwish; Parigi 05/10/1987
Ma
la realtà delle cose rimane sempre sovrana, e cosi, dopo il trasferimento del
quartiere generale dell’OLP a Gaza e nei Territori Occupati, il poeta
ritenne che la permanenza in patria fosse meglio dell’ esilio, anche se gli
obbiettivi raggiunti non erano quelli che desiderava. Quindi lasciò Parigi e
si stabilì per un periodo ad Amman, poi partì per la Palestina, Ramallah,
facendo il pendolare fra le due case di Ramallah
ed Amman. E a Ramallah, il poeta
riprese a lavorare alla rivista palestinese “al-Karmel”. Per la
pubblicazione del nuovo numero della rivista fu
organizzata una cerimonia nel centro culturale di Kĥalil
as-Sakakini[2]
dove erano presenti personalità ufficiali e letterati.
Fu
a capo del “Centro di Ricerca Palestinese”, editore del giornale “Palestinian
Affaire Magazine”, direttore dell’Associazione degli Scrittori e
Giornalisti Palestinesi, fondatore del giornale dell’Associazione, “Al-Karmel
Magazine” e, più tardi,
membro della Commissione Esecutiva dell’OLP, da cui si dimise nel 1993 per
la sua presa di posizione contro
gli accordi con gli israeliani. Darwish è considerato fra i maggiori “leaders”
della poesia araba contemporanea e il “leader” assoluto
della poesia della resistenza araba.
Alcuni
volumi delle liriche di Darwish sono :
Uccelli
senza ali – Âkka –1960
Foglie
di ulivi – Ĥaifa –1964
Un
innamorato dalla Palestina – Ĥaifa –1966
La
fine della notte – Âkka – 1967
Muoiono
gli uccelli in Galilea – 1970
L’amata
risorge dal sonno – 1970
Una
pioggia tenera in un lontano autunno – Nazeret- 1971
Ti
amo o non ti amo – 1972
Il
tentativo numero 7 - 1973
Quella
è la sua immagine e questo è il suicidio dell’amato -1975
Feste
nuziali – 1977
Passanti
tra parole fugaci
L’elogio
dell’ombra sublime
Il
divano di Darwish ( in due volumi
)
Perché
lasciasti il cavallo solo – Londra - 1995
Alcuni
volumi della prosa di Darwish :
-
Una cosa sulla patria
-
Addio o guerra, Addio o pace
-
Le normali afflizioni quotidiane
-
La memoria dell’oblio
-
La descrizione del nostro stato
- Le epistole (corrispondenza fra Darwish e Samiĥ el-Qasim).
La poesia di Darwish intitolata “Carta d’identità”, tratta dal suo divano “Foglie di ulivi”, rappresenta l’ identità che semina nei cuori ardue radici di sfida e dure posizioni di resistenza. E’ una sfida paziente che gli occupanti temono, colma di provocazioni e di profonde concezioni umanitarie, con la narrazione della distruzione che causò la rovina palestinese. Questi poeti fecero della tragedia palestinese la questione di ogni uomo libero in ogni luogo del mondo …una questione di libertà …una questione di pace che deve essere sostenuta da tutte le forze positive. Questi poeti strapparono le nuvole della paura e i cuori palpitarono con le loro canzoni …e né il timore può introdursi e né l’inquietudine può impadronirsi di essi.
Carta d’identità
Scrivi : sono un arabo;
la mia carta porta il numero cinquantamila.
Ho
otto bambini,
e il nono nascerà dopo l’estate.
Ti
dispiace forse ?
Scrivi : sono un arabo;
impiegato con i compagni della miseria in una cava,
ho otto bambini
per i quali dalla roccia
ricavo il pane,
i vestiti ed il quaderno.
Non chiedo la carità alle vostre porte
né
mi umilio davanti alle piastrelle dei gradini.
Ti
dispiace forse ?
Scrivi : sono un arabo; un nome senza titolo
e resto paziente in una terra
dove tutto vive con impulso di furia.
Le mie radici si sono ancorate qua,
prima del nascere del tempo
prima dell’apertura delle ere
anteriormente ai cipressi, agli uliveti
ed al crescere dell’erba.
Mio padre …viene dalla stirpe dell’aratro,
non è un figlio di signori privilegiati,
mio nonno pure era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato !
Mi insegnava l’orgoglio del sole
prima di insegnarmi la lettura dei libri.
La mia casa è la guardiola di un custode
fatta di rame e di canna.
Sei soddisfatto della mia posizione ?
Ho un nome senza titolo !
Scrivi : sono un arabo;
dai capelli color carbone
e dagli occhi bruni.
La mia descrizione:
un akal[3] sulla kufiyya copre il mio capo;
e il palmo della mano duro come la roccia,
graffia
chi lo oserebbe toccare.
Il mio indirizzo è :
un villaggio disarmato … dimenticato
dalle
vie senza nomi.
Scrivi : sono un arabo;
avete rubato la vigna dei miei nonni
e la terra che coltivavo
insieme
ai miei figli.
Senza lasciare a noi nulla
né ai nostri nipoti …
se non queste rocce.
E’ forse vero che il vostro stato
prenderà anche queste …
come si mormorava ?
Allora !
scrivilo in cima alla prima pagina :
“non odio la gente
né aggredisco alcuno,
ma se divento affamato
la carne dell’ usurpatore sarà il mio cibo.
Attenzione !
Guardativi
dalla mia collera
e dalla mia fame !
*
* * * *
Il
grande amore per la patria che si manifesta nella poesia intitolata “Si
tratta di un uomo”, della
raccolta “Foglie di ulivi”, ridiede al poeta fiducia
e serenità, cosi che nel suo animo fiorirono molti immagini, risplendette lo
stile e il ritmo divenne
delizioso. La vita sembrò palpitare, riempendosi
di colori e melodie in un canto che contiene la tragedia di Edipo
e gli incendi di Nerone. L’ottimismo e la fede incrollabile del poeta
lo portano a scorgere una fonte
di vita e di rinascita anche nei chicchi secchi delle spighe divorate dalle
fiamme: e così come Roma e’ risorta splendente dalle ceneri cui l’aveva
condannata Nerone, così svanirà tutto ciò che deforma la bellezza, la
grazia e la naturalezza.
Incatenarono la sua bocca
legarono le sue mani
alla roccia della morte
e dissero : “ sei un assassino “.
Gli tolsero il cibo, gli abiti, le bandiere
lo gettarono nella cella dei morti
e dissero : “ sei un ladro “.
Lo rifiutarono in tutti i porti
portarono
via la sua piccola amata
e dissero : “ sei un profugo “.
O tu, dagli occhi e le mani sanguinanti !
la notte è effimera,
né la camera dell’arresto
né gli anelli delle catene
sono permanenti.
Nerone è morto, ma Roma no,
lotta persino con gli occhi !
e i chicchi di una spiga morente
riempiranno la valle di grano.
*
* * * *
Nella
seguente poesia“Innamorato dalla Palestina”, tratta dalla
raccolta con lo stesso
titolo, il poeta scorge negli occhi della sua donna un amore profondo; in essi
trova la sua patria, la dolcezza della sua terra e tutti i colori del suo
paese. E’ attratto dall’amata … dai suoi occhi … dalla terra che li
ha prodotti, formati e colorati. L’ amore domina i suoi sentimenti
… vede nella sua amata la sua vita, la sua storia, la sua terra e la sua
gente. Nessuna meraviglia se
in essa vede tutto il bene, il dono, la generosità, la pace,
l’afflizione e mille altri sentimenti. E’ l’innamorato che
rivela una dolce appartenenza dalle
radici profonde, è il colore del cielo negli occhi … il verde degli
alberi … il profumo della terra … la primavera della vita … la luce del
sole. Tutto ciò ha un sapore particolare negli occhi delle ragazze … i loro
capelli, sguardi, nomi e
sogni … le loro paure, certezze, parole e il loro silenzio, tutto ha
una sapore particolare.
I tuoi occhi sono una spina nel cuore
lacerano, ma li adoro.
Li proteggo dal vento
e li conficco nella notte e nel dolore
cosi la sua ferita illumina le stelle,
trasforma il presente in futuro
più caro della mia anima.
Dimentico qualche tempo dopo
quando i nostri occhi si incontrano
che una volta eravamo
insieme, dietro il cancello.
Le tue parole erano una canzone
che io tentavo di cantare ancora,
ma la tribolazione si era posata
sulle fiorenti labbra.
Le tue parole come la rondine
volarono via da casa mia
volarono anche la nostra porta
e la soglia autunnale
inseguendo te,
dove si dirigono le passioni ….
I nostri specchi si sono infranti
la tristezza ha compiuto 2000 anni,
abbiamo raccolto le schegge del suono
e abbiamo imparato a piangere la patria.
La pianteremo insieme,
nel petto di una chitarra;
la suoneremo sui tetti della diaspora
alla luna sfigurata ed ai sassi.
Ma ho dimenticato,
oh tu dalla voce sconosciuta !
Ho dimenticato,
è stata la tua partenza
ad arrugginire la chitarra,
o è stato il mio silenzio ?
Ti ho vista ieri al porto
viaggiatore senza provviste … senza famiglia.
Sono corso da te come un orfano
chiedendo alla saggezza degli antenati:
perché trascinare il giardino verde
in prigione, in esilio, verso il porto
se rimane, malgrado il viaggio,
l’odore del sale e dello struggimento,
sempre verde?
Ho scritto sulla mia agenda:
amo l’arancio e odio il porto,
ho aggiunto sulla mia agenda:
al porto mi fermai
la vita aveva occhi d’inverno,
avevamo le bucce dell’arancio
e dietro di me la sabbia era infinita!
Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolce del miele
scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.
*
* * * *
La sua opera “La fine della notte” è composta da tre raccolte: “Sotto le finestre antiche”, “I fiori del sangue” e “Canzoni per la patria” ed ognuna di queste contiene un certo numero di poesie. Dal secondo fascio scegliamo una poesia intitolata “L’assassinato n.48”, la quale parla della vittima numero 48 caduta nel massacro di Kufr Qasim. Gli assassini trovarono nel petto della vittima una lanterna di rose e una luna … e sul corpo una scatola di zolfanelli, un passaporto… e sul morbido braccio dei tatuaggi. Quindi, come si intuisce dalla poesia, la vittima era un giovane, che, come tutti i giovani di nobili sentimenti, pensava ad un futuro migliore e ad una vita colma di bene. Il poeta ci descrive un’ immagine della tragedia che avviluppò questo piccolo villaggio allorché il buio iniziò ad intensificarsi sul cielo della Palestina, sino ad avere il sopravvento sulla luce..
Nel suo petto trovarono
una lanterna di rose
e una luna.
Giaceva morto su una pietra
trovarono … monetine
nella sua tasca,
e sopra di lui
una scatola di zolfanelli
e un passaporto.
Sul morbido braccio, invece,
c’erano dei tatuaggi.
La madre l’aveva baciato,
l’aveva pianto un anno dopo l’altro.
Spini cervini gli crebbero negli occhi
e le tenebre si addensarono.
Anche il fratello, quando crebbe,
e andò per le vie della città
cercandosi
un lavoro, lo buttarono in cella.
Lui non possedeva un passaporto,
ma portava per le strade
una cassa di marciume… ed altre casse …
O bambini del mio paese:
cosi morì la luna !
*
* * * *
Dalla
sua opera “Muoiono gli uccelli in Galilea”,
che contiene una serie di splendide poesie, ne abbiamo scelto una
intitolata “Straniero in una città lontana”, in cui il poeta
ricorda le immagini della sua casa. E’ una casa incantevole, nel suo
immaginario di fanciullo, ma, ben presto, su di essa cala una cortina di
tristezza, l’occupazione
straniera. Ma questo fanciullo, figlio di una
splendida terra, resta giovane e bello nonostante il buio, le spine e i
segni delle ferite che si
imprimono sulla sua fronte.
Quando ero giovane e bello
la rosa era la mia dimora
e il mio mare erano le sorgenti.
Ma la rosa è diventata una ferita
e le sorgenti un’arsura.
Forse sei cambiato molto ?
No, non sono cambiato molto
Quando torneremo come il vento
verso la nostra terra
guarda bene la mia fronte
vedrai le rose diventare palme
e le sorgenti diventare sudore.
Mi troverai come ero prima
giovane
e bello.
*
* * * *
La seguente poesia intitolata “Diario di una ferita palestinese” è stata scritta dal poeta in quartine all’età di 25 anni, ed è dedicata alla poetessa Fadwa Tuqan. Essa è il risultato di un’esperienza maturata nella lotta indomita, nel confronto giornaliero con gli occupanti e all’ombra dell’albero dell’amarezza in un mondo ingiusto. Da questa esperienza, il poeta ne e’ certo, nascerà un nuovo orizzonte, presago di promesse di vittoria e sorgerà un sole nuovo, splendente di luce. Di questa poesia abbiamo scelto alcune quartine che esprimono tutti i sentimenti di sofferenza, speranza, amore, ricordi ed affermazione della propria identità :
La mia bandiera è color nero
il mio porto è una bara
e la mia schiena è un ponte.
Oh, autunno del mondo
che dentro di noi sei demolito
Oh, primavera del mondo
che dentro di noi sei generata.
Il mio fiore è rosso
il mio porto è aperto
e il mio cuore è un albero !
La mia lingua è il mormorio dell’acqua
nel fiume delle tempeste, negli
specchi del sole e del frumento
e nel campo di battaglia.
Forse alcune volte ho smarrito l’espressione
ma sono stato – senza vergogna - splendido
quando ho scambiato il mio cuore con l’oceano
Ho per te una parola, che non dissi ancora:
l’ombra è sulla finestra, ed occupa la luna
Il mio paese è un poema,
in esso ero un suonatore
ma poi divenni una corda musicale !
Il geologo è occupato,
analizza la sua roccia.
Cerca i suoi occhi
nelle rovine dei miti.
Vuole provare, che sono
un viandante senza occhi !
che non ho nemmeno una lettera
nel libro della civiltà !
Ma continuo a seminare i miei alberi,
senza fretta, e a cantare per il mio amore.
*
* * * *
Questa voce che frusta gli invasori con le parole…questo prigioniero della libertà, dell’amore per la patria pagò cara la sua dedizione, assaporando più volte la detenzione nelle prigioni israeliane. Gli oppressori legarono le sue ali e lo portarono dentro, oltre le lontane sponde …cercarono di spezzare la voce di questo cantore Il ricordo della sua nascita nella poesia dal titolo “Per mia madre”, scritta durante un periodo di prigionia, ci fa capire come è necessario soffermarsi e alimentarsi dell’amore materno per proseguire il cammino verso la libertà. Questo amore spinse il poeta ad essere più deciso, radicò la sua appartenenza alla sua terra e rafforzò i suoi legami con tutto ciò che era palestinese. Tutto questo dona ad ogni piccola parola detta da lui mille sapori e mille colori. “Per mia Madre” e’ scritta per raccontare la nostalgia di un figlio incarcerato per sua madre, il desiderio di mangiare il suo pane e bere il suo caffè, ed e’ la confessione di un sentimento personale ed universale al tempo stesso, sicché divenne una canzone popolare conosciuta in tutto il mondo arabo.
Per
mia Madre
Bramo il pane di mia madre
il caffé di mia madre
il tocco di mia madre
Cresce in me l’infanzia
giorno dopo giorno
ed amo la mia vita… perché
nell'ora della mia morte
mi vergogno delle lacrime di mia madre !
E se tornassi indietro un giorno
prendimi velo per tue ciglia
e copri le mie ossa con erba
benedetta dalla tua caviglia.
E stringi le mie catene
con un ricciolo dei tuoi capelli
con un filo penzolante dall’orlo del tuo vestito.
Forse diverrei un dio
un dio diverrei…
se toccassi le profondità del tuo cuore !
Se tornassi indietro … usami
combustibile nella fornace del tuo fuoco,
corda da panni sul tetto della tua casa,
perché divenni debole per stare in piedi
senza la tua preghiera giornaliera.
Diventai vecchio decrepito.
Restituiscimi le stelle dell’infanzia
così che io,
condivida con i piccoli uccelli
il percorso di ritorno
verso il nido della tua attesa.
* * * * *
Darwish aveva auspicato il dialogo con Israele sperando di trovare una controparte moderata: ma anche i suoi amici di sinistra si sentirono offesi da una poesia che lo rese molto noto, “Passanti tra parole fugaci” scritta contro l’occupazione militare all’inizio della prima Intifada nel 1986: “che vivano dovunque ma non tra noi e che non muoiano tra noi”scrive.
L’ex
primo ministro israeliano Yitzhak Shamir citò il poema alla Knesset, il
parlamento israeliano, definendolo oltraggioso. Darwish in una intervista si
difese dalle accuse mossegli dicendo
di averla indirizzata ai soldati israeliani che fanno parte della forza
di occupazione nei territori . ”Dissi che Israele deve andare fuori dai
territori occupati ma ritennero che io avevo inteso dire che gli ebrei devono
essere buttati a mare. Se loro vedono la loro esistenza come incerta e
condizionata allora vuol dire che si auto-accusano per il fatto di occupare la
Palestina”.
O voi, viaggiatori tra parole fugaci
portate i vostri nomi,
ed andatevene.
Ritirate i vostri istanti dal nostro tempo,
ed andatevene.
Rubate ciò che volete dall'azzurrità del mare
e dalla sabbia della memoria.
Prendete ciò che volete d’immagini,
per capire che mai saprete
come una pietra dalla nostra terra
erige
il soffitto del nostro cielo.
O voi, viaggiatori tra parole fugaci
da voi la spada … e da noi il sangue
da voi l’acciaio, il fuoco … e da noi la carne
da voi un altro carro armato … e da noi un sasso
da
voi una bomba lacrimogena … e da noi la pioggia.
E’ nostro ciò che avete di cielo ed aria.
Allora, prendete la vostra parte del nostro sangue,
ed andatevene.
Entrate ad una festa di cena e ballo,
ed andatevene.
Noi dobbiamo custodire i fiori dei martiri.
Noi dobbiamo vivere, come desideriamo.
O voi, viaggiatori tra parole fugaci.
Come la polvere amara, marciate dove volete
ma non fatelo tra di noi, come insetti volanti.
L’aceto è nella nostra terra finché lavoriamo,
mietiamo il nostro grano, lo annaffiamo
con le rugiade dei nostri corpi.
Abbiamo qui ciò che non vi accontenta:
un sasso … o una soggezione.
Prendete il passato, se volete, e portatelo
al mercato degli oggetti artistici.
Rinnovate lo scheletro all’ upupa, se volete,
su un vassoio di terracotta.
Abbiamo qui ciò che non vi accontenta:
abbiamo il futuro….e abbiamo
nella nostra terra, ciò che fare.
O voi, viaggiatori tra parole fugaci.
Ammassate le vostre fantasie in una
fossa abbandonata, ed andatevene.
E riportate le lancette del tempo
alla legittimità del vitello sacro
o al momento della musica di una pistola !
Abbiamo qui ciò che non vi accontenta
abbiamo ciò che non c’è in voi:
una patria sanguinante
un popolo sanguinante, una patria
adatta all’oblio o alla memoria ….
O voi, viaggiatori tra parole fugaci.
E’ giunto il momento che ve ne andiate
e dimoriate dove volete, ma non tra noi.
E’ giunto il momento che vi ne andiate
e moriate dove volete, ma non tra noi.
Abbiamo nella nostra terra, ciò che fare
il passato qui è nostro.
E’ nostra la prima voce della vita,
nostro il presente … il presente e il futuro
nostra, qui, la vita …e nostra l’eternità.
Fuori dalla nostra patria …
dalla nostra terra … dal nostro mare
dal nostro grano … dal nostro sale
dalla nostra ferita …da ogni cosa.
Uscite dai ricordi della memoria
O voi, viaggiatori tra parole fugaci !….
1- Nell’anno 570 d.C. Abraha, governatore abissino dello Yemen, giurò di distruggere la Kàba, che riteneva un santuario idolatrico. Radunò una potentissima armata e marciò verso Mekka travolgendo la resistenza di alcune tribù arabe che cercarono di sbarragli il cammino. Alla testa dell’esercito marciava un grande elefante che incuteva il più grande terrore, ma furono sconfitti duramene.
2-
Kĥalil
as-Sakakini (1878-1953) :
Intellettuale palestinese. Lavorò in campo accademico, contribuendo
in maniera eccellente
alla divulgazione del sapere.
3 -