Pacificazione: Ne
vale la pena?
di Kathy Kelly - Voices in the
Wilderness
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Sei anni fa, nel febbraio del 1998, viaggiai in Iraq con il team britannico di Voices in The Wilderness. Gli USA minacciavano un altro massiccio bombardamento. Decidemmo di andare a Falluja nella speranza di meglio comprendere la prospettiva di un popolo, il cui mercato era stato bombardato nel 1991 da una bomba "intelligente" finita fuori bersaglio. L'esplosione aveva ucciso all'istante 150 persone, ferendone centinaia. Nel periodo della nostra visita, molti altri erano morti ed avevano sofferto durante i quasi otto anni di sanzioni economiche brutalmente punitive. |
Nel mercato principale di Falluja, cominciammo a distribuire dei volantini in cui spiegavamo perché stavamo violando le sanzioni economiche. Una folla di persone si accalcò attorno a noi, alla ricerca di un volantino. Separata dai miei compagni e circondata da una folla che mi urlava contro agitando i volantini, mi chiesi se la scena avesse potuto trasformarsi in un pericolo. Un uomo che parlava in inglese mi urlò, in piedi di fronte a me e con gli occhi lampeggianti: "Voi americani! Voi europei! Venite a casa mia. Vi mostrerò dell'acqua che voi non dareste da bere ai vostri animali ed e' tutto ciò che abbiamo. Ed ora volete ricominciare ad uccidere i nostri figli. Non potete uccidere mio figlio. Mio figlio, lui fu ucciso nella guerra Bush (la prima)".
"Mi dispiace", mormorai, "mi dispiace davvero". Allora il suo comportamento mutò all'improvviso. "Ah, Madam", disse, con tono più dolce, "lei e' troppo stanca. Venga con me, le offrirò un tè". Mi aiutò a farmi spazio tra la folla fino a che non raggiungemmo un banchetto per i falafel dove mi servì del tè, insistendo affinché recuperassi i miei compagni e li portassi a mangiare a casa sua. Fin dal 1996, un'aggraziata ospitalità ha caratterizzato ogni viaggio in Iraq, mio e di altri membri di Voci.
Nel 1999, tornai al mercato di Falluja, questa volta con il nostro amico Ahmad, un cittadino USA, nato nel Sinai, il quale fu nostro traduttore allorché ci imbattemmo in una scena simile. Vidi un bambino che mi guardava. Sembrava avere 11 anni, era povero ed estremamente intenso. "Per favore, Ahmad", chiesi, "chiedi a questo bambino cosa pensa". Il bambino raddrizzò le spalle e disse: "Sono uno studioso della fede". Ahmad gli rifece la mia domanda. Questa volta la risposta fu diretta. "Sto pensando a come diventare un pilota combattente, quando cresco", disse il bambino, il cui sguardo non aveva mai deviato dal mio, "cosicché potrò bombardare gli Stati Uniti". Poi Ahmad disse: "Kathy, fai attenzione a quest'uomo", indicando un vecchio calvo, con mascelle larghe e basette candide, che aveva osservato il mio incontro con il bambino. Grosse lacrime rotolavano sulle sue guance.
Le comunità pacifiste in tutto il mondo hanno rifiutato di considerare nemici i fratelli e le sorelle iracheni. Ma durante una stagione elettorale, quando il discorso adulto su questioni cruciali ha molto impatto, l'empatia verso la gente di Falluja non raccoglie punti tra i strateghi delle pubbliche relazioni.
Negli ultimi giorni, ho chiesto a molti amici
di aiutarmi a comprendere il termine "pacificare". Nessuna spiegazione
mi e' sembrata soddisfacente fino a che un amico non mi ha schiettamente detto:
"Beh, significa che vuoi vincere la pace. Così cominci ad eliminare tutti
coloro che potrebbero disturbare la tua pace. Li sopprimi, li terrorizzi, li
rimuovi o li uccidi".
"Proprio come ha fatto Saddam Hussein?", ho mormorato.
"Esatto".
Le Autorità della Coalizione erano determinate
a "pacificare" Falluja prima del macabro linciaggio avvenuto lo scorso
31 marzo. Otto marines erano stati uccisi in ciò che il Brigadier Generale Mark
Kimmit aveva definito "l'insorgenza di Falluja".
Il 28 marzo 2004, il Philadelphia Inquirer dichiarò che gli iracheni di
Falluja avevano trovato dei volantini sparsi in tutta la città e contenenti un
sinistro messaggio che gli iracheni ritenevano fossero stati lasciati dai
marines: "Non potete scappare, né nascondervi ... la coalizione vi
troverà e vi consegnerà alla giustizia", diceva il messaggio in arabo
stampato sopra a due freddi occhi verdi.
("Marines
Push Against Rebelling Iraqis," Carol Rosenberg).
Nel descrivere gli eventi che ebbero luogo il 30 marzo, il Washington Post riportò:
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"I marines hanno usato carri armati e veicoli blindati da combattimento per bloccare tutte le entrate e le uscite di Falluja per il quarto giorno consecutivo ... Lo spiegamento ha costretto migliaia di automobilisti a rinunciare alle strade principali ed a fare uso di viottoli sporchi e dissestati in cui il traffico si muove lentamente sotto gli occhi vigili dei soldati accovacciati nella sabbia dietro i loro fucili o in piedi, sui veicoli militari ... I carri armati hanno puntato le loro armi sul distretto di al-Askari. |
I residenti hanno anche detto che i marines sono entrati in periferia urlando avvertimenti in arabo contro coloro che davano asilo agli insorgenti ... Molte famiglie hanno prestato attenzione agli avvertimenti e sono scappate, secondo i residenti rimasti in loco".
E' stato detto, inoltre, che i marines hanno
iniziato dei raids porta a porta in cerca di armi e sospetti ribelli nei giorni
successivi.
"Se trovano più di un maschio adulto in ogni casa, ne arrestano uno",
ha dichiarato il residente Khaled Jamaili, 26 anni. "Quei marines ci stanno
distruggendo. Stanno distruggendo Falluja"
("Marines
Seek to Pacify Fallujah," Hamza Hendawi, 31 marzo).
Ero nel campo profughi di Jenin durante
l'aprile del 2002, nel periodo immediatamente successivo all'operazione israeliana
"Enduring Storm".
Camminai tra i resti di 100 case a tre piani demolite. Vidi ragazzini dalle
facce cupe come vecchi aiutare i loro padri a trascinare i cadaveri schiacciati
tra le macerie, con i cecchini israeliani posizionati sui tetti, che sparavano
al di sopra delle loro teste. Più pacificazione? Non so.
Dopo, parlai con i militari israeliani. Un giovane militare mi disse: "Ho
solo fatto il mio lavoro". Un altro disse: "Stavo solo eseguendo gli
ordini". Diedi un'occhiata ad un militare israeliano più anziano ed
entrambi trasalimmo. Avevamo
già udito queste parole, prima.
I metodi della "pacificazione" non hanno funzionato nei Territori palestinesi occupati e non funzioneranno in Afghanistan o in Iraq. C'e' bisogno d'altro. E la nostra compassione per il popolo iracheno deve includere anche i non iracheni, anche gli americani, molti dei quali giovani, tesi e nostalgici di casa. Il 15 aprile molti dei miei amici saranno nelle piazze degli uffici federali con cartelli e slogan sul rifiuto a pagare le tasse. Lo slogan di Karl Meyer dirà: "Non pago le tasse da 44 anni. Chiedetemi perché".
Il mio slogan, semmai dovessi essere libera dalla prigione federale, dirà: "Non pago le tasse da 25 anni. Chiedetemi come. Chiedetemi perché".
La pacificazione non funziona, né funziona un budget della difesa da 400 miliardi di dollari, che ci deruba della nostra prosperità. Tutti noi abbiamo l'opportunità di fare delle scelte da adulti, in modo da proteggere tutti i bambini del mondo. Chiedeteci come. Chiedeteci perché.
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Due giorni prima del "Mercoledì della dissimulazione" (noto anche come "Rapporto Hutton"), la tre volte candidata al premio Nobel per la Pace, Kathy Kelly, fondatrice a Chicago di Voices in the Wilderness, durante un processo poco reclamizzato fu condannata ad una detenzione di tre mesi per la sua protesta silenziosa e, come sempre, non-violenta presso la famigerata Scuola delle Americhe, a Fort Benning, Georgia.
traduzione a cura di www.arabcomint.com
da Voices in The Wilderness