Le due piu' grandi concessioni di Arafat

 

Dopo mesi di forzato confino a Ramallah, il presidente Arafat ha fatto delle concessioni, senza negoziati formali, alle due maggiori richieste da parte di Israele/Stati Uniti: ha dichiarato "terroristiche" le organizzazioni palestinesi in lotta contro l'occupazione israeliana ed ha asserito che il diritto al ritorno dei profughi palestinesi dovrebbe tener conto dei "desideri demografici di Israele".

Chiedendo a tali "organizzazioni terroristiche" di fermare ogni attivita', Arafat ha consapevolmente o inconsapevolmente fornito una copertura alla pretesa di Israele che la soppressione dell'intifada palestinese sia parte della "guerra contro il terrorismo" dichiarata dagli USA. Accettando poi il fatto che la soluzione al problema dei profughi non dovrebbe mettere in pericolo "l'ebraicita' dello stato d'Israele", Arafat ha dato un calcio al diritto al ritorno dei profughi, dando ad Israele il potere di decidere chi quando e dove possa tornare in patria.

E' importante notare che il punto di vista di Arafat, pubblicato in un articolo del New York Times, non e' legato ne' all'Autorita' palestinese ne' all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina - Arafat non aveva alcun mandato per fare delle affermazioni senza il consenso delle leadership delle due organizzazioni.

L'articolo, dunque, infligge seri danni ad Arafat, alla leadership palestinese ed al popolo. Esso ha offerto agli Stati Uniti l'alibi per giustificare gli ordini e le parole che ha praticamente imposto ai palestinesi - cioe' che l'Autorita' palestinese faccia il possibile per facilitare la cosiddetta "guerra israeliana contro il terrorismo". Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleeza Rice ha reso esplicita questa trappola, affermando che ora Arafat deve fare la sua parte.

Sembra che l'articolo punti in parte a dissuadere gli USA dal rompere i rapporti con Arafat ed a riesumare l'iniziativa a favore di uno stato palestinese che veda la luce alla fine dei negoziati israelo-palestinesi, cioe' al vecchio gioco delle scatole cinesi in cui Israele e Stati Uniti avevano relegato la risoluzione del problema palestinese. Accettando queste condizioni, Arafat e' caduto potenzialmente in trappola - trascinando con se' il suo popolo e la causa palestinese.

"Condanno gli attacchi compiuti da gruppi terroristi contro civili", scrive Arafat. "Questi gruppi non rappresentano il popolo palestinese e la sua legittima aspirazione alla liberta'. Sono organizzazioni terroristiche, e sono determinato a mettere fine alle loro attivita'", dichiara. Ma chi sottintende col nome di "gruppi terroristici"? Il Dipartimento di Stato americano, nella sua personale lista, ha inserito la Jihad Islamica, Hamas ed il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, facendo capire che potrebbero essere inclusi anche il Fronte Democratico e la Brigata dei Martiri dell'Aqsa di Fatah.

Una cosa e' condannare l'assassinio di civili, ma accettare effettivamente la definizione di "terrorismo" imposta da Washington, distrugge la legittimita' della resistenza palestinese contro l'occupazione israeliana.

La definizione israelo-americana del "terrorismo palestinese" e dell' "inaccettabile violenza", include tutti gli atti di resistenza contro Israele, compreso l'intifada, e non e' limitata agli attacchi kamikaze contro civili israeliani. E' una logica distorta, da parte di Arafat, definire "terroristi" i gruppi della resistenza palestinese, e fara' solo in modo che le richieste e le pressioni di Washington (Tel Aviv) su di lui aumentino sempre piu'. Inoltre, tale pubblica offesa delle organizzazioni palestinesi non riabilita Arafat agli occhi delle "teste pensanti" americane, per le quali egli e' e resta "il padre del terrorismo moderno".

L'articolo di Arafat manda un altro messaggio molto pericoloso a Washington. Esso offre una chiave di lettura della Risoluzione ONU 194 - la quale sancisce il diritto inalienabile dei profughi palestinesi a tornare nelle loro terre e case - che distrugge i contenuti della risoluzione stessa. Questa era una proposta gia' azzardata dall'amministrazione Clinton e chiaramente articolata dal segretario di Stato Powell lo scorso novembre come "sostituzione" (a tutto vantaggio di Israele) della Risoluzione 194.

Arafat, anche come leader eletto, non ha alcun potere di fare tali concessioni - ne' ad un tavolo negoziale ne' in un articolo di giornale. E adesso e' garantito che gli USA faranno pressioni ancora maggiori per un compromesso che faccia decadere la Risoluzione 194, e, con essa, il diritto al ritorno del popolo palestinese.

Cio' e' ancora piu' importante in previsione di nuovi colloqui israelo-palestinesi. Le mediazioni di un governo arabo a Washington suggeriscono un nuovo compromesso. In questa ottica ed in questo contesto dell'iniziativa araba (originariamente giordana) deve essere letto l'articolo di Arafat: e cioe' la proposta di uno stato palestinese da ottenere in cambio della sicurezza per Israele.

Il significato "allargato" della sicurezza per Israele include l'accettazione araba per quelli che sono i "desideri demografici israeliani" e grosse limitazioni alla sovranita' dello stato palestinese. Siamo molto tentati di rigettare l'articolo e l'intero suo contenuto come l'estremo tentativo, da parte di Arafat, di salvare se' stesso dalle minacce israeliane ed americane. Il ministro degli esteri israeliano Shimon Peres ha apertamente detto che ora "Arafat deve far seguire i fatti alle parole, se vuole mantenere la sua "legittimita'" in occidente". Ma quale genere di legittimita' puo' ottenere Arafat se non gli viene data dal popolo palestinese? Nonostante tutti i suoi fallimenti e la continua "svendita" del problema palestinese, Arafat ha avuto gente del suo popolo che ha manifestato per lui alla faccia dell'assedio israeliano. Ma se i palestinesi abbandonano Arafat, "la sua legittimita' in occidente" non avra' piu' nessun significato.

Dichiarazione della Commissione Palestinese per la Difesa del Diritto al Ritorno

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