"TERRORISMO": LA PAROLA STESSA E' PERICOLOSA
di John V. Whitbeck, avvocato internazionale

 

 

La piu' grande minaccia alla pace mondiale ed alla societa' civile e' oggi, chiaramente, il "terrorismo" - non il tipo di comportamento a cui il termine e' applicato, ma il termine in se'. Poiche' il termine "terrorismo" (come anche il comportamento cui esso e' applicato) non puo' essere sradicato, e' d'obbligo spiegarlo per cio' che esso e': un termine.
Da anni la gente recita il teorema: "Colui che e' terrorista per uno, e' combattente per la liberta' per un altro", e che "il terrorismo, come la bellezza, dipende dagli occhi di chi guarda". Invece, con l'unica superpotenza rimasta in auge che dichiara "guerra aperta ed infinita al terrorismo", dichiarando che la guerra durera' fino alla "vittoria", la nota soggettivita' di questo termine non e' piu' uno scherzo.

Non e' un caso che non vi sia alcun accordo sulla definizione di "terrorismo", dal momento che il termine e' cosi' soggettivo da essere privo di qualsiasi significato inerente. Allo stesso momento, il termine e' estremamente pericoloso, poiche' molti tendono a credere che esso abbia un significato oggettivo e molti atri lo usano ed abusano, applicandolo a tutto cio' che odiano come mezzo per evitare e scoraggiare qualsiasi pensiero o discussione razionale e, di sovente, come scusa per giustificare il loro immorale o illegale comportamento.

Non vi e' certo penuria di precise formulazioni verbali per i diversi atti cui e' applicato il termine "terrorismo". "Assassinio di massa", "omicidio", "uccisioni", "attentati" e "sabotaggio" sono i piu' "gettonati", con l'aggiunta, se e' il caso, di "politicamente motivato/i". Tali precise formulazioni non riescono, tuttavia a diminuire l'impatto fortemente negativo e demonizzante del termine "terrorismo". Se qualcuno commette un "assassinio di massa politicamente motivato", la gente potrebbe incuriorirsi sulle cause che hanno ispirato tale crimine, ma non c'e' dubbio che nulla puo' giustificare (o persino spiegare) il "terrorismo", che, tutti sono d'accordo, e' il "male ultimo".

Ogni analisi spassionata sull'uso del termine "terrorismo" rivelera', inoltre, che la scelta di usare o meno il termine e' spesso basata non sull'azione in se', ma su chi la compie. Prima del ritiro delle forze israeliane d'occupazione dal Libano del sud, l'allora primo ministro francese Lionel Jospin, durante una visita nell'area, uso' una conferenza stampa per definire pubblicamente "terroristi" i guerriglieri Hezbollah che lanciavano attacchi contro gli occupanti israeliani in Libano. Jospin sembro' genuinamente sorpreso quando, il giorno dopo, gli studenti palestinesi di Bir Zeit lo accolsero a sassate. Non avrebbe dovuto sorprendersi.
Jospin non si sarebbe mai sognato di definire "atti di terrorismo" gli attacchi della resistenza francese contro le forze d'occupazione tedesche in Francia, durante la II Guerra Mondiale. Quei combattenti, anzi, sono i piu' grandi eroi francesi. Eppure, oggettivamente, non vi e' differenza tra le due lotte di resistenza. La sola differenza e' chi resiste a chi - una distinzione chiara al pubblico arabo o islamico. Jospin, un uomo tutto sommato decente, certamente non intendeva dare una dimostrazione di razzismo durante la sua conferenza stampa. Ad una persona cresciuta in occidente, dove il razzismo anti-arabo e' la sola forma di razzismo socialmente accettabile, dove l'islamofobia e' un fenomeno storico e sociale dalle radici profonde e dove la propaganda anti-araba ed anti-musulmana e' continua e mai condannata, tutto cio' viene naturale.

Gli arabi ed i musulmani sono acutamente consapevoli della diffusa tendenza occidentale (particolarmente americana) nel considerarli non pienamente umani - o, perlomeno, non esseri umani titolari di diritti umani fondamentali. L'entusiastica approvazione occidentale verso la trasformazione della terra araba di Palestina nello stato ebraico di Israele (che, necessariamente, richiedeva il dispossesso e la dispersione della popolazione palestinese indigena) e l'indifferenza occidentale verso la morte prematura di centinaia di migliaia di bambini iracheni a causa delle sanzioni non possono essere spiegate diversamente. Chiunque creda che gli arabi siano esseri umani non poteva approvare la prima questione ne' restare indifferente alla seconda. Ritenere possibili entrambe le opzioni e' logicamente ed intellettualmente impossibile.

La consapevolezza araba e musulmana della loro disumanizzazione agli occhi occidentali, un fattore oggettivo nell'infiammare il profondo senso di umiliazione e di rabbia che, dopo l'11 settembre, ha prodotto il discreto ma pervasivo senso di soddisfazione che qualcuno, finalmente, abbia colpito in risposta, puo' solo essere ulteriormente infiammata dall'uso in esclusiva che l'occidente fa del demonizzante termine "terrorismo". Anche quando l'aggettivo "islamico" viene omesso, esso e' chiaramente percepibile tra le righe.

Molti atti a cui e' riferito il termine "terrorismo" sono le tattiche dei deboli, di solito (ma non sempre) contro i forti. In questo caso essi non sono una scelta, ma rappresentano l'ultima risorsa. Per citare un esempio su tutti, i palestinesi certamente preferirebbero lottare per la loro liberta' contro un'occupazione infinita usando mezzi "rispettabili", come ad esempio gli F-16, gli elicotteri d'attacco Apache e missili laser-guidati come quelli che l'America fornisce ad Israele. Se gli Stati Uniti fornissero queste armi anche ai palestinesi, il problema dei kamikaze sarebbe risolto. Fino a che cio' non accada - o, almeno, fino a quando i palestinesi non possano intravvedere all'orizzonte qualche genuina speranza di un futuro - nessuno dovrebbe sorprendersi o scandalizzarsi se essi usano l'unica risorsa loro disponibile - i loro corpi.

A questo proposito, e' interessante notare che i poveri, i deboli e gli oppressi raramente si preoccupano del "terrorismo". Cosa che fanno di norma, invece, i ricchi, i forti e gli oppressori. Mentre la maggior parte dell'umanita' avrebbe piu' ragione di temere la violenza ad alta tecnologia dei forti, piu' che quella a bassa tecnologia dei deboli, il trucco mentale escogitato da coloro che abusano dell'epiteto "terrorismo" e' il seguente: la violenza a bassa tecnologia dei deboli e' un abominio tale che non ci sono limiti per la violenza ad alta teconologia dei forti nel combatterla.

Non c'e' da sorprendersi se, dopo l' 11 settembre, ogni nazione riconosciuta che si trovi ad affrontare un movimento insurrezionista o separatista, salta sul treno della "guerra al terrorismo", dichiara "terroristi" i suoi oppositori interni e, dal momento che nessuno al mondo osa criticare gli USA quando usano il pugno di ferro contro i "terroristi", pretende che nessuno debba criticarla per avere agito allo stesso modo.
Anche riconoscendo il fatto che molti individui dichiarati "terroristi" siano genuinamente reprensibili, bisogna riconoscere che molti altri sono idealisti spinti da motivazioni legittime non risolvibili attraverso i mezzi non-violenti e che il rispetto per i diritti umani e per la condizione umana non da' ai forti "carta bianca" per schiacciare i deboli come piu' gli aggrada, in una sorta di "non santa alleanza" dei regimi stabiliti.

Il 5 ottobre 2001, Jackson Diehl, citando due esempi lampanti dell'abuso dell'epiteto di "terrorismo", scriveva nel Washington Post: "Con la loro stretta di mano al Kremlino, Sharon e Putin si sono scambiati le comune falsita' sulle guerre che i loro rispettivi eserciti stanno combattendo in Palestina ed in Cecenia contro i popoli in lotta. In entrambi i casi si tratta di una lotta nazionale per l'auto-determinazione e la liberta'. Il mondo e' incline a ritenere giuste entrambi le cause ... Cosi' Sharon e Putin sono impegnati a convincere il mondo che i loro oppositori sono terroristi, il che implica il bisogno non di soluzioni politiche ma di un'efficace campagna anti-terrorismo".

Forse l'unica definizione onesta e globalmente accettabile di "terrorismo" e' questa: "violenza che non mi piace, che non sostengo". Questa spiegazione spiegherebbe la condanna universale del "terrorismo" in un mondo che ne e', apparentemente, pieno. Per definizione, non puoi supportare cio' che non ti piace, mentre, se lo sostieni e ti piace, automaticamente non e' "terrorismo".
Se tutti riconoscessero che la parola "terrorismo" e' fondamentalmente un epiteto ed un termine d'abuso, senza significato intrinseco, non vi sarebbe ragione di preoccuparsi di questo termine solo oggi, dopo l'11 settembre. Ad ogni modo, con gli Stati Uniti che utilizzando questa parola si riservano il diritto assoluto di attaccare tutti i paesi che non gli piacciono (o, meglio, i paesi che non piacciono ad Israele), e con un presidente Bush che non perde occasione di ricordare che "o si e' con noi o con i terroristi" (il che vuol dire, in effetti "o farete in modo che i nostri nemici diventino i vostri nemici, o voi stessi diventerete i nostri nemici - e voi sapete bene cosa accade ai nostri nemici"), molta gente al mondo e' legittimata a provare un sacro senso di terrore (definizione letterale: "stato di intensa paura") considerando dove gli USA stanno portando il mondo.

La trasformazione repentina dei Talebani, nella terminologia e nella percezione degli americani, da una forma di governo particolarmente retrograda e repressiva (cosi' considerata anche dalla maggior parte dei musulmani) ad un regime "che ospita terroristi" e poi ad un regime esso stesso terrorista delle peggiore specie e' un drammatico esempio delle minacce alla legge internazionale, al senso comune ed anche agli interessi nazionali provocate dall'uso casuale del termine "terrorista".

Bisognerebbe invece ricordare che, poco dopo l'11 settembre, gli USA lanciarono un ultimatum all'Afghanistan per costringere Osama bin Laden alla resa. Quest'ultimatum non arrivava solo con un bastone (la promessa di un attacco in caso di mancata obbedienza) ma anche, almeno implicitamente, con una carota (la promessa di non attaccare in caso contrario). Se Bin Laden fosse stato consegnato e' lecito ritenere che i Talebani sarebbero ancora al governo in Afghanistan?

Ma l'Afghanistan chiese delle prove che non furono mostrate e dunque gli USA attaccarono. Prima dell'attacco, ne' l'Afghanistan ne' i Talebani figuravano sulla famosa lista di "organizzazioni terroristiche" in cui l'America inserisce tutti coloro che non gli garbano. Eppure, impercettibilmente ma rapidamente, e soprattutto senza che nessun afghano fosse coinvolto negli attacchi dell'11 settembre, tutti coloro che fossero in qualche modo associati al regime dei talebani - membro della politica, dell'amministrazione, un semplice soldato o anche l'ambasciatore in Pakistan - divenne un "terrorista", da uccidere possibilmente o, nel caso sfortunato in cui si fosse arreso prima di essere "eliminato", da "consegnare alla giustizia". Gli USA dichiararono pubblicamente che non era loro interesse fare prigionieri, un'affermazione che, da sola, costituisce un crimine di guerra.

Ma qual'era il crimine dei leaders Talebani? Quello di essersi rifiutati di estradare un residente verso un paese con cui l'Afghanistan non aveva firmato alcun trattato di estradizione? Resistere (inefficacemente) ad un attacco americano contro il loro paese? Tentare di uccidere un agente della CIA catturato nella prigione di Qalai Janghi, teatro di un massacro di Talebani? E' questo il genere di giustizia per il quale tutto il mondo, senza far domande, corre dietro agli Stati Uniti?

La domanda "Per quale motivo?" non viene ancora formulata. Se lo fosse, la risposta sarebbe ovvia: terrorismo. Dal momento che quei miserabili soldati vengono ora definiti "terroristi", appare irrilevante il fatto che gli USA abbiano attaccato l'Afghanistan e che a questi ultimi non sia stata concessa neppure la chance di potersi difendere, dal momento che sono stati bombardati massicciamente dall'alto, fino ad ucciderli o costringerli alla resa. Essendo "terroristi", e dunque colpevoli dei crimini piu' odiosi, non possono reclamare alcun diritto.

In questo contesto, c'e' qualcosa di psichedelico nel caso di John Walker Lindh, il 20enne "talebano americano", la cui conversione all'Islam e la cui ricerca di un significato piu' profondo della vita di quello offerto dal consumismo egocentrico del "sogno americano" lo portarono al posto sbagliato nel momento sbagliato, ad essere bombardato dalle forze militari americane, ad essere catturato nella prigione di Qalai Janghi dopo essere miracolosamente scampato all'eccidio di Talebani all'interno della fortezza, a ritornare negli Stati Uniti in catene e ad essere incriminato (potenzialmente a rischio di essere imprigionato a vita) per aver (ci crediate o no) cospirato "allo scopo di uccidere americani". ("Cospirazione" e', tradizionalmente, l'accusa che negli Stati Uniti viene mossa a persone che non hanno, in realta', fatto nulla, ma i cui persecutori sono determinati a colpire).

Il 23 gennaio 2002, l'International Herald Tribune pubblico' una lettera all'editore in cui veniva sostenuto: "Gli Stati Uniti affermano che i combattenti Talebani chiusi in gabbie al'aperto nella base navale di Cuba non sono "prigionieri di guerra" titolari di diritti e di protezione secondo le Convenzioni di Ginevra, ma "combattenti illegali" che, come tali, non hanno diritto ad alcuna protezione internazionale. Da cio' si deduce che la sola superpotenza mondiale ha attaccato il paese piu' povero della terra, cosi' povero da non possedere neanche un esercito. Tutto cio' dovrebbe provocarci imbarazzo morale piu' che orgoglio patriottico".

Apparentemente intossicati dal concetto di stare combattendo una guerra mondiale "contro il terrorismo" e culturalmente programmati per considerare gli arabi ed i musulmani non pienamente umani, gli USA sono riusciti ad attizzare un risentimento ben maggiore di quello precedente agli eventi dell'11 settembre.
Per evitare che il mondo precipiti nell'anarchia piu' completa, in cui "il forte ha sempre ragione", il mondo, ed gli USA in particolare, deve capire che "terrorismo" e' semplicemente un termine, non una realta' oggettiva e di certo non una scusa per calpestare tutte le regole della legalita' internazionale, le liberta' civili interne e la giustizia fondamentale che, sofferente, resiste in piccoli angoli del nostro pianeta.

Il mondo - in particolare gli USA - deve capire che, in un mondo pieno di ingiustizia, l'urlo violento di coloro che sono alla ricerca di una vita migliore o di un po' di giustizia o di protezione contro chi li tormenta non puo' essere sradicato. Tutt'al piu' la gravita' e la frequenza di quell'urlo puo' essere smorzata cercando di alleviare le ingiustizie e le umiliazioni che gli hanno dato origine, mediante l'applicazione reale del principio religioso fondamentale: " fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te" e dei principi fondamentali dei padri fondatori della democrazia americana, secondo cui tutti gli uomini sono creati uguali e sono titolari di identici diritti inalienabili e che i popoli che soffrono di disperazione ed offese alla dignita' umana hanno il diritto di essere alleviati e sostenuti. Una mente focalizzata unicamente sul potere militare, sulla sicurezza ed i programmi di controterrorismo si rendera' conto, a sue spese, che i suoi proclami sono controproduttivi e diminuiscono sicurezza e qualita' di vita non solo per i poveri, gli oppressi ed i deboli, ma anche per i forti, i ricchi e gli oppressori.

La tendenza post-11 settembre e' quella di esasperare, non di alleviare, tutte le ingiustizie che alimentano il senso di rabbia ed umiliazione del mondo arabo, ma si puo' evitare che questa tendenza continui - a meno che, naturalmente, donne ed uomini di buona volonta', compassione e valori etici, che nutrino serie e fondate proccupazioni per il buco nero verso cui il mondo si sta avviando e che riescano a vedere che ci deve essere, e c'e', un modo migliore, non si lascino terrorizzare in silenzio.

 

traduzione a cura di www.arabcomint.com