Fathi Makboul:
Docente all’Istituto Universitario Orientale di Napoli
La poesia araba contemporanea
La poesia araba tradizionale, dall’epoca preislamica sino agli ultimi dieci anni del secolo scorso, era legata al metro e alla rima. Ciascun verso doveva terminare con le stesse lettere con cui si chiudeva il primo verso della poesia. All’inizio del ventesimo secolo, esattamente nel 1905, il poeta iracheno Gamil Sidqi az-Zahawi (1863-1936) compose alcune poesie strutturate a strofe con rima diversa. Nello stesso anno il poeta libanese Amin ar-Rihan? (1876-1940) compose poesie chiamate poesie in prosa. Negli anni trenta, a causa dell’intensificarsi dei contatti tra il mondo arabo e l’occidente, comincio' a comparire un tipo nuovo di poesia, definito as-Si’r al-Hurr (verso libero) imitando lo stile dei poeti Whitman e T.S.Eliot. Il primo ad imitarli fu Ahmad Abû Shadi (1892-1955) che nel 1938 pubblico' una sua poesia di verso libero sulla rivista egiziana “Apollo”; non avendo, pero' trovato risonanza, la poesia di verso libero rimane sconosciuta sino al 1947. Allora due giovani poeti iracheni Badr Sâkir as-Sayyâb e Nâzik al-Malâ’ikah composero in verso libero contemporaneamente nel mese di dicembre dello stesso anno.
Il 1947 si considera, pertanto, l’anno della comparsa del verso libero. Da quel momento via via il verso libero comincia a prendere il sopravvento sulla poesia tradizionale “Amudi”, anche se, negli ultimi anni, si avverte un forte ritorno alla poesia rimata. La rapida diffusione del verso libero è dovuta alla facilità del comporre senza il vincolo della rima, pur rispettando, inizialmente, il metro. In seguito alcuni poeti trascurano persino il metro. In tal modo questo tipo di composizione poetica viene a perdere il fascino della poesia. E’ questo il motivo che determina la rinascita della poesia tradizionale “rimata”, per l’attrattiva della sua musicalità, benché essa limiti la libera esposizione dei concetti. Il verso libero degli ultimi decenni, inoltre, viene appesantito dal frequente uso della metafora e del simbolismo che rendono astrusa la comprensione del contenuto della produzione poetica. Come si è accennato, fin dagli ultimi decenni del secolo scorso, i poeti arabi cominciarono a comporre poesie di tipo neoclassico, per esigenza politica o reazione all’influenza Occidentale.
Tra i più noti poeti di questo tipo di poesia ricordiamo: gli egiziani Mahmûd Sâmi al-Bârûdi (1838-1904), Ahmad Shawqi (1868-1932) e il poeta iracheno 'Abd al-Muhsin al-Kazimi (1865-1935). Argomenti di queste composizioni erano problemi sociali, politici, patriottici; veniva soprattutto evidenziata l’avversione all’occupazione occidentale e all’atteggiamento dei governanti arabi. Ovviamente essi componevano in poesia rimata di tipo amudi (tradizionale). Siccome la poesia neoclassica non riesce a soddisfare la sensibilità dei poeti, aperti, dopo il primo conflitto mondiale, alla situazione socio-politica della nazione araba, si fa strada la corrente del romanticismo, più rispondente alle esigenze degli arabi dal punto di vista culturale, sociale e politico. I poeti romantici criticavano con forza il sistema politico-sociale, i governanti e gli stranieri dominatori, che ostacolavano il cambiamento auspicato dai popoli. La lunga attesa della realizzazione delle loro aspirazioni sollecitava i poeti a contemplare la natura che era per loro motivo di sostegno morale e attenuazione della sofferenza che li invadeva per l’opprimente situazione socio-politica. Il linguaggio da loro usato era semplice affinché potesse essere capito dalle masse. Questo tipo di poesia trova la sua massima espressione negli anni trenta e va perdendo via via di efficacia durante e dopo il secondo conflitto mondiale, per la mutata situazione socio-politica. Sia la poesia neoclassica, sia quella romantica rispettavano lo stile della poesia tradizionale, pur nella varietà dei loro contenuti.
Poesia tradizionale
Prosa, Poesia cantata e romantica
Nel primo secolo dell’Islam la poesia araba preislamica era ancora pura perché non era avvenuta la mescolanza degli Arabi con altri popoli. Allora i poeti componevano in modo libero con quella spontanea musicalità insita nel cuore del uomo incline alla poesia. Mescolandosi, poi, i popoli e la loro cultura, la poesia comincia a perdere la sua purezza. Al-Khalil Bin Ahmad morto nel 170 dell’Egira (778), è il primo studioso che contesta che molti poeti del suo tempo componevano poesie con metriche estranee alla poesia araba. Ad evitare la confusione che si stava verificando, egli vuole fissare in modo scientifico le basi della metrica della poesia araba. Pubblicando un libro denominato “al-‘Arûd. Dopo di lui si sono occupati di questo argomento molti altri dotti fra i quali citiamo :
- al-Akhfas, morto nel 216 dell’Egira (832).
- al-Mazini, morto nel 247 dell’Egira (862).
- Ibn ‘abd Rabbah, morto nel 328 dell’Egira (941).
- Ibn Rasiq, morto nel 465 dell’Egira (1065).
- at-Tabrizi, morto nel 502 dell’Egira (1109).
- Ibn al-Qatta’, morto nel 558 dell’Egira (1164).
- Ibn Malik, morto nel 686 dell’Egira (1288).
La metrica araba tradizionale è composta dai seguenti metri :
1) at-Tawil 2) al-Basit 3) al-Kamil 4) al-Madid
5) al-Wafir 6) al-Hazag’ 7) ar-Rag’az 8) ar-Ramal
9) as-Sari' 10) al-Munsarih 11) al-Khafif 12) al-Mudari'
13) al-Muqtadab 14) al-Mug’tath 15) al-Mutaqarib 16) al-Mutadarik
I primi tre sono i più diffusi, mentre il quarto è il meno usato, sia in passato, sia attualmente a causa della sua mancanza di orecchiabilità musicale. Ciascuno dei sedici metri, su cui si basa la poesia araba tradizionale, è formato da due, tre, quattro “ Tafâil” nella prima parte del verso poetico, e da altrettanti “Tafâil” si trovano nella seconda parte.
Ci sono altri metri, che non corrispondono ai metri della poesia araba tradizionale e vengono definiti metri di autori postclassici o di origine non araba “Mualladah”. Quindi, a proposito della poesia tradizionale, chi esamina attualmente i metri della poesia araba, trova molta somiglianza fra alcuni di essi, cosa difficile da distinguere, se non da esperti in materia. Infatti la somiglianza fra alcuni metri, talvolta, spinge il poeta ad inserire nella sua poesia versi che appartengono ad un metro diverso da quello in essa predominante, come ad esempio succede con i metri “al-Kâmil” e “ar-Rag’az”, a causa della forte somiglianza fra questi due metri, cosa accaduta in alcuni versi di una poesia del grande poeta libanese Khalil Mutrân (1871-1949).
Possiamo classificare i poeti, che hanno scritto in poesia tradizionale, in base all’area geografica dalla quale provengono.
- Poeti dell’Africa
- Poeti del Golfo
- Poeti della Grande Siria (Giordania, Libano, Palestina, Siria)
Il poeta sudanese F u’ âd Sakir , in seguito alla prima tragedia palestinese, compose nel 1948 una poesia intitolata “La grande tragedia degli Arabi”; in essa egli rimprovera agli arabi il loro immobilismo davanti a si grave situazione :
Che perdita immane, ahimè, Arabi
perché questo immobilismo
mentre il mondo urla ?
Cosa avete guadagnate
con la vostra staticità?
* * * * *
Nello stesso anno, anche il poeta algerino Salih al-Kharifi esprime la sua angoscia per la tragedia che ha colpito il popolo palestinese :
“Oh, Palestina, anche se l’insidia ti ha colpita,
tu rimarrai eternamente nei nostri cuori.
Molti bambini patiscono la fame
chi li ha espulsi dalla loro terra
organizza feste”.
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Il poeta libico sudanese Muhammad al-Fayturi che compone il verso libero e segue lo stile tradizionale, scrisse in una sua poesia intitolata “al-Mutanabbi: che è il nome di un poeta abbasidi”, dicendo :
Tu sai che alcuni di loro
senza la tua poesia
che li ha messi in luce
sarebbero rimasti nell’ombra.
Erano re su terre spezzate,
ove le persone pativano la fame
e le piante erano aride.
Tu hai voluto creare degli eroi
per far rivivere l’epoca del profeta
ma essi non erano all’altezza ….”
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Il poeta egiziano Mahmûd Hasan Ismâi’l nella sua poesia “Dalle lacrime dei rifugiati” descrive la situazione tragica del popolo palestinese
“ Fratello, il vento del buio
ha strappato la mia casa
e miei giorni.
Mi ha condotto in questa terra
con questo corpo insanguinato.
Questo spettro espulso
con la sua tristezza grida :
Dov’è la terra di Dio,
dove posso sostare
dov’è la terra
che mi ospita e allevia
i miei dolori ?
Qui nella tenda
della diffamazione
della crudeltà e della falsità
trovo il mio rifugio
come sepolcro dimenticato.
Bevo il mio sbigottimento,
le mie lacrime
dalle mani del ciclone.
Le mie lacrime
corrono mute
nel silenzio delle tenebre.”
.]
“Viaggiamo, nel cuore della notte, nel deserto.
I nostri cammelli procedono lentamente
affondando i loro zoccoli.
Vanno spostandosi ora verso oriente,
ora verso occidente, quasi dovessero
misurare il diserto.
Appesantiti dal sonno
ci pieghiamo sulla sella
come se pregassimo
con la testa prona.
Durante il suo soggiorno in Egitto (1900-1935), ove rimase fino alla morte, il poeta comincio' ad interessarsi ai problemi politici, sia a livello egiziano, sia a livello arabo, in generale, come dimostrano i versi seguenti, tratti da una lunga poesia composta in occasione del ritorno dall’esilio del leader egiziano Sa'ad Zag’lûl :
“Chiedete all’Egitto se dopo il suo allontanamento
sia rimasta una bevanda gradevole.
Chiedete all’Egitto se dopo il suo allontanamento
sia rimasto un cibo buono.
Chiedete all’Egitto quanto hanno sofferto
Per la sua vita i suoi compagni
Non dimentichero' mai
quanto hanno congiurato contro l’Egitto
per esiliare Sa'ad .
al-Kazimi, infatti, fu il primo poeta che invoco' l’unità araba, meritandosi l’appellativo di “Poeta degli arabi”. Nel 1925 compose una poesia, in cui invita tutti gli arabi ad unirsi sotto un’unica bandiera ed un unico Capo. Eccone alcuni versi :
Venite, Arabi, ad incontrarci
sull’unica strada che porta alla gloria
Incontriamoci sotto un’unica bandiera
che sarà segno della nostra vittoria.
Affidiamo la questione ad un Capo
che farà rinascere in noi
la risolutezza e l’energia.”
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R iportiamo per intero una poesia del poeta Kuwaitiano Ahmad as-Saqqâf , nato nel 1919, nominato anche lui “Poeta degli Arabi” per aver dedicato la maggior parte delle sue poesie alla causa degli Arabi. Essa è intitolata “Qânâ” in riferimento al paese di Qânâ del Libano meridionale che nel 1996 subi' da parte degli Israeliani un cieco bombardamento che causo' la morte di decine di civili :
Mi sono zittito, il mio cuore sanguina
per far sapere a chi vuole.
Sono zitto mentre il dramma di Qânâ
fa tremare le montagne.
Il suo grido s’innalza al cielo
ma gli arabi non vedono,
quasi fossero colpiti da cecità.
Dov’è la fierezza, dove l’orgoglio ?
E’ giunto il momento
di porre fine all’aggressione
Bisogna dire al mediatore
su cui si poggia la speranza :
abbandona l’ingiustizia
ed il comportamento
che causa sofferenza.
Sii un arbitro giusto.
Io vedo che tu sei complice
del loro misfatto.
Chi difende la sua terra
non è fuorilegge, né un criminale.
Crimine è l’assalto dell’aggressore
l’uccisione della gente inerme,
il suo spargimento di sangue.
Crimine è l’odiosa occupazione
della quale si chiede il come e il perché.
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Dei poeti del Qatar riportiamo una poesia di Muhammad Ahmad al-Mutawi', in cui esalta l’opera umanitaria della mezzaluna del Qatar :
“Per voi, fratelli miei,
il mio scopo e desiderio
è la vostra felicità.
Il mio sorriso sorge dal cuore
servo l’indigente, chiunque egli sia.
Il disastrato trova confronto
nel mio soccorso,
curo l’uomo colpito da tristezza
cercando di realizzarne le speranze.
Tendo a voi le mani :
afferratele sotto l’ombra
della mia bandiera.
Venite da me, troverete sostegno
vi accolgo con la migliore intenzione.
Il mio intento è vivere insieme
In sicurezza, Il mio fine
è la vostra serenità.
Il simbolo della mia mezzaluna
è noto come sorgente di luce
che illumina mio campo.
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Il poeta saudita Abd as-Salam Hasim Hafiz, nato nel 1929, compone una poesia intitolata “Egitto nella nuova epoca” . Di essa riportiamo alcuni versi nei quali egli si congratula con il popolo egiziano di essersi liberato dalla monarchia in seguito alla rivolta degli ufficiali liberi del Luglio 1952 :
“O Egitto, melodia delle nazioni
e delle generazioni
patria dei leoni,
degli uomini liberi
e della saggezza.
Nella tua valle si sono sollevati
i leoni gloriosi, spinti
ad unificare i cuori
che guardano le sommità.
Egitto, sii pronto,
il nazionalismo ha vinto.
Il popolo ha eliminato
l’epoca dell’offesa
e della noia.
La colonna della gloria
è stata restituita alle piramidi
con la luce giusta,
per mezzo di mani pure.
Il popolo ha guidato con fiducia
i soldati del Nilo
per illuminare le coscienze
e abolire
umiliazioni e ingiustizie.”
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Fra i poeti contemporanei palestinesi che compongono in “Amûdi”, riportiamo di Kamal 'Abd ar-Rahmim Rasid la poesia “I bambini delle pietre” nella quale egli parla della rivolta dei giovani dell’Intifada, scoppiata nel 1987, che duro' quasi cinque anni.
Ora annuncio il mio amore
o gente, non mi assalgono
né illusione, né ossessioni.
Ora innalzo la testa,
orgoglioso di loro.
Essi sono grandi,
anche se hanno pochi anni.
Essi sono riscatto, distruzione,
forza e coraggio.
Credevano che noi eravamo capaci
di essere loro di aiuto,
invece sono stati loro
a dimostrarsi custodi della casa.
Hanno insegnato alla gente
come si puo' strappare
il nostro diritto al nemico
e come puo' essere calpestata
l’ingiustizia.
Sono spuntati
nell’oscurità della notte
come una luce
nel cuore delle tenebre
che illumina coloro,
la cui notte è stata lunga,
suscitando amore ed ammirazione.
Con loro è apparso
il lume della verità.
Giovani di verità, convinzione
e sacrificio.
Dio sa quanto hanno pazientato,
quanto hanno sofferto.
Sono stupiti nel vedere
la patria in pericolo
e che su di essa comodamente
vivono i corrotti.
Hanno cavalcato la gloria
attaccando il nemico,
sfidando la morte.
Cos? non si puo' dire
che la Palestina è ormai finita
e che la gente in essa
china la testa.
Non meravigliatevi perché
essi sono i discendenti
di coloro che hanno raggiunto
l’estremità del mondo.
I valori si trasmettono.
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L’Intifada dei fanciulli palestinesi è stato uno degli eventi politici che ha ispirato, per alcuni anni, quasi tutti i poeti arabi dal Marocco all’Iraq. Spesso in queste composizioni troviamo che oppongono una forte critica a governanti e politici arabi. Persino i poeti, che si erano dedicati soprattutto alla lirica, si sono lasciati coinvolgere da tale evento, componendo poesie infocate. Riportiamo una poesia del noto poeta siriano Nizâr Qabbân? (marzo 1923- aprile 1998) intitolata “Gli infuriati” :
O alunni di Gaza,
insegnate una parte di quanto avete
da noi già dimenticato.
Insegnatici ad essere uomini,
perché da noi gli uomini
sono dei rammolliti.
Insegnatici come una pietra
nelle mani dei bambini
diventi un diamante prezioso,
come la bicicletta di un bambino
si trasformi in ordigno
e un nastro di seta
diventi una trappola,
come una bambina lattante,
se arrestata, si trasforma in coltello.
Alunni di Gaza non date ascolto
a noi, né alle nostre radio,
lottate con tutte le vostre forze,
risolvete la vostra questione,
senza chiedere il nostro parere.
Noi siamo dei calcolatori
usiamo addizioni, sottrazioni,
voi, invece, lasciateci,
combattete la vostra guerra.
Noi, che sfuggiamo
al servizio di leva
meritiamo la vostra corda :
impiccateci.
Noi siamo dei morti senza tomba,
siamo degli orfani senza occhi,
siamo chiusi nelle nostre tane
chiedendo a voi di combattere
il drago.
dinanzi a voi siamo rimpiccioliti per secoli
voi in un mese siete cresciuti per secoli.
Alunni di Gaza,
non guardate quel che scriviamo,
non leggetelo
non somigliate a noi, vostri padri,
noi siamo delle statue:
non adorateci
Noi abbiamo passione per il “qat” politico,
applichiamo la repressione,
costruiamo cimiteri e prigioni.
Liberatici dal complesso della paura,
cacciate l’oppio dalle nostre teste,
insegnateci l’attaccamento alla terra,
non lasciate triste il Cristo.
Cari piccoli, pace a voi
Dio coroni le vostre giornate
con gelsomini;
dai solchi della terra arida
siete spuntati
per piantare una rosa
sulle nostre ferite … ecc
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Riportiamo alcune strofe della poesia “I talismani” del noto poeta libanese Ilyâ Abû Madi (1889-1957), considerato uomo dei maggiori poeti arabi. E’ uno dei fondatori della “Lega della penna”, fondata a New York nel 1920 da un gruppo di intellettuali libanesi e siriani, il cui presidente fu Gibrân Khalil Gibrân. La poesia “I talismani” è costituita da 71 strofe : ogni strofa è formata da quattro versi. Il metro è uguale in tutta la poesia, la rima, invece, varia col variare delle strofe. Ogni strofa termina con le due parole seguenti “non so”. Questo tipo di composizione riguarda la poesia di contemplazione o riflessione filisofica. In questa poesia, infatti, è vigorosamente espresso lo stupore del poeta dinanzi al mistero dell’essere :
Non so da dove sono venuto
ma sono venuto
Ho visto davanti a me una strada
per la quale avviai il mio cammino.
Continuero' a camminare
che lo voglia o no.
Come sono venuto ?
Come ho visto la mia strada ?
“Non so !”
Poi si rivolge al mare e gli chiede :
Dentro di te, o gigante,
ci sono come in me
conchiglie e sabbia,
io sulla terra ho la mia ombra,
tu sei senza cervello
io, invece, possiedo la mente.
Perché io me ne vado e tu rimani ?
“Non so !”
Lasciato il mare si reca in un convento :
Sono entrato nel convento
Per interrogare gli eremiti,
ma essi erano incerti come me,
erano annoiati
erano rassegnati
Sulla porta c’era la scritta : “Non so !”
Il poeta dopo aver lasciato il convento, si dirige verso il cimitero per porre ulteriori domande :
Guarda come è tutto uguale
in questo luogo :
il Re giace come lo schiavo,
l’innamorato si incontra col chiacchierone
e non si separano.
Io chiedo: E’ questa la fine della giustizia ?
Il cimitero risponde: “Non so !”
Lasciato il cimitero si dirige verso un palazzo colossale per rivolgergli alcune domande, ma non trova risposta. A questo punto paragona il palazzo con la capanna, tra i quali non c’è alcuna differenza :
Tu che chiedi all’alba
Se ha fango o marmo,
chiedi al palazzo se viene coperto
dal buio come la capanna,
chiedi alle stelle, al vento,
alle nuvole se osservano le cose
come le vediamo noi.
“Non so !”
Poi il poeta pone delle domande a se stesso, ma non trova risposta, anzi ha un maggiore smarrimento :
Io nulla ricordo della mia
vita passata,
niente so della mia
vita futura,
ho un’entità, ma non so cosa sia,
non so quanto la mia entità
conosca se stessa.
“Non so !”
Egli conclude la sua poesia di 284 versi con espressioni di rassegnazione:
Sono venuto e andro',
senza saperlo.
Io sono un enigma,
la mia dipartita
è come la venuta
di una magia.
Chi ha creato questo enigma
è un maggiore enigma.
Non discutere con l’intellettuale
Che risponde: “Io non so !”
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Lo “Zag’al” è un genere di poesia popolare araba, benché non rispetti la metrica letteraria ed usi parole dialettali, è molto gradita. Alla stessa maniera in cui le “Muwassahât”, genere di poesia araba strofica, in Andalusia camminavano parallelamente alla poesia letteraria, la poesia “Zag’al” presso gli emigrati arabi in America Latina, e soprattutto in Brasile, è andata avanti parallelamente alla poesia letteraria. Lo “Zag’al” era cosi diffuso in Brasile che in questo paese si pubblicavano le tre Riviste seguenti che si occupavano di questo tipo di poesia: “Rawdat az-Zag’al”, “ar-Rawdah”, “al-Marâhil”; la sua stessa diffusione è dovuta anche alla validità dei suoi autori spesso poeti letterari, come ad esempio: Iliâs Farahât, Salim Nadir, Yûsuf G’ânim. La caratteristica dominante di questa poesia è la nostalgia della madre-patria. Riportiamo alcuni versi del poeta Yûsuf G’ânim :
Da anni attendo sulla costa
la comparsa della nave
infelice, pieno di desiderio
di tornare in patria.
Barche vanno e vengono
sulle onde azzurre.
La immagino come l’arca di Noè
in attesa di incontrarla.
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Tra le poetesse autrici di “Zag’al” ricordiamo Salma Nadir , che nei seguenti versi esprime la nostalgia per il suo amato.
Da quando ti ho visto lasciare la patria
i miei occhi mattina e sera
attendono il tuo ritorno.
Mi hai lasciata sconsolata,
senza che tu versassi una lacrima.
Cosi il tuo cuore è inaridito
senza nostalgia ?
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Prosa
Fra i poeti che hanno composto poesie in prosa all’inizio di questo secolo c’è il nostro poeta libanese Amin ar-Rihani (1876-1940). Nella sua poesia dal titolo “Diglah; Tigri: fiume dell’Iraq” si nota l’influenza del poeta americano Whitman che voleva liberare la poesia dalla rima e dalla metrica.
Lo saluto, mentre il mio cuore
è nella mia mano
lo saluto mentre la mia anima
è sulla lingua.
Mi fermo davanti ad esso:
davanti a me si rivelano
le meraviglie del tempo.
Ha una parola che spaventa,
una parola che eccita,
una parola che fa vivere e morire
mentre scorre nel suo alveo,
quieto e tranquillo.
Porta il benessere da Nord a Sud
da una regione all’altra;
quando è in piena;
scorre verso oriente ed occidente
per distribuire i suoi benefici
nel paese.
Le montagne gli dicono :
leggi le pianure che si estendono
davanti a noi.
Esso dice alle pianure : portatemi
i saluti alle popolazioni
Qahtân e Mudâr.
Esso è il signore dell’Iraq,
la sua vita è immortale.
Il suo occhio è l’occhio del secolo
la sua lingua è la lingua del tempo.
Ha osservato regni formati
con la spada
ed altri con le parole magiche e regali,
formando scienze ed arte.
Sulle sue sponde hanno scintillato
le luci dell’allegria e della passione,
sotto l’ombra delle sue palme
sono passate le sfilate del prestigio
e della gloria.
Le luci sono spente
i palazzi sono cancellati,
si sono dissolte le tracce della grandezza
ed esso continua a fluire quieto e tranquillo.
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Quanto alla poesia di stile romantico diffusasi presso gli arabi negli anni venti e trenta, riportiamo alcuni versi della poesia “Ragâ; implorazione” del poeta tunisino Mohammad al-Basrûs (1911-1944), nei quali si rivolge alla sua amata di nome Is’ad, chiedendole di andare con lui nel bosco per accogliere le gioie della natura e la bellezza della vita :
Is’ad di prego di venire con me
nel vicino bosco, dove la vita è bella.
Nella sua frescura c’è la bellezza
dell’amore
per accogliere l’alba sorridente
che respira come la corda
della chitarra.
Cantiamo, come cantano gli usignoli,
per i fiori e gli alberi.
Li' accoglieremo il venticello
che odora di gelsomino,
ascolteremo la melodia degli uccelli
e la loro tenera magia.
Li' berremo avidamente
L’incanto del mattino e del tramonto.
Torneremo pieni di sogni
e di speranze.
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Il maggiore poeta tunisino che ha cantato la natura e la sua bellezza è Abu al-Qasim as-Sabbi (1909-1934). Nella sua poesia “al-Gâb; Il bosco” composta durante la sua malattia, egli parla di se stesso, circondato dalle sue pecore e da sciami di uccelli che volteggiano sugli alberi cinguettando con allegria :
Il mondo vivo si è svegliato
cantando per la vita.
Svegliatevi, agnellini miei;
su, pecore, seguitemi, pecore mie,
fra lo sciame degli uccelli.
e della vostra allegria,
ascoltate il mormorio dei ruscelli,
aspirate il profumo dei fiori,
guardate la valle coperta di nebbia,
brucate l’erba della terra e dei freschi pascoli,
ascoltate il mio flauto,
che canta dolci canzoni.
Una melodia, che esce dal mio cuore
come il respiro delle rose,
si innalza volteggiando
come un usignolo che canta felice.
Il sole l’ha allattato con la sua luce
e la luna l’ha alimentato.
Ha bevuto dalle gocce
della rugiada notturna.
Agnellini miei,
mai vi annoierete
nella frescura del bosco.
Il tempo del bosco
è fanciullo giocoso.
esso è bello e limpido.
Il tempo degli uomini è vecchio,
accigliato, pesante.
cammina stancamente sulla pianura
Agnellini, voi nei boschi
pascolate, camminando accanto a me.
Io canto e suono sino al tramonto.
**************
Riportiamo un altro poeta contemporaneo fra i più noti della corrente romantica, lo yemenita Abdûllâh al-Bardùni, nato nel 1925. Ecco alcuni versi delle sue composizioni:
O poeta dei fiori e dei ramoscelli
hai il fuoco dentro di te,
o sei sereno ?
Cosa canti per il tuo interlocutore ?
A chi riveli tutto ci?
che hai nel cuore ?
Questo tuo canto è pieno
di passione calda
come il desiderio
di un innamorato prigioniero.
Nella tua limpida voce
C’è un arte sottile,
ma dietro di essa
c’è un arte diversa.
Quando tu emetti dei suoni limpidi
dietro tali melodie
ci sono sempre lacrime copiose.
Tu piangi e canti sulla collina
oppure nel tuo pianto
c’è musica e canto.
I poeti del romanticismo benché scrivano in poesia tradizionale, talvolta variano la rima, talvolta la mantengono per tutta la poesia. Oltre ai poeti presentati, meritano di essere citati, come poeti di grande prestigio del Romanticismo, Gubrân Khalil Gubrân, Mikhâil Nuaymah, Abû Madi, Ilias Farahat, Ibrahim al-‘Arid. Fra i poeti giordani più noti c’è Mustafa Wahbi at-Tal l (1899-1949). Riportiamo di lui alcuni versi di una poesia del genere lirico, dal titolo “Qul lilmalihah; dici alla bella”.
Chiedi alla bella come mai
si era allontanata dallo sguardo amorevole,
perché ha abbandonato un luogo
che non è mai stato angusto per lei.
Le sue guance sono rose,
la sua bocca odora di nettare.
Quanto è bella fra le ragazze !
tutte cercano di farsela amica.
I miei occhi si incantano della sua bellezza.
al di fuori della sua,
nessun’altra bellezza è degna di ammirazione.
Dalla raccolta della nota poetessa palestinese Fadwa Tûqan, nata nel 1917, abbiamo scelto una poesia di tipo Amûdi, composta prima che ella si dedicasse alla poesia del verso libero. Il titolo di tale poesia è “Yatim wa Umm; Un orfano ed una madre” ed è di carattere sociale. In essa si presenta la situazione di un orfano di padre, malato, e l’amore della sua madre, che ha dovuto rinunciare al nero del lutto per non rattristare il suo bambino :
E’ provato dalla debolezza
e dai dolori
la gracilità e l’infermità
si sono accanite contro di lui.
Gli arti sono fragili per la malattia,
non riesce a muovere né mano, né piede,
il suo corpo è indebolito
la febbre lo divora.
Sta immobile, volgendo solo lo sguardo
che talvolta si spegne.
Ha sette anni ed è già orfano
la pietà di Dio lo avvolga.
La povertà ne ha indebolito gli occhi
colpendolo sin dallo svezzamento.
Compassione per una madre vedova,
che ha chiuso nel cuore il suo dolore,
evitando di indossare gli abiti neri.
No, non credete che la sua sanguinante
ferita sia guarita.
Ha solo voluto allontanare
Il malaugurio dal suo unico figlio.
Ma quanto soffre il suo cuore !
si veste in bianco, quasi fosse
una colomba di un luogo sacro.
Con passione l’abbraccia.
Il mondo degli orfani,
è l’abbraccio di una madre.
Ne carezza la fronte con la mano
Benché ardesse per la febbre.
Il bambina la guarda silenzioso :
nei suoi occhi c’era un interrogativo :
Oh, se potessi capire cosa egli desidera !
Nella sua anima c’è
Una domanda segreta.
Se avesse chiesto le stelle
si sarebbe adoperata per dargliele,
ogni sua richiesta viene accolta.
Si china per chiedergli un desiderio.
Fissa gli occhi, la bocca si distende
e dice mamma, chissà dov’è mio padre …
non è tornato da quando se ne è andato.
Rivolgiti a lui, chiedigli di tornare;
il mio cuore, se lo vede venire, gioirà.
Non chiedere della sua ferita, come sia;
da ogni parte sgorga il sangue.
Abbraccia il bambino con una mano,
con l’altra asciuga le sue copiose lacrime.
E’ difficile quel che egli chiede.
Come puo' riportargli il corpo morto ?
Il poeta Muhammad al-Farag’ nella poesia intitolata “La Taqtulû ar-Rabi; non uccidete la primavera” condanna le guerre che arrecano solo morte e distruzione, minacciando il futuro dei bambini.
Queste guerre micidiali
che noi dichiariamo
alimentano il fuoco.
Distruggiamo le speranze
senza comprensione
lasciando dietro dolore e tristezza.
Con crudeltà distruggiamo
il sogno dei piccoli
e il loro sonno tranquillo.
Lasciamo per la strada una bambina
che ha perso la dolcezza della famiglia
e della patria.
Troviamo un bambino sfigurato
dalle ferite;
prima era allegro e cantava.
Il sangue dell’innocenza
scorre sulla terra
e sotto i nostri piedi
calpestiamo i corpi.
E’ l’ignoranza che ci porta
alla distruzione
e guida i nostri passi
verso l’annientamento.
O distratti, le nostre grida
s’innalzano da tanto tempo.
Non avete ascoltato la nostra angoscia.
Il poeta algerino Mufdi Zakaryya , denominato il poeta della rivoluzione algerina e del Mag’rib arabo (1908-1977), in una sua poesia tratta dal suo canzoniere “al-Lahab al-Muqaddas; La fiamma venerata” esalta il martire algerino caduto per la libertà della sua patria.
Apparve calmo come il Cristo
avanzando sereno
cantando versi
sorridendo come un angelo
o come un bambino
che accoglie l’alba del nuovo giorno.
Sognando, ferito, la gloria
desideroso di ascendere
si è elevato come lo spirito
nella notte del destino
in pace, per diffondere
nell’universo una festa.
Alla fine della poesia colpisce l’immagine del martire che, senza rancore, volgendosi agli aguzzini, esclama :
Impiccatemi, io non temo la corda
crocifiggetemi, non ho paura del ferro.
Aguzzino mio, presentati
a volto scoperto senza maschera,
io non porto rancore.
Compi il tuo mandato
Sono d’accordo, affinché
Il mio popolo possa vivere felice.