Il linguaggio e'
criminale
di Ramzy Baroud
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| Per Annan, i guai del Medio Oriente cominciano quando un giovane palestinese si fa esplodere in una strada di Tel Aviv. La sua osservazione non e' certamente l'eccezione, ma la norma imperante. Egli e' solo un mattone di un grottesco edificio di vigliaccheria politica ... |
24 ottobre 2003
L'attento e premuroso Annan ha deliberatamente omesso una sequenza vitale dall'equazione. |
Un solenne messaggio da parte del Segretario Generale delle N.U., Kofi Annan, e' stato recentemente letto a Siviglia, in Spagna. "Gli attacchi kamikaze sono immorali. Sono controproducenti. Devono essere fermati", ha detto. L'apparentemente retta osservazione di Annan, in realtà, nasconde una profonda e formidabile presentazione di quella tendenza politica ed intellettuale senza la quale Israele non potrebbe sostenere la sua guerra genocida contro il popolo palestinese. Stranamente, secondo la visione di Annan, i guai del Medio Oriente cominciano in quel momento critico in cui un giovane palestinese si fa esplodere in una strada affollata di Tel Aviv. Lo storicamente attento e premuroso Annan deve sapere che ha deliberatamente omesso una sequenza vitale dall'equazione. |
L'osservazione del Segretario Generale non e' certamente l'eccezione, ma la norma imperante. Egli e' solo un mattone di un grottesco edificio di vigliaccheria politica, se non di settarismo: se una qualsiasi visione di pace non e' strettamente connessa alla condanna più dura della violenza palestinese, non ha alcuna possibilità di essere presa in considerazione.
Censurare la violenza palestinese non e' qualcosa da disapprovare di per sé, ammesso pure che tale violenza non sia stata impiegata in casi di auto-difesa e avesse preso di mira civili innocenti la cui relazione con il conflitto era di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma la tendenza alla codardia intellettuale, e dunque politica, sembra porre la violenza palestinese in un vacuum, spogliandola di qualsiasi rilevanza significativa nel più vasto spettro politico e storico del conflitto globale. In tale modo, la violenza palestinese diviene l'inventore del conflitto, più che uno dei suoi tristi seppure prevedibili risultati.
Bush, al solito, e' l'esempio più ovvio e scontato. "Condanno inequivocabilmente il crudele atto di terrorismo commesso oggi ad Haifa", ha detto, riferendosi all' "azione criminosa, che ha preso di mira famiglie riunite per divertirsi ad un pranzo dello Shabbat, e che ha ucciso e ferito dozzine di uomini, donne e bambini". L'attacco ad Haifa e' avvenuto il 4 ottobre. Israele ha "risposto" bombardando la Siria e marciando su un poverissimo campo profughi di Gaza, uccidendo un totale di 15 palestinesi. La commozione di Bush era rapidamente evaporata. Israele "non deve sentirsi limitato" nella sua auto-difesa, ha dichiarato riferendosi al bombardamento in Siria, mentre gli altri dirigenti dell'amministrazione attingevano alla stessa logica che seguì l'attacco a Gaza.
Ciò che Annan e Bush hanno in
comune e' che entrambi sono membri del cosiddetto "quartetto" per la
pace in Medio Oriente. Essi, insieme all'Unione Europea ed alla Russia, sono i
nuovi padrini del dormiente processo di pace. Per attivarlo, e' fondamentale
l'imparzialità da parte del quartetto.
Ma le dichiarazioni, pronunciate di norma dai dirigenti europei e delle N.U.,
nonché ovviamente americani, rivelano la presenza di tale parzialità. Mentre i
palestinesi affrontano da soli, e senza nessuna protezione, il peso
dell'aggressione israeliana, la loro umile e, spesso, disperata auto-difesa non
sfugge mai alle maglie della più dura condanna. Al tempo stesso, Israele con
molta difficoltà viene rimproverato se, nelle punizioni inflitte alla sua
vittima, va troppo oltre. Solo "l'uso sproporzionato della forza"
sembra infastidire Annan, ad esempio, mentre la violenza palestinese e' da
aborrire senza alcuna condizione.
Appena una settimana dopo la fine
dell' "operazione" israeliana a Gaza, l'esercito israeliano ha
condotto nuovi attacchi letali contro un altro campo profughi, Nusseirat. I
morti hanno raggiunto il numero di 13, mentre i feriti hanno superato il limite
del centinaio.
Javier Solana, Alto Rappresentante dell'Unione Europea per le Politiche
Comunitarie, e' stato uno dei pochissimi che hanno blandamente protestato contro
gli attacchi missilistici. Solana ha buttato giù le sue argomentazioni con la
quasi rituale formula "pacificatrice": "L'U.E. riconosce
pienamente il diritto di Israele a difendere i suoi cittadini dagli attacchi
terroristici", ma "Invito il governo israeliano ad esercitare il
massimo sforzo per evitare vittime civili". Non sono stati i missili
lanciati contro un campo profughi a suscitare il dilemma in Solana, ma la
mancanza di precisione che ha causato un gran numero di vittime civili. Secondo
la legge internazionale, la sola presenza di Israele nel campo profughi e'
illegale, per non parlare della sua ultradecennale occupazione, ma ciò non
sembra infastidire alcuno. E l'U.E. e' spesso definita un "partner"
nel processo di pace.
Con l'assenza di una denuncia
concreta, la macchina militare di Sharon non ha resistito alla tentazione di
attaccare Ramallah due giorni dopo: nuovo coprifuoco, chiusura di tutti gli
uffici dei media, incursione in una moschea e, naturalmente, alcune vite
spezzate nel corso del raid.
La codardia intellettuale non e', naturalmente, abbastanza per soffocare
l'apprensione internazionale che tali aggressioni israeliane potrebbero
generare. Qui subentra il compito dei media, e la loro utilizzazione. L'attacco
kamikaze ad Haifa, ad esempio, e' stato descritto come una "festa
dell'orrore" da un titolo dell'Observer britannico, titolo che si
reincarnava nelle immagini macabre e nelle parole vistosamente adirate
utilizzate in tutta Europa e nel nord America. Il massacro successivo
all'invasione di Gaza non ha ricevuto tanti commenti irati, ed e' stato persino
giustificato con le soliti "preoccupazioni per la sicurezza" da parte
di Israele a causa di presunti tunnel usati per contrabbandare armi nel
campo. Poco dopo, il bombardamento del campo di Nusseirat non suscitava nessun
interesse nel New York Times, che sceglieva una diversa angolatura per sminuire
la natura raccapricciante del bombardamento israeliano: "Due versioni
estremamente contrastanti sul modo in cui Israele ha ucciso sette persone a
Gaza".
Persino la disapprovazione verso Israele, nei principali media occidentali - in gran parte esposta negli editoriali ed in commentari accuratamente scelti - non e' dovuta al sentimento di empatia verso gli occupanti, ma e' il risultato di preoccupazione per l'immagine degli occupanti: "La costruzione degli insediamenti minaccia l'identità ebraica di Israele"; "Il muro di apartheid mette in pericolo la soluzione dei due stati", dunque dei "bisogni demografici" di Israele; "La violenza danneggia l'economia israeliana e lo stato d'animo di una popolazione sempre ansiosa", eccetera. In breve, la presentazione del conflitto in Medio oriente nei suoi momenti più drammatici e' governata da un modello xenofobo che, persino nella sua formazione più sana, e' ad uso e consumo degli interessi dell'aggressore, più che della vittima soggiogata.
La spiegazione di questo
approccio sciovinista non può essere circoscritta ad un gruppo di
individui, organizzazioni o dogmi religiosi, né può essere cancellata
mediante il mero riconoscimento della sua esistenza. Deve essere invece
catalogata con il nome che essa merita: razzismo, in tutte le sue più
crude definizioni. |
"Dov'e' il mondo? Come mai resta zitto mentre noi veniamo macellati come pecore?" |
Mentre tali conclusioni
generalizzate possono fornire una risposta in qualche modo gratificante, almeno
per me, non possono però in alcun modo sollevare la sofferenza di un profugo di
Nusseirat, sconvolto dalle scene di sangue e ossessionato dalle urla degli
innocenti colpiti: "Dov'e' il mondo, dove sono gli Stati Uniti, dov'e'
l'ONU? Come mai restano zitti mentre noi veniamo macellati come pecore?"
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fonte: Palestine Chronicle
Traduzione a cura di www.arabcomint.com
Ramzy Baroud e' un giornalista
palestinese-americano ed e' capo-redattore del Palestine Chronicle. I suoi
articoli sono stati pubblicati in molti dei più importanti giornali al mondo.
E' autore dell'antologia "Searching Jenin: il racconto dei testimoni
oculari dell'invasione israeliana".