Missione  "Scappare dall'Iraq":
 Lo slogan vincente di domani
di R. Baroud

 

Chi c'e' dietro l'attacco all'ONU di Baghdad? Bremer, governatore americano della neo-colonia  dell'Iraq, offre la sua patetica e risibile versione: "E' gente che lotta contro quell'Iraq liberato che molti iracheni appoggiano. E' gente che non condivide la visione di un Iraq libero con un'economia vibrante".

 

uori dagli USA, ben pochi sono disposti ad accettare  le asserzioni americane secondo cui la resistenza irachena sarebbe "terrorismo". 

A causa d ciò, gli USA stanno cercando ferocemente di ridare vita all'ormai defunta teoria della presenza di al-Qaida in Iraq. 
Il letale attacco al Quartier Generale ONU a Baghdad e' stato, senza dubbio, ciò di cui il Pentagono aveva bisogno per giocare, ancora una volta, la carta di al-Qaida.


Ancora prima che l'ultima vittima venisse estratta dalle macerie fumanti di Baghdad, causate da un apparente attacco kamikaze lo scorso 16 agosto, i dirigenti americani ricominciarono ad utilizzare il vecchio ritornello: la colpa e' di al-Qaida.

Sembra che l'ossessione USA ad incolpare il gruppo sia di grande significato politico per l'amministrazione Bush, molto più che impedire che attacchi del genere possano ripetersi.
Quando un'autobomba devastò parte dell'ambasciata giordana di Baghdad, lo scorso 7 agosto, gli USA ne addossarono la responsabilità ad Ansar-al-Islam e, successivamente, ad al-Qaida. Nonostante non vi siano prove di alcuna cooperazione tra Ansar-al-Islam ed al-Qaida, i dirigenti USA si riferiscono ad entrambi i gruppi come fossero sinonimi. 
Sono state fornite molte teorie per spiegare i motivi che hanno potuto causare l'attacco all'ambasciata, ma i dirigenti del Pentagono sono sembrati interessati solo a quelle concernenti al-Qaida.
Lo stesso scenario si sta ripetendo, persino duplicando, nel caso dell'esplosione alle N.U. Tale duplicazione ha poco a che vedere con la natura, i motivi ed i metodi degli attacchi, e molte a che vedere con la risposta USA ad entrambi.
Lo stesso Paul Bremer, amministratore civile USA, ha detto: "E' chiaro che vi sono "terroristi" all'interno dell'Iraq, adesso".
Quali terroristi? E da dove sono venuti? Ancora una volta, Bremer offre la sua spiegazione:
"Dopo la guerra, sembra che un certo numero di terroristi di Ansar al-Islam si siano re-infiltrati in Iraq. Siamo preoccupati. Abbiamo anche terroristi stranieri, che arrivano dal confine".
Poi Bremer elenca i paesi da cui arrivano questi stranieri: prima di tutto, Siria, Yemen e Sudan.
Allo stesso tempo, molti cosiddetti esperti di terrorismo affollano le stazioni televisive americane, offrendo le loro spiegazioni sul presunto coinvolgimento di al-Qaida.
James Rubin, ex-vice Segretario di Stato, ha incolpato gli "estremisti islamici". "Guardiamo in faccia alla realtà. Se sei un terrorista mediorientale ed hai il compito di uccidere americani, l'Iraq e' il posto in cui vorresti andare", ha esclamato.

Ma perché spingere la carta di al-Qaida e degli "estremisti islamici" proprio in questo momento, quando l'occupazione dell'Iraq si sta incancrenendo, con gli attacchi della resistenza che diventano più frequenti e con un sondaggio d'opinione condotto in tutti gli Stati Uniti, che mostra una popolazione sempre più insofferente nei riguardi della pasticciata missione irachena?
La risposta e' semplice. I pretesti USA per la guerra all'Afghanistan, dopo gli attacchi dell'11 settembre, non sono utilizzabili in questo frangente e, per ricrearli, bisogna ripescare ancora una volta la carta di al-Qaida.

Non c'e' dunque da meravigliarsi per la dichiarazione di Bremer la mattina dell'esplosione a Baghdad. "E' parte di una guerra globale contro il terrorismo che ci fu dichiarata ufficialmente l'11 settembre". 
La relazione tra l'11 settembre e l'attacco alle N.U. - che, nonostante tutto, rifiutarono di legittimare la guerra USA all'Iraq nonostante le pressioni - e' chiara solo a Bremer ed ai cosiddetti esperti di terrorismo blanditi dai media.
L'amministrazione USA d'occupazione sta facendo del suo meglio per rendere incontrollabile la situazione. La perplessità e la confusione mostrata dall'amministrazione Bush nel mezzo del caos e' durata abbastanza da suscitare aspre critiche da parte dei suoi oppositori, a casa ed all'estero. Per addolcire tali critiche, e rafforzare la sua agenda a proposito dell'internazionalizzazione delle responsabilità della ricostruzione in Iraq - rimanendo al tempo stesso arbitro unico del destino del paese arabo occupato - il governo USA sta cercando disperatamente di ridare vita al pretesto del terrorismo internazionale.

Pochi restano impressionati.
La Lega Araba rifiuta di assumersi la responsabilità di "rendere sicuro" un Iraq occupato.
I governi mondiali - più segnatamente la Spagna ed il Giappone, i quali erano stati d'accordo nell'inviare alcune delle loro truppe in Iraq - stanno affrontando tempeste politiche che sono lungi dal ricomporsi.
Il portavoce del ministro degli Esteri tedesco, Walter Lindner, ha reiterato che il suo paese resterà  fuori dal fiasco militare in Iraq.
La Gran Bretagna, dal canto suo,  e' ancora sotto shock a causa della tragica morte dell'ex ispettore agli armamenti David Kelly, con un Tony Blair che si prepara a testimoniare all'inchiesta su  tale morte.

Con l'arena internazionale non ancora pronta a seguire i comandi USA in Iraq, la già sconcertante equazione irachena diventa sempre più confusa, e ne' l'analisi politica, ne' lo stile militare USA aiutano la situazione.
Gli USA stanno disperatamente sperando di collocare un filo di al-Qaida in Iraq per giustificare la guerra, seppure in retrospettiva, per legittimare la loro occupazione e per rafforzare le vacillanti alleanze che erano state forgiate dopo l'11 settembre. E' persino difficile riguadagnare l'ingenua fiducia del pubblico americano, che diminuisce un giorno dopo l'altro.
Ma in Iraq, l'equazione sembra frantumarsi in una miriade di mini-equazioni, ipotesi, teorie e previsioni, che si aggiungono in maniera collettiva al caos ed all'incertezza.
Più cresce il caos, più sono i paesi che desiderano lavarsi le mani e distanziarsi dal governo USA e dai suoi futili piani di egemonia e controllo.

Per impedire la realizzazione di tale scenario, il governo USA dovrebbe fornire risposte solide ed una visione più saggia nonostante entrambi siano attualmente assenti.
Quando gli fu chiesto se conoscevano i perpetratori dell'esplosione all'ONU di Baghdad, Bremer rispose elusivamente: "Sappiamo, in generale, chi c'e' dietro ... E' gente che lotta contro quell'Iraq liberato che molti iracheni appoggiano. E' gente che non condivide la visione di un Iraq libero con un'economia vibrante".

Se questa e' la migliore spiegazione che gli USA sono in grado di offrire, allora la palude irachena diventerà sempre più profonda, fino al punto che la "Missione: scappare dall'Iraq" potrebbe divenire lo slogan vincente alle future elezioni presidenziali.

Traduzione a cura di www.arabcomint.com
Palestine Chronicle