LE LACRIME DELLE MADRI SONO UGUALMENTE SALATE!

Della dott. Jumana Odeh, direttrice del "Palestinian Happy Child Center"

 

Non dimentichero' mai la voce della madre di un giovane martire, mentre ci raccontava della morte di suo figlio. Lei si era accorta della sua assenza appena dopo il tramonto. Di solito, il giovane era sempre a casa, a quell'ora. La mamma si precipito' fuori casa, col terrore negli occhi, con una voce tremula che implorava le rocce di darle notizie del figlio. Pochi minuti dopo, la terribile notizia dell'uccisione del suo ragazzo.

Lei era, ed e', una mamma palestinese.

Mia suocera perse suo figlio Osama in Libano, nel 1982. Fu assassinato da un cecchino israeliano. Da quel momento in poi, ogni volta che guardavo I suoi occhi, speravo di vedere dissolto il velo di tristezza che li copriva. Ogni volta pensavo che il tempo l'avrebbe aiutata a superare l'afflizione, come sempre accade. Lei continuo' a riversare amore ai nostri figli: da noi c'e' un proverbio che dice che "piu' cari dei figli, sono I figli dei figli", ma non dimentico' mai Osama. E' vero, aveva altri figli, ma lei continuava a dire che ogni figlio occupa un posto speciale nel cuore di una madre e nessuno puo' sostituirlo. Mia suocera cerco' di fronteggiare il suo dolore fino all'ultimo momento della sua vita. Nel 1990, fu sopraffatta dall'esplosione di una granata con gas lacrimogeno sparata proprio sotto la sua finestra dai soldati israeliani, nel piccolo villaggio presso Gerusalemme dove abitava. Il suo povero cuore non resse alle massicce esalazioni di gas.

Anche lei era nata palestinese e moriva palestinese.

Le mamme palestinesi ricordano la data di nascita, il peso, il primo passo e la prima parola di ogni figlio avuto. Anche se illetterata, anche se ha avuto molti bambini, ogni mamma ricorda tutti I dettagli di suo figlio.

Noi siamo otto, tra fratelli e sorelle. Mia madre conserva una ciocca dei capelli di ciascuno. Ricordo ancora I documenti che mi diede quando lasciai la casa paterna: vi erano conservate le prescrizioni pediatriche a partire da quando avevo sette mesi.

Anche mia madre e' palestinese.

Nella mia quasi ventennale esperienza con le mamme della Cisgiordania e di Gaza, ho sempre potuto constatare l'attenzione di queste ultime verso la salute ed il benessere dei loro bambini. E, come pediatra, ho imparato piu' da queste mamme, per quello che concerne la nostra cultura e le nostre attitudini, che dai testi di studio. Ho sperimentato la maternita' allorche' ho dato alla luce la mia primogenita: qualchevolta noi donne abbiamo paura del parto, e siamo emozionate, ma ricordo ancora di aver potuto riconoscere il pianto di Dana tra quello di altri sette bambini della nursery. Noi mamme palestinesi, come tante altre mamme al mondo, nutriamo al seno I nostri piccoli. Il 97% di noi lo fa. Qualche volta moriamo di parto, come credo possa accadere ovunque, ma particolarmente in un paese sotto assedio, come e' la Palestina.

Ho un'amica americana ed un'amica francese. Abbiamo la stessa eta', figli coetanei ed esercitiamo la stessa professione. Qualche giorno fa, durante il bombardamento israeliano di Ramallah, Beit Jala e Beit Sahur, tutte noi abbiamo sperimentato la tachicardia e l'innalzamento della pressione sanguigna che prende le mamme allorche' sentono che I loro figli sono in pericolo. Biologicamente, siamo le stesse, anche se qualcuno pensa che io sia meno umana rispetto alle altre madri solo perche' sono palestinese.

Studi fatti sulle madri in Palestina mostrano che, come gli altri membri della comunita', esse hanno rafforzato la consapevolezza politica e religiosa, che da' loro la forza di resistere alle dure condizioni di vita cui sono costrette dalla violenza della prolungata occupazione militare.

Il supporto psicologico e' fondamentale per i bambini che hanno visto uccidere genitori, fratelli, compagni di scuola

In questo contesto, il "martirio" viene considerato come una sofferenza inevitabile a cui sono esposte a causa della legittima lotta di liberazione nazionale. E' proprio la fede nel "jihad" e nella "shahada" (martirio) che da' loro l'animo di resistere e di alimentare la resistenza nazionale.

Perche' c'e' chi sostiene che siamo noi madri a mandare I nostri figli in strada a farsi uccidere? Forse il fatto che desideriamo che noi e loro viviamo in un paese libero ci fa amare meno I nostri figli? Queste asserzioni sono, io credo, razziste, poiche' tendono a far apparire I palestinesi come sub-umani o disumani. Ma la questione, a mio avviso, va ribaltata: invece di accusare le mamme palestinesi, dovrebbe essere considerato il fatto che Israele, nel ventunesimo secolo, e' il solo paese che occupa la terra di un altro popolo. E che il 99% dei giovani che partecipano attualmente alla lotta di liberazione nazionale sono nati sotto l'occupazione. E che il 100% di essi appartengono alla generazione della prima intifada. La maggioranza assoluta di essi ha sperimentato sulla propria pelle tutte le forme della aggressione degli occupanti, il 42% ha visto malmenare il proprio padre o arrestarlo o ucciderlo; il 92% e' stato esposto ai gas lanciati dall'esercito sulla popolazione civile; l'85% ha assistito a raids notturni; il 19% e' stato arrestato almeno una volta; il 23% e' stato ferito.

Nonostante cio', studi psicologici fatti sui ragazzi palestinesi, asseriscono che essi hanno un concetto positivo di se' ed una grande auto-stima.

Cosa potremmo volere di piu' da una generazione nata e cresciuta in guerra? Noi mamme detestiamo la sofferenza dei nostri figli e preferiremmo incanalare la rabbia, la paura e il dolore in qualcosa di costruttivo, ma insistiamo sul diritto dei nostri figli di vivere in dignita', in un paese libero. Chi puo' negarci questo diritto?

E mi viene alla mente un episodio capitatomi con la mia figlia piu' piccola, Tala. Nonostante la difficile situazione in cui ci troviamo, lei si stava divertendo a preparare pop-corn da vendere ad una funzione scolastica, la cosiddetta "cerimonia dei doni bianchi". All'improvviso, I coloni o I soldati israeliani hanno cominciato a bombardare I dintorni. Tala mi ha guardato e ha detto: "Questo non e' uno scherzo. Stavolta sparano con pallottole di 800 mm e non con 500 mm".

Come gli altri bimbi palestinesi, ha cominciato a cogliere la differenza tra il suono di diverse pallottole e missili. Sfortunatamente, gli israeliani continuano a voler insegnare ai nostri figli il linguaggio della guerra, invece di quello della pace!".

traduzione a cura di www.arabcomint.com