LE LACRIME DELLE MADRI SONO UGUALMENTE SALATE!
Della dott. Jumana Odeh, direttrice del "Palestinian Happy Child Center"
Anche lei era nata palestinese e moriva palestinese. Le mamme palestinesi ricordano la data di nascita, il peso, il primo passo e la prima parola di ogni figlio avuto. Anche se illetterata, anche se ha avuto molti bambini, ogni mamma ricorda tutti I dettagli di suo figlio. Noi siamo otto, tra fratelli e sorelle. Mia madre conserva una ciocca dei capelli di ciascuno. Ricordo ancora I documenti che mi diede quando lasciai la casa paterna: vi erano conservate le prescrizioni pediatriche a partire da quando avevo sette mesi. Anche mia madre e' palestinese. Nella mia quasi ventennale esperienza con le mamme della Cisgiordania e di Gaza, ho sempre potuto constatare l'attenzione di queste ultime verso la salute ed il benessere dei loro bambini. E, come pediatra, ho imparato piu' da queste mamme, per quello che concerne la nostra cultura e le nostre attitudini, che dai testi di studio. Ho sperimentato la maternita' allorche' ho dato alla luce la mia primogenita: qualchevolta noi donne abbiamo paura del parto, e siamo emozionate, ma ricordo ancora di aver potuto riconoscere il pianto di Dana tra quello di altri sette bambini della nursery. Noi mamme palestinesi, come tante altre mamme al mondo, nutriamo al seno I nostri piccoli. Il 97% di noi lo fa. Qualche volta moriamo di parto, come credo possa accadere ovunque, ma particolarmente in un paese sotto assedio, come e' la Palestina.
In questo contesto, il "martirio" viene considerato come una sofferenza inevitabile a cui sono esposte a causa della legittima lotta di liberazione nazionale. E' proprio la fede nel "jihad" e nella "shahada" (martirio) che da' loro l'animo di resistere e di alimentare la resistenza nazionale. Perche' c'e' chi sostiene che siamo noi madri a mandare I nostri figli in strada a farsi uccidere? Forse il fatto che desideriamo che noi e loro viviamo in un paese libero ci fa amare meno I nostri figli? Queste asserzioni sono, io credo, razziste, poiche' tendono a far apparire I palestinesi come sub-umani o disumani. Ma la questione, a mio avviso, va ribaltata: invece di accusare le mamme palestinesi, dovrebbe essere considerato il fatto che Israele, nel ventunesimo secolo, e' il solo paese che occupa la terra di un altro popolo. E che il 99% dei giovani che partecipano attualmente alla lotta di liberazione nazionale sono nati sotto l'occupazione. E che il 100% di essi appartengono alla generazione della prima intifada. La maggioranza assoluta di essi ha sperimentato sulla propria pelle tutte le forme della aggressione degli occupanti, il 42% ha visto malmenare il proprio padre o arrestarlo o ucciderlo; il 92% e' stato esposto ai gas lanciati dall'esercito sulla popolazione civile; l'85% ha assistito a raids notturni; il 19% e' stato arrestato almeno una volta; il 23% e' stato ferito. Nonostante cio', studi psicologici fatti sui ragazzi palestinesi, asseriscono che essi hanno un concetto positivo di se' ed una grande auto-stima. Cosa potremmo volere di piu' da una generazione nata e cresciuta in guerra? Noi mamme detestiamo la sofferenza dei nostri figli e preferiremmo incanalare la rabbia, la paura e il dolore in qualcosa di costruttivo, ma insistiamo sul diritto dei nostri figli di vivere in dignita', in un paese libero. Chi puo' negarci questo diritto? E mi viene alla mente un episodio capitatomi con la mia figlia piu' piccola, Tala. Nonostante la difficile situazione in cui ci troviamo, lei si stava divertendo a preparare pop-corn da vendere ad una funzione scolastica, la cosiddetta "cerimonia dei doni bianchi". All'improvviso, I coloni o I soldati israeliani hanno cominciato a bombardare I dintorni. Tala mi ha guardato e ha detto: "Questo non e' uno scherzo. Stavolta sparano con pallottole di 800 mm e non con 500 mm". Come gli altri bimbi palestinesi, ha cominciato a cogliere la differenza tra il suono di diverse pallottole e missili. Sfortunatamente, gli israeliani continuano a voler insegnare ai nostri figli il linguaggio della guerra, invece di quello della pace!". |
traduzione a cura di www.arabcomint.com