LA QUESTIONE PALESTINESE
di Danilo Zolo
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Ho riletto in questi tristissimi giorni La questione palestinese di Edward W. Said (Gamberetti editore, prima edizione del 1995 e ora ristampato sempre dallo stesso editore, pp. 290, euro 17.56). E' un libro molto bello, non meno di Orientalismo, l'opera che ha reso celebre questo professore statunitense di origine palestinese. La questione palestinese è un libro colto, ricco di dati, frutto di una ricerca di prima mano, appassionato. Ma è soprattutto un libro utile: è una delle pochissime «interpretazioni palestinesi» della storia della Palestina di cui la cultura occidentale disponga. Nonostante che sia stato scritto circa vent'anni fa - o forse proprio per questo -, il libro offre elementi di riflessione di grande rilievo e di una sorprendente attualità. Ci aiuta a cogliere in profondità le ragioni storiche di cio' che oggi sta accadendo in Palestina: il definitivo fallimento degli accordi di Oslo e della «mediazione» statunitense, l'esplosione della nuova Intifada che ha ormai come obiettivo l'indipendenza di tutto il popolo palestinese, la devastazione di cio' che resta di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme-est dopo trentacinque anni di occupazione militare, lo smantellamento dell'Autorità nazionale palestinese, la strage senza fine di ebrei e di palestinesi innocenti. |
Capire cio' che sta accadendo in Palestina non
è facile, anche perché i grandi mezzi di comunicazione, in
particolare la televisione, non ci aiutano. Ignorano o rimuovono
deliberatamente le complesse radici del conflitto in atto,
affidandosi esclusivamente alle cronache degli inviati speciali o
alle dubbie competenze di «esperti» politici o militari, che
danno spesso l'impressione di non aver mai messo piede in
Palestina. Per di più, il riferimento emotivo al tema
dell'antisemitismo e dell'Olocausto e una latente ostilità nei
confronti del mondo islamico impediscono a molti europei una
valutazione razionale delle responsablità politiche degli attori
coinvolti: gli Stati Uniti, Israele, i paesi arabi, le
organizzazioni palestinesi.
Cio' che a mio parere rende prezioso il
contributo di Said è il suo tentativo di ricostruire la «questione
palestinese» da un punto di vista palestinese - non
genericamente arabo o islamico - e di farlo a partire dagli inizi
dell'intera vicenda: la nascita del movimento sionista,
l'affermazione della sua ideologia nel contesto della cultura
colonialista europea degli ultimi decenni dell'Ottocento, l'avvio
del fenomeno migratorio verso la Palestina. E in parallelo Said
traccia la storia del popolo palestinese e ne presenta un
accurato profilo demografico e sociologico.
E' da questi elementi che bisogna partire, sostiene Said, se si
vuole «capire» la questione palestinese. «Capire», se si
accoglie questo suggerimento metodologico, significa rintracciare
la linea di continuità storica e ideologica che lega fra loro
una lunga serie di eventi: le prime ondate dell'emigrazione
sionista in Palestina, la costituzione dello Stato di Israele, la
sua progressiva espansione territoriale, la dispersione violenta
del popolo palestinese, la negazione (non solo israeliana, ma
anche araba) della sua identità collettiva, l'occupazione
militare di tutte le sue terre, la prima e la seconda Intifada,
il terrorismo suicida di Hamas e degli altri gruppi del
nazionalismo palestinese estremo.
C'è un tema cruciale sul quale Said insiste, accumulando
un'ampia documentazione e interpretandola con estrema cura
filologica. Nei decenni a cavallo fra Ottocento e Novecento,
periodo nel quale le potenze europee, in
primis l'Inghilterra, decidevano le sorti
della Palestina e incoraggiavano il movimento sionista ad
occuparla, la Palestina non era un deserto. Era, al contrario, un
paese dove viveva una comunità politica e civile composta di
oltre seicentomila persone, che dava nome al territorio ed in cui
viveva da millenni.
I palestinesi parlavano l'arabo ed erano in gran parte mussulmani
sunniti, con la presenza di minoranze cristiane, druse e sciite,
che usavano anch'esse la lingua araba. Grazie al suo elevato
grado di istruzione, la borghesia palestinese costituiva una élite
della regione mediorientale: intellettuali,
imprenditori e banchieri palestinesi occupavamo posti chiave nel
mondo politico arabo, nella burocrazia e nelle industrie
petrolifere del Golfo Persico. Questa era la situazione sociale e
demografica della Palestina nei primi decenni del Novecento e
tale sarebbe rimasta fino a qualche settimana prima della
proclamazione dello Stato d'Israele nella primavera del 1948: in
quel momento in Palestina era presente una popolazione autoctona
di circa un milione e mezzo di persone (mentre gli ebrei,
nonostante l'imponente flusso migratorio del dopoguerra,
superavano di poco il mezzo milione).
L'intera vicenda dell'invasione sionista della Palestina e della
autoproclamazione dello Stato di Israele ruota dunque attorno ad
una operazione ideologica che poi si incarnerà in una
sistematica strategia politica: la negazione dell'esistenza del
popolo palestinese.
Nelle dichiarazioni dei maggiori leader sionisti - da Theodor
Herzl a Moses Hess, a Menachem Begin, a Chaim Weizman - la
popolazione nativa, quando non è totalmente ignorata, viene
squalificata come barbara, indolente, venale, dissoluta. A questo
diffusissimo clichet coloniale
è strettamente associata l'idea che il compito degli ebrei
sarebbe stato quello di occupare un territorio arretrato e
semideserto per ricostruirlo dalle fondamenta e «modernizzarlo».
E secondo una interpretazione radicale della «missione
civilizzatrice» dell'Europa e del suo «colonialismo
ricostruttivo», la nuova organizzazione politica ed economica
israeliana avrebbe dovuto escludere ogni cooperazione, se non di
carattere subordinato e servile, della popolazione autoctona (mentre
lo Stato israeliano sarebbe rimasto aperto all'ingresso di tutti
gli ebrei del mondo e soltanto degli ebrei).
Non a caso, la prima grande battaglia che i palestinesi sono
stati costretti a combattere per risalire la china dopo la
costituzione dello Stato d'Israele è stata quella di opporsi
alla loro vera e propria cancellazione storica. Il loro obiettivo
primario è stato di affermare - non solo contro Israele, ma
anche contro paesi arabi come l'Egitto, la Giordania, la Siria -
la loro identità collettiva e il loro diritto
all'autodeterminazione. Soltanto molto tardi, non prima del 1974,
le Nazioni Unite prenderanno formalmente atto dell'esistenza di
un soggetto internazionale chiamato Palestina e riconosceranno in
Yasser Arafat il suo legittimo rappresentante.
| La negazione
dell'esistenza di un popolo nella terra dove si intendeva
installare lo Stato ebraico è lo stigma coloniale e, in
definitiva, razzistico che caratterizza sin dalle sue
origini il movimento sionista: un movimento del resto
strettamente legato alle potenze coloniali europee e da
esse sostenuto in varie forme. Dopo aver a lungo
progettato di costituire in Argentina, in Sudafrica o a
Cipro la sede dello Stato ebraico, la scelta del
movimento sionista cade sulla Palestina non solo e non
tanto per ragioni religiose, quanto perchè si sostiene,
assieme a Israel Zangwill, che la Palestina è «una
terra senza popolo per un popolo senza terra». E' in nome di questa logica coloniale che inizia l'esodo forzato di grandi masse di palestinesi - non meno di settecentomila - grazie soprattutto al terrorismo praticato da organizzazioni sioniste come la Banda Stern, guidata da Yitzhak Shamir, e come l'Irgun Zwai Leumi, comandata da Menahem Beghin, celebre per essersi resa responsabile della strage degli abitanti - oltre 250 - del villaggio di Deir Yassin. |
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| Poi, a conclusione della prima guerra arabo-israeliana, l'area occupata dagli israeliani si espande ulteriormente, passando dal 56 per cento dei territori della Palestina mandataria, assegnati dalla raccomandazione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al 78 per cento, includendo fra l'altro l'intera Galilea e buona parte di Gerusalemmme. Infine, a conclusione dalla guerra dei sei giorni, nel 1967, come è noto, Israele si impadronisce anche del restante 22 per cento, si annette illegalmente Gerusalemme-est e impone un duro regime di occupazione militare agli oltre due milioni di abitanti della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Il tutto accompagnato dalla sistematica espropriazione delle terre, dalla demolizione di migliaia di case palestinesi, dalla cancellazione di interi villaggi, dall'intrusione di imponenti strutture urbane nell'area di Gerusalemme araba, oltre che in quella di Nazaret. | ![]() |
Ma, fra tutte, è la vicenda degli insediamenti coloniali nei
territori occupati della striscia di Gaza e della Cisgiordania a
fornire la prova più persuasiva del buon fondamento
dell'interpretazione «colonialista» proposta da Edward Said.
Come spiegare altrimenti il fatto che, dopo aver conquistato il
78 per cento del territorio della Palestina, dopo aver annesso
Gerusalemme-est ed avervi insediato non meno di 180 mila
cittadini ebrei, lo Stato di Israele si è impegnato in una
progressiva colonizzazione anche di quell'esiguo 22 per cento
rimasto ai palestinesi, e già sotto occupazione militare? Come
è noto, a partire dal 1968, per iniziativa dei governi sia
laburisti che di destra, Israele ha confiscato circa il 52% del
territorio della Cisgiordania e vi ha insediato oltre 200
colonie, mentre nella popolatissima e poverissima striscia di
Gaza ha confiscato il 32 per cento del territorio, istallandovi
circa 30 colonie.
Complessivamente non meno di 200 mila coloni oggi risiedono nei
territori occupati, in residenze militarmente blindate, collegate
fra loro e con il territorio dello Stato israeliano attraverso
una rete di strade (le famigerate by-pass
routs) interdette ai palestinesi e che
frammentano e lacerano ulteriormente cio'
che rimane della loro patria.
Si puo' dunque concludere, assieme a Said,
che il «peccato originale» dello Stato di Israele è il suo
carattere strutturalmente sionista: il suo rifiuto non solo di
convivere pacificamente con il popolo palestinese ma persino di
gestire la propria egemonia in modi non repressivi, coloniali e
sostanzialmente razzisti. Cio' che l'ideologia sionista è
riuscita ad ottenere - indubbiamente favorita dalla persecuzione
antisemitica e dalla tragedia dell'Olocausto - è stata la
progressiva conquista della Palestina dall'interno.
E cio' ha dato e continua a dare al mondo
- non solo a quello occidentale - l'impressione che l'elemento
indigeno sia costituito dagli ebrei e che stranieri siano i
palestinesi. In questa anomalia sta il nucleo della tragedia che
si è abbattuta sul popolo palestinese, la ragione principale
delle sue molte sconfitte: il sionismo è stato molto più di una
normale forma di conquista e di dominio coloniale dall'esterno.
Esso ha goduto di un consenso e di un sostegno generale da parte
dei governi e della opinione pubblica europea come non è
accaduto per alcun'altra impresa coloniale.
Ma qui sta anche il grave errore commesso dalla classe politica
israeliana e dalla potente élite ebraica
statunitense che ne ha sempre condiviso le scelte politico-militari.
Un popolo palestinese esisteva in Palestina prima della
costituzione dello Stato di Israele, continua ad esistere
nonostante lo Stato di Israele ed è fermamente intenzionato a
sopravvivere allo Stato di Israele, nonostante le sconfitte, le
umiliazioni, la sanguinosa distruzione dei suoi beni e dei suoi
valori.
