Fathi Makboul:

Docente all’Istituto Universitario Orientale di Napoli

 

La poesia araba contemporanea

 

La poesia araba tradizionale, dall’epoca preislamica sino agli ultimi dieci anni del secolo scorso, era legata al metro e alla rima. Ciascun verso doveva terminare con le stesse lettere con cui si chiudeva il primo verso della poesia. All’inizio del ventesimo secolo, esattamente nel 1905, il poeta iracheno   Gamil   Sidqi az-Zahawi (1863-1936) compose alcune poesie strutturate a strofe con rima diversa. Nello stesso anno il poeta libanese Amin ar-Rihan? (1876-1940) compose poesie chiamate poesie in prosa. Negli anni trenta, a causa dell’intensificarsi dei contatti tra il mondo arabo e l’occidente, comincio' a comparire un tipo nuovo di poesia, definito as-Si’r al-Hurr (verso libero) imitando lo stile dei poeti Whitman e T.S.Eliot. Il primo ad imitarli fu Ahmad Abû Shadi (1892-1955) che nel 1938 pubblico' una sua poesia di verso libero sulla rivista egiziana “Apollo”; non avendo, pero' trovato risonanza, la poesia di verso libero rimane sconosciuta sino al 1947. Allora due giovani poeti iracheni Badr Sâkir as-Sayyâb e Nâzik al-Malâ’ikah composero in verso libero contemporaneamente nel mese di dicembre dello stesso anno.

Il 1947 si considera, pertanto, l’anno della comparsa del verso libero. Da quel momento via via il verso libero comincia a prendere il sopravvento sulla poesia tradizionale “Amudi”, anche se, negli ultimi anni, si avverte un forte ritorno alla poesia rimata. La rapida diffusione del verso libero è dovuta alla facilità del comporre senza il vincolo della rima, pur rispettando, inizialmente, il metro. In seguito alcuni poeti trascurano persino il metro. In tal modo questo tipo di composizione poetica viene a perdere il fascino della poesia. E’ questo il motivo che determina la rinascita della poesia tradizionale “rimata”, per l’attrattiva della sua musicalità, benché essa limiti la libera esposizione dei concetti. Il verso libero degli ultimi decenni, inoltre, viene appesantito dal frequente uso della metafora e del simbolismo che rendono astrusa la comprensione del contenuto della produzione poetica. Come si è accennato, fin dagli ultimi decenni del secolo scorso, i poeti arabi cominciarono a comporre poesie di tipo neoclassico, per esigenza politica o reazione all’influenza Occidentale.

Tra i più noti poeti di questo tipo di poesia ricordiamo: gli egiziani Mahmûd Sâmi al-Bârûdi (1838-1904), Ahmad Shawqi (1868-1932) e il poeta iracheno 'Abd al-Muhsin al-Kazimi (1865-1935). Argomenti di queste composizioni erano problemi sociali, politici, patriottici; veniva soprattutto evidenziata l’avversione all’occupazione occidentale e all’atteggiamento dei governanti arabi. Ovviamente essi componevano in poesia rimata di tipo amudi (tradizionale). Siccome la poesia neoclassica non riesce a soddisfare la sensibilità dei poeti, aperti, dopo il primo conflitto mondiale, alla situazione socio-politica della nazione araba, si fa strada la corrente del romanticismo, più rispondente alle esigenze degli arabi dal punto di vista culturale, sociale e politico. I poeti romantici criticavano con forza il sistema politico-sociale, i governanti e gli stranieri dominatori, che ostacolavano il cambiamento auspicato dai popoli. La lunga attesa della realizzazione delle loro aspirazioni sollecitava i poeti a contemplare la natura che era per loro motivo di sostegno morale e attenuazione della sofferenza che li invadeva per l’opprimente situazione socio-politica. Il linguaggio da loro usato era semplice affinché potesse essere capito dalle masse. Questo tipo di poesia trova la sua massima espressione negli anni trenta e va perdendo via via di efficacia durante e dopo il secondo conflitto mondiale, per la mutata situazione socio-politica. Sia la poesia neoclassica, sia quella romantica rispettavano lo stile della poesia tradizionale, pur nella varietà dei loro contenuti.

 

Poesia tradizionale

Prosa, Poesia cantata e romantica


Sommario

  1. Poesia tradizionale
  2. Poeti dell'Africa
  3. Poeti del Golfo
  4. Poeti della Grande Siria (Giordania, Libano, Palestina, Siria)
  5. Zag'al(Poesia cantata)
  6. Poesia romantica

Poesia tradizionale

Poesia tradizionale “Amudi”

Nel primo secolo dell’Islam la poesia araba preislamica era ancora pura perché non era avvenuta la mescolanza degli Arabi con altri popoli. Allora i poeti componevano in modo libero con quella spontanea musicalità insita nel cuore del uomo incline alla poesia. Mescolandosi, poi, i popoli e la loro cultura, la poesia comincia a perdere la sua purezza. Al-Khalil Bin Ahmad morto nel 170 dell’Egira (778), è il primo studioso che contesta che molti poeti del suo tempo componevano poesie con metriche estranee alla poesia araba. Ad evitare la confusione che si stava verificando, egli vuole fissare in modo scientifico le basi della metrica della poesia araba. Pubblicando un libro denominato “al-‘Arûd. Dopo di lui si sono occupati di questo argomento molti altri dotti fra i quali citiamo :

- al-Akhfas, morto nel 216 dell’Egira (832).

- al-Mazini, morto nel 247 dell’Egira (862).

- Ibn ‘abd Rabbah, morto nel 328 dell’Egira (941).

- Ibn Rasiq, morto nel 465 dell’Egira (1065).

- at-Tabrizi, morto nel 502 dell’Egira (1109).

- Ibn al-Qatta’, morto nel 558 dell’Egira (1164).

- Ibn Malik, morto nel 686 dell’Egira (1288).

 

Al-Khalil Bin Ahmad aveva raggruppato la metrica della poesia araba in 15 metri; al-Akhfas aggiunse un altro metro, cioè “al-Mutadarik”. Ogni poesia, secondo le regole della metrica araba, deve basarsi su un unico metro: Bahr pl. Abhur oppure buhur ed ogni metro deve avere diversi piedi: Tafil pl. Tafail. Quindi la metrica della poesia araba è costituita da 16 metri. Le lettere dei piedi si concentrano in 10, e da queste lettere si formano i piedi dei metri. Anche la base della rima “Qafiah” è gettata da al-Khalil Bin Ahmad, secondo la maggior parte degli studiosi arabi. C’è, pero', una minima parte di essi che attribuisce la rima a Muhalhal Bin Rabi’ah.   Tuttora quelle basi della rima e della metrica sono valide, soprattutto per la poesia rimata “as-Si’r al-Muqaffa”. E’ da sottolineare, infine, che lo stesso al-Khalil Bin Ahmad è l’inventore della vocalizzazione “Taskil” che accompagna le lettere arabe.

 

La metrica araba tradizionale è composta dai seguenti metri :

 

1) at-Tawil                2) al-Basit             3) al-Kamil            4) al-Madid

5) al-Wafir                6) al-Hazag’          7) ar-Rag’az          8) ar-Ramal

9) as-Sari'             10) al-Munsarih     11) al-Khafif         12) al-Mudari'

13) al-Muqtadab         14) al-Mug’tath     15) al-Mutaqarib 16) al-Mutadarik

 

I primi tre sono i più diffusi, mentre il quarto è il meno usato, sia in passato, sia attualmente a causa della sua mancanza di orecchiabilità musicale. Ciascuno dei sedici metri, su cui si basa la poesia araba tradizionale, è formato da due, tre, quattro “ Tafâil” nella prima parte del verso poetico, e da altrettanti “Tafâil” si trovano nella seconda parte.

 

Ci sono altri metri, che non corrispondono ai metri della poesia araba tradizionale e vengono definiti metri di autori postclassici o di origine non araba “Mualladah”. Quindi, a proposito della poesia tradizionale, chi esamina attualmente i metri della poesia araba, trova molta somiglianza fra alcuni di essi, cosa difficile da distinguere, se non da esperti in materia. Infatti la somiglianza fra alcuni metri, talvolta, spinge il poeta ad inserire nella sua poesia versi che appartengono ad un metro diverso da quello in essa predominante, come ad esempio succede con i metri “al-Kâmil” e “ar-Rag’az”, a causa della forte somiglianza fra questi due metri, cosa accaduta in alcuni versi di una poesia del grande poeta libanese Khalil Mutrân (1871-1949).

Possiamo classificare i poeti, che hanno scritto in poesia tradizionale, in base all’area geografica dalla quale provengono.

 

- Poeti dell’Africa

- Poeti del Golfo

- Poeti della Grande Siria (Giordania, Libano, Palestina, Siria)

 

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Poeti dell'Africa

 

Il poeta sudanese F u’ âd Sakir , in seguito alla prima tragedia palestinese, compose nel 1948 una poesia intitolata “La grande tragedia degli Arabi”; in essa egli rimprovera agli arabi il loro immobilismo davanti a si grave situazione :

Che perdita immane, ahimè, Arabi

perché questo immobilismo

mentre il mondo urla ?

Cosa avete guadagnate

con la vostra staticità?

 

* * * * *

 

Nello stesso anno, anche il poeta algerino Salih al-Kharifi esprime la sua angoscia per la tragedia che ha colpito il popolo palestinese :

 

“Oh, Palestina, anche se l’insidia ti ha colpita,

tu rimarrai eternamente nei nostri cuori.

Molti bambini patiscono la fame

chi li ha espulsi dalla loro terra

organizza feste”.

 

**********

 

Il poeta libico sudanese Muhammad al-Fayturi che compone il verso libero e segue lo stile tradizionale, scrisse in una sua poesia intitolata “al-Mutanabbi: che è il nome di un poeta abbasidi”, dicendo :

 

Tu sai che alcuni di loro

senza la tua poesia

che li ha messi in luce

sarebbero rimasti nell’ombra.

Erano re su terre spezzate,

ove le persone pativano la fame

e le piante erano aride.

Tu hai voluto creare degli eroi

per far rivivere l’epoca del profeta

ma essi non erano all’altezza ….”

****************

Il poeta egiziano Mahmûd Hasan Ismâi’l nella sua poesia “Dalle lacrime dei rifugiati” descrive la situazione tragica del popolo palestinese

 

Fratello, il vento del buio

ha strappato la mia casa

e miei giorni.

Mi ha condotto in questa terra

   con questo corpo insanguinato.

Questo spettro espulso

con la sua tristezza grida :

   Dov’è la terra di Dio,

   dove posso sostare

   dov’è la terra

     che mi ospita e allevia

     i miei dolori ?

    Qui nella tenda

della diffamazione

della crudeltà e della falsità

trovo il mio rifugio  

come sepolcro dimenticato.

Bevo il mio sbigottimento,

le mie lacrime

dalle mani del ciclone.

Le mie lacrime

corrono mute

nel silenzio delle tenebre.”

 

******

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Poeti del Golfo

 

Riportiamo alcuni versi del poeta iracheno 'Abd al-Muhsin al-Kazimi (nominato il poeta degli arabi), tratti da una poesia da lui composta alla fine dello secolo scorso durante un viaggio da Bagdad a Bassora a dorso di cammello. In essa lo stile e il significato non si allontanano dalle caratteristiche della poesia araba preislamica:

 

“Viaggiamo, nel cuore della notte, nel deserto.

  I nostri cammelli procedono lentamente

affondando i loro zoccoli.

  Vanno spostandosi ora verso oriente,

   ora verso occidente, quasi dovessero

   misurare il diserto.

   Appesantiti dal sonno

   ci pieghiamo sulla sella

   come se pregassimo

   con la testa prona.

Durante il suo soggiorno in Egitto (1900-1935), ove rimase fino alla morte, il poeta comincio' ad interessarsi ai problemi politici, sia a livello egiziano, sia a livello arabo, in generale, come dimostrano i versi seguenti, tratti da una lunga poesia composta in occasione del ritorno dall’esilio del leader egiziano Sa'ad Zag’lûl :

“Chiedete all’Egitto se dopo il suo allontanamento

sia rimasta una bevanda gradevole.

Chiedete all’Egitto se dopo il suo allontanamento

sia rimasto un cibo buono.

Chiedete all’Egitto quanto hanno sofferto

Per la sua vita i suoi compagni

Non dimentichero' mai

quanto hanno congiurato contro l’Egitto

   per esiliare Sa'ad .

al-Kazimi, infatti, fu il primo poeta che invoco' l’unità araba, meritandosi l’appellativo di “Poeta degli arabi”. Nel 1925 compose una poesia, in cui invita tutti gli arabi ad unirsi sotto un’unica bandiera ed un unico Capo. Eccone alcuni versi :

Venite, Arabi, ad incontrarci

  sull’unica strada che porta alla gloria

Incontriamoci sotto un’unica bandiera

  che sarà segno della nostra vittoria.

  Affidiamo la questione ad un Capo

  che farà rinascere in noi

   la risolutezza e l’energia.”

*******

R iportiamo   per intero una poesia del poeta Kuwaitiano Ahmad as-Saqqâf , nato nel 1919, nominato anche lui “Poeta degli Arabi” per aver dedicato la maggior parte delle sue poesie alla causa degli Arabi. Essa è intitolata “Qânâ” in riferimento al paese di Qânâ del Libano meridionale che nel 1996 subi' da parte degli Israeliani un cieco bombardamento che causo' la morte di decine di civili :

 

   Mi sono zittito, il mio cuore sanguina

   per far sapere a chi vuole.

  Sono zitto mentre il dramma di Qânâ

   fa tremare le montagne.

Il suo grido s’innalza al cielo

ma gli arabi non vedono,

quasi fossero colpiti da cecità.

Dov’è la fierezza, dove l’orgoglio ?

  E’ giunto il momento

di porre fine all’aggressione

Bisogna dire al mediatore

su cui si poggia la speranza :

    abbandona l’ingiustizia

   ed il comportamento

   che causa sofferenza.

   Sii un arbitro giusto.

   Io vedo che tu sei complice

   del loro misfatto.

 

   Chi difende la sua terra

   non è fuorilegge, né un criminale.

   Crimine è l’assalto dell’aggressore

   l’uccisione della gente inerme,

   il suo spargimento di sangue.

   Crimine è l’odiosa occupazione

della quale si chiede il come e il perché.

******

Dei poeti del Qatar riportiamo una poesia di Muhammad Ahmad al-Mutawi', in cui esalta l’opera umanitaria della mezzaluna del Qatar :

 

“Per voi, fratelli miei,

il mio scopo e desiderio

è la vostra felicità.

Il mio sorriso sorge dal cuore

servo l’indigente, chiunque egli sia.

Il disastrato trova confronto

nel mio soccorso,

curo l’uomo colpito da tristezza

cercando di realizzarne le speranze.

Tendo a voi le mani :

afferratele sotto l’ombra

della mia bandiera.

Venite da me, troverete sostegno

vi accolgo con la migliore intenzione.

 Il mio intento è vivere insieme

In sicurezza, Il mio fine

è la vostra serenità.

Il simbolo della mia mezzaluna

è noto come sorgente di luce

che illumina mio campo.

*******

 

    Il poeta saudita Abd as-Salam Hasim Hafiz, nato nel 1929, compone una poesia intitolata “Egitto nella nuova epoca” . Di essa riportiamo alcuni versi nei quali egli si congratula con il popolo egiziano di essersi liberato dalla monarchia in seguito alla rivolta degli ufficiali liberi del Luglio 1952 :

 

                             “O Egitto, melodia delle nazioni

e delle generazioni

patria dei leoni,

degli uomini liberi

e della saggezza.

Nella tua valle si sono sollevati

i leoni gloriosi, spinti

ad unificare i cuori

che guardano le sommità.

Egitto, sii pronto,

il nazionalismo ha vinto.

Il popolo ha eliminato

l’epoca dell’offesa

e della noia.

La colonna della gloria

è stata restituita alle piramidi

con la luce giusta,

per mezzo di mani pure.

Il popolo ha guidato con fiducia

i soldati del Nilo

per illuminare le coscienze

e abolire

umiliazioni e ingiustizie.”

*******

 

 

 

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Poeti della Grande Siria (Giordania, Libano, Palestina, Siria)

Fra i poeti contemporanei palestinesi che compongono in “Amûdi”, riportiamo di Kamal 'Abd ar-Rahmim Rasid la poesia “I bambini delle pietre” nella quale egli parla della rivolta dei giovani dell’Intifada, scoppiata nel 1987, che duro' quasi cinque anni.

 

Ora annuncio il mio amore

o gente, non mi assalgono

né illusione, né ossessioni.

Ora innalzo la testa,

orgoglioso di loro.

Essi sono grandi,

anche se hanno pochi anni.

Essi sono riscatto, distruzione,

forza e coraggio.

Credevano che noi eravamo capaci

di essere loro di aiuto,

invece sono stati loro

a dimostrarsi custodi della casa.

Hanno insegnato alla gente

come si puo' strappare

il nostro diritto al nemico

e come puo' essere calpestata

l’ingiustizia.

Sono spuntati

nell’oscurità della notte

come una luce

nel cuore delle tenebre

che illumina coloro,

la cui notte è stata lunga,

suscitando amore ed ammirazione.

Con loro è apparso

il lume della verità.

Giovani di verità, convinzione

e sacrificio.

Dio sa quanto hanno pazientato,

quanto hanno sofferto.

Sono stupiti nel vedere

la patria in pericolo

e che su di essa comodamente

vivono i corrotti.

Hanno cavalcato la gloria

attaccando il nemico,

sfidando la morte.

Cos? non si puo' dire

che la Palestina è ormai finita

e che la gente in essa

china la testa.

Non meravigliatevi perché

essi sono i discendenti

di coloro che hanno raggiunto

l’estremità del mondo.

I valori si trasmettono.

*******

L’Intifada dei fanciulli palestinesi è stato uno degli eventi politici che ha ispirato, per alcuni anni, quasi tutti i poeti arabi dal Marocco all’Iraq. Spesso in queste composizioni troviamo che oppongono una forte critica a governanti e politici arabi. Persino i poeti, che si erano dedicati soprattutto alla lirica, si sono lasciati coinvolgere da tale evento, componendo poesie infocate. Riportiamo una poesia del noto poeta   siriano Nizâr Qabbân? (marzo 1923- aprile 1998) intitolata “Gli infuriati” :

 

O alunni di Gaza,

insegnate una parte di quanto avete

da noi già dimenticato.

Insegnatici ad essere uomini,

perché da noi gli uomini

sono dei rammolliti.

Insegnatici come una pietra

nelle mani dei bambini

diventi un diamante prezioso,

come la bicicletta di un bambino

si trasformi in ordigno

e un nastro di seta

diventi una trappola,

come una bambina lattante,

se arrestata, si trasforma in coltello.

 

Alunni di Gaza non date ascolto

a noi, né alle nostre radio,

lottate con tutte le vostre forze,

risolvete la vostra questione,

senza chiedere il nostro parere.

Noi siamo dei calcolatori

usiamo addizioni, sottrazioni,

voi, invece, lasciateci,

combattete la vostra guerra.

Noi, che sfuggiamo

al servizio di leva

meritiamo la vostra corda :

impiccateci.

Noi siamo dei morti senza tomba,

siamo degli orfani senza occhi,

siamo chiusi nelle nostre tane

chiedendo a voi di combattere

il drago.

dinanzi a voi siamo rimpiccioliti per secoli

voi in un mese siete cresciuti per secoli.

 

Alunni di Gaza,

non guardate quel che scriviamo,

non leggetelo

non somigliate a noi, vostri padri,

noi siamo delle statue:

non adorateci

Noi abbiamo passione per il “qat” politico,

applichiamo la repressione,

costruiamo cimiteri e prigioni.

 

Liberatici dal complesso della paura,

cacciate l’oppio dalle nostre teste,

insegnateci l’attaccamento alla terra,

non lasciate triste il Cristo.

 

Cari piccoli, pace a voi

Dio coroni le vostre giornate

con gelsomini;

dai solchi della terra arida

siete spuntati

per piantare una rosa

sulle nostre ferite … ecc

******

Riportiamo alcune strofe della poesia “I talismani” del noto poeta   libanese Ilyâ Abû Madi (1889-1957), considerato uomo dei maggiori poeti arabi. E’ uno dei fondatori della “Lega della penna”,   fondata a New York nel 1920 da un gruppo di intellettuali libanesi e siriani, il cui presidente fu Gibrân Khalil Gibrân. La poesia   “I talismani” è costituita da 71 strofe : ogni strofa è formata da quattro versi. Il metro è uguale in tutta la poesia, la rima, invece, varia col variare delle strofe. Ogni strofa termina con le due parole seguenti “non so”. Questo tipo di composizione riguarda la poesia di contemplazione o riflessione filisofica. In questa poesia, infatti, è vigorosamente espresso lo stupore del poeta dinanzi al mistero dell’essere :

 

Non so da dove sono venuto

ma sono venuto

Ho visto davanti a me una strada

per la quale avviai il mio cammino.

Continuero' a camminare

che lo voglia o no.

Come sono venuto ?

Come ho visto la mia strada ?

“Non so !”

 

Poi si rivolge al mare e gli chiede :

 

Dentro di te, o gigante,

ci sono come in me

conchiglie e sabbia,

io sulla terra ho la mia ombra,

tu sei senza cervello

io, invece, possiedo la mente.

Perché io me ne vado e tu rimani ?

“Non so !”

 

Lasciato il mare si reca in un convento :

 

Sono entrato nel convento

Per interrogare gli eremiti,

ma essi erano incerti come me,

erano annoiati

erano rassegnati

Sulla porta c’era la scritta : “Non so !”

 

Il poeta dopo aver lasciato il convento, si dirige verso il cimitero per porre ulteriori domande :

                            

Guarda come è tutto uguale

in questo luogo :

il Re giace come lo schiavo,

l’innamorato si incontra col chiacchierone

e non si separano.

Io chiedo: E’ questa la fine della giustizia ?

Il cimitero risponde: “Non so !”

 

Lasciato il cimitero si dirige verso un palazzo colossale per rivolgergli alcune domande, ma non trova risposta. A questo punto paragona il palazzo con la capanna, tra i quali non c’è alcuna differenza :

 

Tu che chiedi all’alba

Se ha fango o marmo,

chiedi al palazzo se viene coperto

dal buio come la capanna,

chiedi alle stelle, al vento,

alle nuvole se osservano le cose

come le vediamo noi.

“Non so !”

 

Poi il poeta pone delle domande a se stesso, ma non trova risposta, anzi ha un maggiore smarrimento :

Io nulla ricordo della mia

vita passata,

niente so della mia

vita futura,

ho un’entità, ma non so cosa sia,

non so quanto la mia entità

conosca se stessa.

“Non so !”

Egli conclude la sua poesia di 284 versi con espressioni di rassegnazione:

 

Sono venuto e andro',

senza saperlo.

Io sono un enigma,

la mia dipartita

è come la venuta

di una magia.

Chi ha creato questo enigma

è un maggiore enigma.

Non discutere con l’intellettuale

Che risponde: “Io non so !”

 

***********

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Zag'al(Poesia cantata)

Lo “Zag’al” è un genere di poesia popolare araba, benché non rispetti la metrica letteraria ed usi parole dialettali, è molto gradita. Alla stessa maniera in cui le “Muwassahât”, genere di poesia araba strofica, in Andalusia camminavano parallelamente alla poesia letteraria, la poesia “Zag’al” presso gli emigrati arabi in America Latina, e soprattutto in Brasile, è andata avanti parallelamente alla poesia letteraria. Lo “Zag’al” era cosi diffuso in Brasile che in questo paese si pubblicavano le tre Riviste seguenti che si occupavano di questo tipo di poesia: “Rawdat az-Zag’al”, “ar-Rawdah”, “al-Marâhil”; la sua stessa diffusione è dovuta anche alla validità dei suoi autori spesso poeti letterari, come ad esempio: Iliâs Farahât, Salim Nadir, Yûsuf G’ânim. La caratteristica dominante di questa poesia è la nostalgia della madre-patria. Riportiamo alcuni versi del poeta Yûsuf G’ânim :

Da anni attendo sulla costa

la comparsa della nave

infelice, pieno di desiderio

di tornare in patria.

Barche vanno e vengono

sulle onde azzurre.

La immagino come l’arca di Noè

in attesa di incontrarla.

***********

 

Tra le poetesse autrici di “Zag’al” ricordiamo Salma Nadir , che nei seguenti versi esprime la nostalgia per il suo amato.

 

Da quando ti ho visto lasciare la patria

i miei occhi mattina e sera

attendono il tuo ritorno.

Mi hai lasciata sconsolata,

senza che tu versassi una lacrima.

Cosi il tuo cuore è inaridito

senza nostalgia ?

******

 

 

Prosa

 

Fra i poeti che hanno composto poesie in prosa all’inizio di questo secolo c’è il nostro poeta libanese Amin ar-Rihani (1876-1940). Nella sua poesia dal titolo “Diglah; Tigri: fiume dell’Iraq” si nota l’influenza del poeta americano Whitman che voleva liberare la poesia dalla rima e dalla metrica.

 

Lo saluto, mentre il mio cuore

è nella mia mano

lo saluto mentre la mia anima

è sulla lingua.

 

Mi fermo davanti ad esso:

davanti a me si rivelano

le meraviglie del tempo.

 

Ha una parola che spaventa,

una parola che eccita,

una parola che fa vivere e morire

mentre scorre nel suo alveo,

quieto e tranquillo.

 

Porta il benessere da Nord a Sud

da una regione all’altra;

quando è in piena;

scorre verso oriente ed occidente

per distribuire i suoi benefici

nel paese.

Le montagne gli dicono :

leggi le pianure che si estendono

davanti a noi.

 

Esso dice alle pianure : portatemi

i saluti alle popolazioni

Qahtân e Mudâr.

 

Esso è il signore dell’Iraq,

la sua vita è immortale.

 

Il suo occhio è l’occhio del secolo

la sua lingua è la lingua del tempo.

 

Ha osservato regni formati

con la spada

ed altri con le parole magiche e regali,

formando scienze ed arte.

 

Sulle sue sponde hanno scintillato

le luci dell’allegria e della passione,

sotto l’ombra delle sue palme

sono passate le sfilate del prestigio

e della gloria.

 

Le luci sono spente

i palazzi sono cancellati,

si sono dissolte le tracce della grandezza

ed esso continua a fluire quieto e tranquillo.

 

******************

 

Quanto alla poesia di stile romantico diffusasi presso gli arabi negli anni venti e trenta, riportiamo alcuni versi della poesia “Ragâ; implorazione” del poeta tunisino Mohammad al-Basrûs (1911-1944), nei quali si rivolge alla sua amata di nome Is’ad, chiedendole di andare con lui nel bosco per accogliere le gioie della natura e la bellezza della vita :

 

Is’ad di prego di venire con me

nel vicino bosco, dove la vita è bella.

Nella sua frescura c’è la bellezza

dell’amore

per accogliere l’alba sorridente

che respira come la corda

della chitarra.

Cantiamo, come cantano gli usignoli,

per i fiori e gli alberi.

Li' accoglieremo il venticello

che odora di gelsomino,

ascolteremo la melodia degli uccelli

e la loro tenera magia.

Li' berremo avidamente

L’incanto del mattino e del tramonto.

Torneremo pieni di sogni

e di speranze.

*************

  Il maggiore poeta tunisino che ha cantato la natura e la sua bellezza è Abu al-Qasim as-Sabbi (1909-1934). Nella sua poesia “al-Gâb; Il bosco” composta durante la sua malattia, egli parla di se stesso, circondato dalle sue pecore e da sciami di uccelli che volteggiano sugli alberi cinguettando con allegria :

 

Il mondo vivo si è svegliato

cantando per la vita.

Svegliatevi, agnellini miei;

su, pecore, seguitemi, pecore mie,

fra lo sciame degli uccelli.

e della vostra allegria,

ascoltate il mormorio dei ruscelli,

aspirate il profumo dei fiori,

guardate la valle coperta di nebbia,

brucate l’erba della terra e dei freschi pascoli,

ascoltate il mio flauto,

che canta dolci canzoni.

 

Una melodia, che esce dal mio cuore

come il respiro delle rose,

si innalza volteggiando

come un usignolo che canta felice.

Il sole l’ha allattato con la sua luce

e la luna l’ha alimentato.

Ha bevuto dalle gocce

della rugiada notturna.

Agnellini miei,

mai vi annoierete

nella frescura del bosco.

 

Il tempo del bosco

è fanciullo giocoso.

esso è bello e limpido.

Il tempo degli uomini è vecchio,

accigliato, pesante.

cammina stancamente sulla pianura

Agnellini, voi nei boschi

pascolate, camminando accanto a me.

Io canto e suono sino al tramonto.

**************

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Poesia romantica

 

Riportiamo un altro poeta contemporaneo fra i più noti della corrente romantica, lo yemenita   Abdûllâh al-Bardùni, nato nel 1925. Ecco alcuni versi delle sue composizioni:

 

O poeta dei fiori e dei ramoscelli

hai il fuoco dentro di te,

o sei sereno ?

Cosa canti per il tuo interlocutore ?

A chi riveli tutto ci?

che hai nel cuore ?

Questo tuo canto è pieno

di passione calda

come il desiderio

di un innamorato prigioniero.

Nella tua limpida voce

C’è un arte sottile,

ma dietro di essa

c’è un arte diversa.

Quando tu emetti dei suoni limpidi

dietro tali melodie

ci sono sempre lacrime copiose.

Tu piangi e canti sulla collina

oppure nel tuo pianto

c’è musica e canto.

 

I poeti del romanticismo benché scrivano in poesia tradizionale, talvolta variano la rima, talvolta la mantengono per tutta la poesia. Oltre ai poeti presentati, meritano di essere citati, come poeti di grande prestigio del Romanticismo, Gubrân Khalil Gubrân, Mikhâil Nuaymah, Abû Madi, Ilias Farahat, Ibrahim al-‘Arid. Fra i poeti giordani più noti c’è Mustafa Wahbi at-Tal l (1899-1949). Riportiamo di lui alcuni versi di una poesia del genere lirico, dal titolo “Qul lilmalihah; dici alla bella”.

 

Chiedi alla bella come mai

si era allontanata dallo sguardo amorevole,

perché ha abbandonato un luogo

che non è mai stato angusto per lei.

Le sue guance sono rose,

la sua bocca odora di nettare.

Quanto è bella fra le ragazze !

tutte cercano di farsela amica.

I miei occhi si incantano della sua bellezza.

al di fuori della sua,

nessun’altra bellezza è degna di ammirazione.

 

Dalla raccolta della nota poetessa palestinese Fadwa Tûqan, nata nel 1917, abbiamo scelto una poesia di tipo Amûdi, composta prima che ella si dedicasse alla poesia del verso libero. Il titolo di tale poesia è “Yatim wa Umm; Un orfano ed una madre” ed è di carattere sociale. In essa si presenta la situazione di un orfano di padre, malato, e l’amore della sua madre, che ha dovuto rinunciare al nero del lutto per non rattristare il suo bambino :

 

E’ provato dalla debolezza

e dai dolori

la gracilità e l’infermità

si sono accanite contro di lui.

Gli arti sono fragili per la malattia,

non riesce a muovere né mano, né piede,

il suo corpo è indebolito

la febbre lo divora.

Sta immobile, volgendo solo lo sguardo

che talvolta si spegne.

Ha sette anni ed è già orfano

la pietà di Dio lo avvolga.

La povertà ne ha indebolito gli occhi

colpendolo sin dallo svezzamento.

Compassione per una madre vedova,

che ha chiuso nel cuore il suo dolore,

evitando di indossare gli abiti neri.

 

No, non credete che la sua sanguinante

ferita sia guarita.

Ha solo voluto allontanare

Il malaugurio dal suo unico figlio.

Ma quanto soffre il suo cuore !

si veste in bianco, quasi fosse

una colomba di un luogo sacro.

Con passione l’abbraccia.

Il mondo degli orfani,

è l’abbraccio di una madre.

Ne carezza la fronte con la mano

Benché ardesse per la febbre.

Il bambina la guarda silenzioso :

nei suoi occhi c’era un interrogativo :

Oh, se potessi capire cosa egli desidera !

Nella sua anima c’è

Una domanda segreta.

 

Se avesse chiesto le stelle

si sarebbe adoperata per dargliele,

ogni sua richiesta viene accolta.

Si china per chiedergli un desiderio.

Fissa gli occhi, la bocca si distende

e dice mamma, chissà dov’è mio padre …

non è tornato da quando se ne è andato.

Rivolgiti a lui, chiedigli di tornare;

il mio cuore, se lo vede venire, gioirà.

Non chiedere della sua ferita, come sia;

da ogni parte sgorga il sangue.

Abbraccia il bambino con una mano,

con l’altra asciuga le sue copiose lacrime.

E’ difficile quel che egli chiede.

Come puo' riportargli il corpo morto ?

 

Il poeta Muhammad al-Farag’ nella poesia intitolata “La Taqtulû ar-Rabi; non uccidete la primavera” condanna le guerre che arrecano solo morte e distruzione, minacciando il futuro dei bambini.

 

Queste guerre micidiali

che noi dichiariamo

alimentano il fuoco.

Distruggiamo le speranze

senza comprensione

lasciando dietro dolore e tristezza.

Con crudeltà distruggiamo

il sogno dei piccoli

e il loro sonno tranquillo.

Lasciamo per la strada una bambina

che ha perso la dolcezza della famiglia

e della patria.

Troviamo un bambino sfigurato

dalle ferite;

prima era allegro e cantava.

Il sangue dell’innocenza

scorre sulla terra

e sotto i nostri piedi

calpestiamo i corpi.

E’ l’ignoranza che ci porta

alla distruzione

e guida i nostri passi

verso l’annientamento.

O distratti, le nostre grida

s’innalzano da tanto tempo.

Non avete ascoltato la nostra angoscia.

 

Il poeta algerino Mufdi Zakaryya , denominato il poeta della rivoluzione algerina e del Mag’rib arabo (1908-1977), in una sua poesia tratta dal suo canzoniere “al-Lahab al-Muqaddas; La fiamma venerata” esalta il martire algerino caduto per la libertà della sua patria.

 

Apparve calmo come il Cristo

avanzando sereno

cantando versi

sorridendo come un angelo

o come un bambino

che accoglie l’alba del nuovo giorno.

Sognando, ferito, la gloria

desideroso di ascendere

si è elevato come lo spirito

nella notte del destino

in pace, per diffondere

nell’universo una festa.

 

Alla fine della poesia colpisce l’immagine del martire che, senza rancore, volgendosi agli aguzzini, esclama :

 

Impiccatemi, io non temo la corda

crocifiggetemi, non ho paura del ferro.

Aguzzino mio, presentati

a volto scoperto senza maschera,

io non porto rancore.

Compi il tuo mandato

Sono d’accordo, affinché

Il mio popolo possa vivere felice.

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