Le finzioni, l'assedio, le soluzioni
di Holger Jensen, Rocky Mountain News, Feb. 2002
BEIT JALA - Vestita di nero, Susan Thaljieh piange suo figlio, portatole via da pallottole israeliane tre mesi fa.
La sua foto pende da un ciondolo che ha al collo. Essa adorna i muri di molti palazzi in questo villaggio arabo che si trova appena fuori Betlemme. Johnny Yousef George Thaljieh e' diventato il "martire della Chiesa della Nativita' ".
Non era ne' un kamikaze e neppure un lanciatore di pietre: era solo un giovane di 17 anni appartenente alla piccola comunita' cristiano-palestinese, spesso dimenticata in quella che viene definita, impropriamente, "lotta tra musulmani ed ebrei".
C'erano stati alcuni spari quel giorno di ottobre, come spesso tra Beit Jala e l'insediamento colonico di Gilo, ma non vicino alla Chiesa della Nativita'. Niente, dice sua madre, che potesse far pensare ai cecchini israeliani che Johnny potesse rappresentare un pericolo. Era appena uscito dalla chiesa e giocava col suo cuginetto di 4 anni nella Piazza della Mangiatoia, quando un proiettile gli spacco' il cuore.
"Come cristiana posso perdonare gli israeliani", dice Susan, "ma come madre, non potro' mai coesistere col popolo che ha ucciso mio figlio".
Il governo israeliano dice che suo figlio e' stato colpito da un "proiettile vagante" e non riconosce che lo sparo sia provenuto da un cecchino israeliano. Nonostante cio' non c'e' mai stata alcuna inchiesta sull'assassinio.
E cosa pensa Susan della giovane donna di Ramallah che e' divenuta una bomba umana, uccidendo un anziano israeliano e ferendone piu' di 100 a Jaffa Street, Gerusalemme?
"Ha avuto il coraggio di fare cio' che molti desidererebbero fare", dice la donna. "E' un atto nato dalla disperazione. Quando gli israeliani capiranno che piu' ci rendono disperati piu' soffriranno essi stessi?".
Non lontano da qui, le macchine israeliane sfrecciano lungo un'autostrada per ebrei che si incunea nella terra palestinese e trasporta i coloni sani e salvi all'insediamento di Gush Etzion. Due giorni fa, abbiamo attraversato quella strada per sentire la versione della storia da parte dei coloni. Ora siamo in territorio palestinese, e la storia ci appare diversa.
Betlemme e Beit Jala sono sotto assedio, circondate da checkpoints israeliani e veicoli blindati che impediscono ai palestinesi di viaggiare e spostarsi per andare a scuola, all'ospedale, al lavoro. Non si puo' nemmeno visitare il luogo della nascita di Cristo senza l'approvazione di soldati armati fino ai denti. Il turismo, attivita' principale a Betlemme, e' morto come il Paradise Hotel, tempestato dai bombardamenti.
Dall'inizio dell'intifada, oltre 1.400 case di Beit Jala sono state danneggiate. L'ultima volta, i tanks israeliani la invasero lo scorso ottobre, passando con i carriarmati per andare a Gilo, ma lasciando sul terreno molte vittime innocenti. Uno dei 12 martiri le cui fotografie sono affisse su tutti i muri del villaggio era la mamma di due bambini, uccisa mentre comprava del latte per i suoi figli.
Aisa Shatleh ci mostra cio' che resta della sua casa. I tre piani superiori sono inabitabili, bucati da decine di proiettili calibro 50 e missili di carroarmato. I proiettili ed i frammenti di bombe sono conficcati nelle pareti.
L'anziano padre di Shatleh fu colpito da infarto durante un bombardamento ed e' ancora in ospedale. Nella sola stanza non danneggiata della casa dormono 13 persone. Suo fratello, Walid, e' insegnante e maestro di scout. Prima aveva contatti con israeliani, una volta ha persino frequentato un campo in Germania con gruppi misti di scouts palestinesi ed israeliani. Ora non vuole piu' averci a che fare. E' adirato, spaventato e vuole emigrare.
"Voi americani, vi preoccupate sempre della sicurezza di Israele, ma cosa dite della nostra sicurezza?", chiede, "Io sono un insegnante, non un terrorista, chi mi protegge dalle aggressioni israeliane?"
Il Prof, Jad Ishaq, dell'Applied Research Institute-Jerusalem (ARIJ), che si trova a Betlemme, dice che l'unico modo per proteggere la popolazione palestinese e' attraverso l'invio di osservatori internazionali. E il solo modo per proteggere Israele dal terrorismo e' mettere fine all'occupazione della terra palestinese, mandandone via tutti i coloni.
"L'unica ragione per la quale Israele non vuole "internazionalizzare" il conflitto, " dice, "e' che non vuole che il resto del mondo veda il modo in cui ci ruba la terra, l'acqua e la dignita'. Quello che c'e' qui, e' molto peggio dell'apartheid del Sudafrica. E' colonizzazione travestita da "sicurezza". E viene fatta con l'aiuto dei vostri contribuenti americani. Se voi non deste ad Israele le vostre armi, il vostro aiuto ed il vostro veto al Consiglio di Sicurezza delle N.U., Israele non potrebbe fare tutto cio' che fa".
L'invio di osservatori internazionali e' stato raccomandato da numerosi inviati stranieri e formalmente chiesto tre volte dai palestinesi dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Ma esso non e' stato mai accettato da Israele e Washington, che sostiene la posizione israeliana, afferma che l'invio di osservatori deve essere accettato da ambo le parti.
L'ARIJ e' un istituto statistico per la creazione di mappe attraverso immagini satellitari. Esso e' stato creato con i fondi della Comunita' EUropea allo scopo di dimostrare come Israele, nonostante asserisca di aver gia' ceduto una percentuale di Cisgiordania, stia, in realta', confiscando nuove terre e il cuore delle risorse palestinesi.
Dalla vittoria nella Guerra dei Sei Giorni (1967) ad oggi, Israele ha confiscato o dichiarato "aree chiuse" piu' del 55% della Cisgiordania e del 25% della Striscia di Gaza. La terra confiscata e' stata usata per costruire insediamenti, autostrade per coloni e installazioni militari.
Le aree chiuse sono zone di sicurezza totalmente vietate ai palestinesi. Non ci possono ne' vivere ne' andare.
L'ARIJ dice che Israele ha deviato l'acqua della Cisgiordania verso le citta' israeliane, lasciando ai palestinesi solo il 15% delle loro risorse.
Diciotto insediamenti sono stati costruiti a Gaza e piu' di 200 nella Cisgiordania, ed essi ospitano 209.000 coloni, all'ultima conta. La popolazione dei coloni e' quasi raddoppiata dall'inizio del "processo di Oslo", nel 1993, alimentando il timore palestinese che Israele non intenda affatto smantellarli.
Essi si sono estesi fino quasi a raggruppare ed annettere Gerusalemme est, cambiando la demografia di quello che era il Quartiere arabo. I dintorni di Gerusalemme contengono 200.000 ebrei, che Ishaq chiama "colonialisti".
Da Betlemme si vede chiaramente Har Homa, un nuovo insediamento costruito su terra palestinese recentemente confiscata. Esso doveva espandere i confini della Grande Gerusalemme e consolidare la presa di possesso, da parte di Israele, della Citta' Santa. Ma ora e' vuoto, eccetto che per l'esercito, che vi staziona in pianta stabile. Pochi israeliani vogliono acquistare casa ad un tiro di schioppo da palestinesi ostili.
Gli insediamenti e le unita' abitative fuori Gerusalemme sono collegati tramite una complessa rete di strade py-pass. Dalla firma degli accordi di Oslo ad oggi, sono stati costruiti oltre 200 miglia di strade by-pass, con un costo di 3,2 miliardi di dollari.
"Un colono puo' girare in lungo ed in largo i territori occupati senza vedere un solo palestinese", dice Ishaq, "mentre noi restiamo chiusi nelle nostre gabbie". Le "gabbie" a cui si riferisce sono i 64 cantoni in cui i palestinesi, in teoria, avrebbero l'auto-governo. Essi sono isolati l'uno dall'altro, sotto completo controllo militare israeliano e circondati da insediamenti, "aree chiuse", "strade by-pass", checkpoints, blocchi stradali e pattuglie dell'esercito.
Israele dice che queste sono misure di sicurezza necessarie a proteggersi dagli attacchi terroristici.
"L'area cumulativa dei 64 cantoni copre circa il 40% della Cisgiordania", dice Ishaq. "Se Sharon la pensa cosi', quest'area corrispondera' in pieno all'idea di stato palestinese riconosciuto da Israele nel futuro indefinito. Questa sistemazione, infatti, eliminerebbe qualsiasi possibilita' di uno stato "praticabile" e lascerebbe i palestinesi per sempre sottomessi ad Israele.
"Le enclavi palestinesi sarebbero completamente circondate da Israele e i movimenti tra queste aree dipenderebbero, in ogni momento, dalla volonta' di Israele. Inoltre, quelle che Sharon chiama Aree di sicurezza 0 occidentale ed orientale, insieme alle colline acquifere, sono le parti piu' fertili della Cisgiordania e le piu' ricche fonti d'acqua. Perderle significherebbe lasciare i palestinesi senza alcuna base per un futuro sviluppo".
Dunque, qual'e' la soluzione?
"Gli israeliani devono capire che non possono sostenere l'occupazione, ed andarsene", dice Ishaq. "Cio' di cui Israele ha bisogno e' di un Charles De Gaulle, qualcuno che provi a considerarci ed a darci giustizia. Sfortunatamente, Israele ha a cuore solo la sua sicurezza, il suo sangue. Le nostre sofferenze continueranno fino a che essi non capiranno che essi le provocano anche a se' stessi".
Perche' non tentare mezzi pacifici per risolvere il caso? Perche' ricorrere alla violenza, che ha rafforzato il legame Israele-USA, aumentando le pressioni su Arafat persino da parte dei paesi arabi che non vogliono trovarsi sulla sponda sbagliata nella "guerra al terrorismo" di Bush?
"Abbiamo tentato, e tutto cio' che ne abbiamo ricavato e' che Israele ha rubato piu' terra", dice Ishaq. "Io stesso sono stato per sei mesi in detenzione amministrativa per proteste pacifiche. Per quanto riguarda Arafat, il fatto che sia con la pistola israeliana puntata su di lui, puo' solo dargli maggiore supporto da parte palestinese. La sua umiliazione e' la nostra umiliazione".
Brian Wood, un 27enne pacifista di Denver ha cercato di convincere i palestinesi ad opporre una resistenza pacifica, ma ammette che non e' facile.
"Per loro, resistenza passiva vuol dire accettazione passiva dell'occupazione, e non possono permetterselo", dice. "Sto cercando di dire loro che in realta' e' resistenza attiva, ma fatta con mezzi pacifici".
Wood venne la prima volta in Israele per visitare degli amici ebrei. Ha anche vissuto in un insediamento per un po'. Ma ha subito notato la disparita' tra le condizioni di vita negli insediamenti e nei villaggi palestinesi attorno.
"Li', nuotavo in piscina mentre i palestinesi non avevano neppure l'acqua da bere", dice. "Una volta che ti sei liberato dall'influenza tutta filo-israeliana dei media americani, e' facile vedere chi viene trattato bene e chi no".
Il Checkpoint, il coraggio, e le lacrime di Susan, la mamma di George
traduzione a cura di www.arabcomint.com