Memorie spinose

 

Qualsiasi leader palestinese ha il dovere,
di fronte al suo popolo, che e' un popolo
di profughi, esiliati, deportati e dispossessati,
di ribadire che il diritto al ritorno non sara' ne'
barattato ne' lasciato cadere poiche' esso
rappresenta l'essenza della lotta palestinese,
il suo cuore e la sua anima.
A maggio, le dolci vallate di Palestina si vestono di colori accattivanti e di vita, e cantano un'antica melodia di imparagonabile spiritualita'. La Palestina si veste di primavera, distribuendo fragranze aromatiche e la sua semplice bellezza da un capo all'altro del territorio, come per ringraziare il contadino palestinese di essersi preso cura di lei durante il gelido inverno, a dispetto della pioggia scarsa. Offre alle donne palestinesi infinite collane di fiori e le intreccia in segno di scusa per il duro lavoro che le aspetta durante la torrida estate.

Cinquantacinque primavere fa, le valli palestinesi erano vestite dei colori della morte e della paura, impotenti dal emettere un solo suono che non fosse quello delle lacrime amare riversate sui suoi figli che venivano scacciati, e che avrebbero mutato la loro vita per sempre.

Nella sua antica saggezza, la Palestina sapeva che presto i suoi colori sarebbero tornati quelli di sempre, ma che i suoi fedeli guardiani non sarebbero stati li' per goderne ... Pianse per la monumentale perdita di vita, proprieta', storia e memorie. Sanguino' a causa di ferite mai rimarginate ma che, anzi, diventavano piu' profonde da una generazione all'altra. Giuro' che avrebbe illuminato il loro sentiero ed avrebbe aspettato il loro ritorno.

Ecco perche' la Palestina, da quel fatale maggio, si vesti' di spinosi cactus, contrassegnando ognuno dei circa 500 villaggi palestinesi distrutti con quelle piante, infinite nel loro simbolismo ed efficaci nel loro messaggio. Prendendo il posto che il suo popolo aveva da millenni, la Palestina giuro' di custodire i luoghi in cui i palestinesi vivevano, danzavano e piangevano - determinata a non permettere a nessuno lo sradicamento delle loro memorie, come era accaduto ai villaggi nei quali essi vivevano.

Essi sono implacabili nella loro tenacia, incrollabili nella loro memoria collettiva ed intransigenti nella loro dolorosa sofferenza. I profughi palestinesi, sia rappresentati dai cactus che crebbero nei luoghi da cui furono costretti ad andare via, sia personalizzati nelle generazioni destinate ad una vita di privazioni assolute ai margini della memoria internazionale, sono la ferita da cui la Palestina non ha mai cessato di sanguinare fin dal maggio 1948.

La loro storia e' stata cosi' tante volte ripetuta che il mondo ha deciso di impegnarsi in qualsiasi altra cosa che non fosse dar loro la giustizia promessa dopo cinquantacinque anni di impotenza. Sebbene non tutti i profughi siano rimasti intrappolati nel baratro della poverta' e della privazione, rimangono pero' tutti, indistintamente, privati dei diritti piu' basilari, inclusi quelli riconosciuti come i loro diritti peculiari. Sono senza casa nella maniera piu' austera; si aggrappano con ostinazione alle memorie a cui e' stato negato il riconoscimento, ai sogni che non sono stati realizzati, all'identita' che si e' cercato di estirpare ed all'orgoglio della proprieta' e del diritto storico che si e' provato ad obliterare. La richiesta di ritornare in patria non e' mai cessata poiche' essa e' l'unico modo attraverso cui puo' chiudersi la loro sofferenza generazionale.

Questi profughi hanno sfidato tutte le aspettative internazionali di assimilazione e sparizione. Dopo cinquantacinque anni continuano a rivendicare il riconoscimento della loro pena e dei loro diritti inalienabili, la garanzia dei quali e' l'unica soluzione che guarira' le ferite della terra ed addolcira' le sue memorie spinose. Essi rifiutano di soccombere agli appelli nuovi/vecchi a rinunciare al sacro diritto al ritorno da parte di coloro che una volta decisero, senza averne alcun diritto, di trasformarli in profughi senza patria. E questo maggio, sebbene la Palestina sia addobbata dei colori e degli aromi piu' meravigliosi, la terra chiama il suo popolo... La sua voce non e' zittita dall'infinito calpestio sulle sue memorie che eternamente si rigenerano e la sua volonta' non e' trattenuta dalla saldatura di mura d'acciaio e barriere di filo spinato.

Nel dicembre 1948, la comunita' internazionale solennemente promise che i profughi palestinesi, esiliati senza misericordia dalle loro case dai gruppi terroristici ebraici ben organizzati - i cui membri si sono gradualmente trasformati da criminali di guerra ricercati dalla comunita' internazionale a "statisti" - avevano il diritto di tornare alle loro terre e di ricevere indennizzi per le proprieta' perse o distrutte. Non vi era ancora un Consiglio di Sicurezza, ma la risoluzione 194 dell'Assemblea Generale portava con se' il peso morale e legale di una decisione vincolante. Questa risoluzione aspetta ancora di essere onorata. Israele rifiuta persino di assumersi la responsabilita' dell'orrenda ingiustizia imposta ad un'intera nazione ed al suo popolo.

Durante una promettente visita a quella terra ferita, il segretario di Stato americano sorprendentemente dichiaro' che Israele non avrebbe dovuto sorvolare sul diritto al ritorno dei palestinesi. Per quanto positiva nelle sue implicazioni, la dichiarazione del segretario di stato trascuro' il fatto che questo diritto e' una richiesta internazionale sancita dalla risoluzione 194 e ribadita da centinaia di altre risoluzioni. Egli, inoltre, dimentico' o finse di non ricordare che questo sacro diritto non ha scadenze ne' limitazioni di tempo, non importa quanto a lungo Israele decida di non obbedire a questa legge internazionale e morale.

Come e' noto, Israele ha risposto a questa dichiarazione sorvolando letteralmente sulle richieste palestinesi ed internazionali: il suo primo ministro ha ordinato piu' attacchi contro il popolo nativo, scegliendo come obiettivo la fonte del dolore collettivo palestinese, i campi profughi. Le sue truppe hanno colpito case e vite di rifugiati a Rafah e Jenin per reiterare, di fronte alla coscienza cloroformizzata del mondo, la sua determinazione a spazzare via nel sangue il diritto al ritorno, non ad ignorarlo semplicemente. Gli attacchi condotti contro i profughi in questi ultimi due anni sono solo gli ultimi di una serie di massacri sistematici che Sharon ha pianificato, ordinato o personalmente condotto dal 1948 ad oggi, da Qibiya a Sabra e Shatila, da Askar a Jenin.

La pace in Palestina non potra' regnare se non si correggera' con rigore l'ingiustizia storica perpetrata, poiche' la pace non puo' coesistere con una ferita cronicamente sanguinante e dolorosa che rifiuta di essere medicata. Qualsiasi leader palestinese ha il dovere, di fronte al suo popolo, che e' un popolo di profughi, esiliati, deportati e dispossessati, di ribadire che il diritto al ritorno non sara' ne' barattato ne' lasciato cadere poiche' esso rappresenta l'essenza della lotta palestinese, il suo cuore e la sua anima. Secondo le stime delle Nazioni Unite, vi sono oggi circa 4 milioni di profughi palestinesi che vivono nella Palestina sotto occupazione, in Giordania, Siria e Libano. Rappresentano la maggioranza della nazione palestinese, che tocca oggi il numero di 7 milioni. I loro diritti sono in effetti quelli di un'intera nazione. Tradirli equivale a tradire la Palestina e la sua persistente memoria della perdita.

Cinquantacinque anni fa, un bambino di tredici anni fu costretto a vivere un doloroso trauma allorche' la sua famiglia fu espulsa, sotto la minaccia delle armi, dalla sua casa di Safad, nella Palestina del nord. Il suo viaggio amaro attraverso le montagne della Galilea fino in Siria e' un'esperienza su cui non si puo' "sorvolare". E' una maledizione che nessun "fatto compiuto" puo' sradicare ed erodere. Questo bambino fu costretto a lasciare gli uliveti di Safad ed i giganteschi alberi di fico che una volta proteggevano e facevano scudo alla Palestina. Fu confinato negli stretti vicoli sovraffollati di un campo profughi in Siria, dove la grande casa in pietra viva, i fichi e gli olivi erano presenti solo nella sua vibrante memoria.

Questo profugo di tredici anni e' cresciuto ed e' diventato Mahmud Abbas, abu Mazen - il primo "capo di governo" palestinese. Insieme ai membri del suo governo, sette dei quali sono anch'essi profughi, Abu Mazen non puo' lasciar cadere questa richiesta, poiche' essa e' parte di una ferita che non puo' essere curata con la forza delle armi. Tenendo fede alla loro natura, gli scettici potranno continuare ad arrancare dietro l'agenda americana, specie per quello che concerne la questione dei profughi, ma, se sceglieranno di restare fedeli all'intera nazione palestinese che si duole per la Nakba, capiranno che gli ostinati e spinosi testimoni delle ferite della Palestina resistono anch'essi e chiamano il loro popolo.

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