NIENTE DA NASCONDERE ... MA NESSUNO PUO' VEDERE COSA E' ACCADUTO A JENIN

Il mondo e' testimone di una grottesca farsa diplomatica riguardo l'investigazione ONU sulle atrocita' commesse da Israele nel campo profughi di Jenin. Un governo che per nove giorni ha cinto d'assedio con carriarmati, bulldozers, elicotteri da guerra e militari ben equipaggiati un'area densamente abitata; che ha impedito alle ambulanze il soccorso dei feriti; che ha sparato ai giornalisti che cercavano di entrare nella zona; e che per una settimana ha impedito l'accesso alla Croce Rossa ed agli osservatori delle Nazioni Unite: questo governo e' oggi in grado di bloccare un'investigazione ONU.

Il suo primo ministro, Ariel Sharon - gia' indagato per il suo "attivo" ruolo nei massacri di Sabra e Shatila, Beirut, 1982 - si arroga il diritto di determinare la composizione del team investigativo, la selezione dei testimoni ed i parametri dell'inchiesta. Dietro le quinte, il governo USA sostiene il tentativo israeliano di minare l'inchiesta - o di trasformarla in un' innocua presa in giro - mentre i media internazionali fanno il possibile per difendere cio' che, moralmente e politicamente, e' indifendibile.

Il Segretario Generale dell'ONU, Kofi Annan, da parte sua, si dibatte tra proteste a denti stretti e blande assicurazioni che, alla fine, qualcosa verra' studiata per permettere un'inchiesta sui barbari omicidi di civili palestinesi che riportano alle atrocita' USA in Vietnam ed a quelle compiute durante la seconda guerra mondiale.

L'intero spettacolo e' una lezione politicamente salutare dell'ipocrisia e della brutalita' dell'imperialismo e del ruolo di appendice degli interessi delle grandi potenze che riveste oggi l'ONU.

Intanto, appare sempre piu' chiaro il ruolo che hanno avuto gli USA nello scambio che ha portato alla fine della prigionia per Yasser Arafat: un vero quid pro quo studiato appunto per adattare l'inchiesta su Jenin alle richieste israeliane e, in via subordinata, per sabotarla.

Lunedi, il Washington Post riportava: "I dirigenti del governo israeliano non hanno rivelato se Bush abbia o meno promesso di aiutare Israele nel persuadere Kofi Annan a venire incontro alle richieste su Jenin. Aspettiamo di vedere come l'America si esprimera' nel Consiglio di Sicurezza, ha detto un alto dirigente".

Inizialmente, ne' Israele ne' gli USA avevano avversato l'ipotesi di una commissione d'inchiesta su Jenin, e cio' per un motivo molto semplice: innanzitutto, Bush mirava a placare gli animi dei governanti arabi (esasperati non gia' dalla luce verde che l'amministrazione americana aveva dato a Sharon nella repressione contro i palestinesi ma, piuttosto, dalle scatenate proteste di piazza che ne erano seguite e che rischiavano di travolgerli) in vista di un futuro attacco contro l'Iraq. Inoltre, il governo Sharon, avendo avuto preventiva assicurazione che l'investigazione non avrebbe prodotto altro che "silenzio", aveva dato l'assenso al team delle N.U. per entrare nel martoriato campo profughi.

"Israele non ha nulla da nascondere", aveva dichiarato solennemente Shimon Peres il 19 aprile. Effettivamente, l'esercito israeliano stava lavorando duramente per nascondere, sotterrandole, le prove dei suoi crimini di guerra. I sopravvissuti di Jenin, fin dall'inizio, hanno parlato di fosse comuni e lo stesso governo Sharon ha fatto pressioni sulla Corte Suprema israeliana affinche' fosse concesso il permesso di rimuovere i cadaveri dal campo (per trasportarli, eventualmente, in una localita' segreta e deserta).

Ma, nonostante l'impegno dei militari israeliani, le scene di devastazione e l'odore acre dei corpi frantumati sotto le case demolite dai bulldozers israeliani - mentre i loro abitanti erano dentro - hanno provocato un moto di indignazione internazionale e molte voci si sono levate per condannare "i crimini di guerra". Spaventati dalle possibili conseguenze di una vera e propria investigazione - e tra queste, la possibilita' che Sharon, Peres e gli altri leaders israeliani fossero incriminati per "atrocita'" - il gabinetto israeliano si e' mosso immediatamente per mettere i bastoni tra le ruote alla commissione ONU.

I portavoce israeliani hanno cominciato col denunciare due membri della commissione ONU - Cornelio Sommaruga, ex-presidente della Commissione Internazionale della Croce Rossa, e Sadako Ogata, ex-alto commissario delle N.U. per i rifugiati. Poi hanno chiesto che Annan riducesse l'inchiesta ad una "missione per l'accertamento dei fatti" (fact-finding mission) che non traesse alcuna conclusione, ma che, piuttosto, indagasse sull' "infrastruttura del terrore" presente nel campo. Annan ha cercato di venire incontro alle assurde richieste israeliane inserendo nel team il Generale Maggiore dell'esercito americano, ora in pensione, William Nash.

Ma, alla fine della settimana scorsa, Peres ha lasciato cadere il suo "niente da nascondere" ed ha accusato l'ONU di voler "infamare Israele, mettendo un timbro di sangue su di noi".

L'amministrazione Bush, mentre nominalmente supportava l'investigazione ONU, di fatto sosteneva le pretese israeliane che a Jenin non fosse stato compiuto alcun massacro. Davanti ad una commissione senatoriale, il Segretario di Stato Colin Powell, ha dichiarato che "non aveva visto alcuna prova di eccidi a Jenin, ne' di fosse comuni".

 

 

 

Bisognerebbe sottolineare che, in tutto il tempo della sua visita in Medioriente, Powell non ha fatto alcun tentativo di visitare cio' che resta del campo profughi.

Dal canto suo, la stampa americana ha ripetuto pappagallescamente le parole israeliane, secondo cui la commissione ONU era troppo "filo-palestinese"(!!!). Il 26 aprile, il Washington Post pubblicava un editoriale intitolato "Missione non equilibrata a Jenin". Il giornale continuava rivolgendo accuse di "anti-semitismo" (al solito!) a Cornelio Sommaruga e affermando che "sia l'uomo che la Commissione da lui presieduta rappresentano bandiere rosse per Israele, e per alcune buone ragioni". L'editoriale concludeva retoricamente: "E' strano che Israele sia preoccupato riguardo alla giustizia e alla obiettivita' della missione?".

Nello stesso giornale, poi, appariva un articolo basato su interviste fatte a militari che avevano combattuto a Jenin e che confermavano le accuse di atrocita' fatte all'esercito israeliano. Un sergente rivelava: "Gli ordini erano di sparare ad ogni casa. Le parole alla radio erano: Spara un colpo su ogni finestra". Il sergente si era detto turbato dagli ordini, ma aveva confermato che nessuno dei suoi colleghi aveva esitato nell'eseguirli. Le case palestinesi sono state tempestate di proiettili calibro 50, di pallottole di mitragliatore M-24, di fucili automatici Barrett e di granate Mod3.

L'impavido sergente rivelava, nelle colonne del Post, che non era vera la tesi dell'esercito secondo cui i civili erano stati fatti uscire dalle case e rivelava anche che i civili erano stati usati come scudi umani. E' politicamente istruttivo paragonare il supporto e la copertura data dai media alle atrocita' israeliane con la campagna di demonizzazione contro la Serbia, accusata degli stessi crimini occultati in Palestina, allo scopo di dipingere Milosevic come l'Hitler serbo a cui bisognava per forza fare la guerra.

Le azioni di Milosevic in Kossovo spariscono di fronte alla violenza israeliana contro i palestinesi. L'imperialismo USA, invece, decise che il regime serbo, come quello iracheno, erano d'intralcio ai suoi interessi globali e dovevano, dunque, essere schiacciati manu militari. Israele, invece, resta l'alleato strategico di Washington nel Medioriente ricco di petrolio. Cosi', il governo USA copre i crimini di Israele e dichiara che Sharon e' "un uomo di pace", mentre i media americani, vero capolavoro strategico delle lobbies sioniste, puntano l'indice contro Arafat e i palestinesi. Intanto, Milosevic siede al banco degli imputati nel tribunale per i crimini di guerra dell'Aja.

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