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Una guerra per procura |
| Queste anomalie verrebbero
cancellate in un secondo se considerassimo un'ipotesi che raramente viene alla ribalta: questa potrebbe non essere affatto una guerra "americana", ancora meno una guerra dell'occidente contro l'Islam. |
Stavolta il motivo e' diverso. Deve essere molto piu' pressante di qualsiasi timore di recessione. La nuova guerra ha come obiettivo il rovesciamento del regime iracheno; implica rischi piu' grossi. Le forze americane devono invadere l'Iraq, sconfiggere l'esercito iracheno, occupare Baghdad e restarci a tempo indefinito. Gli americani capiscono che si tratta di una faccenda seria, rischiosa e, di certo, non la sosterrebbero se non avessero la percezione che l'Iraq minacci le loro vite. Cio' spiega perche' la guerra contro l'Iraq ha rimpiazzato la guerra "contro il terrorismo", e perche' Saddam ha sostituito improvvisamente Osama come nuova icona dell'odio americano. Questa sotituzione e' avvenuta con molta facilita'. La maggior parte degli americani crede alla parola del presidente quando questi parla di nemici esterni; questa fiducia sembra essere piu' forte quando e' un repubblicano ad occupare la Casa Bianca. George Bush ha detto agli americani che Saddam possiede armi di distruzione di massa e che deve essere fermato prima che le trasferisca ad al-Qaida (in questa fiction nessuno si chiede: come mai non lo ha gia' fatto?). Per molti americani, il caso e' aperto e chiuso: Saddam deve essere rimosso. Le debolezze di questa argomentazione non contano. Se Saddam non ha usato armi di distruzione di massa durante la prima guerra del Golfo, quando il suo esercito fu colpito gravemente, perche' dovrebbe usarle ora? Una guerra, invece, potrebbe generare il pericolo che l'Iraq possa usarle - se le avesse. Scott Ritter, ex-ispettore in Iraq, ha ripetutamente affermato che l'Iraq non ha assolutamente nessuna arma del genere, dal momento che piu' del 90% dell'arsenale iracheno fu distrutto dagli ispettori nel corso degli anni '90 e cio' che resta non e' piu' utilizzabile. All'inizio, gli americani avevano dato credito a questi dubbi, ma, con una pressante campagna stampa da parte dell'establishment dei media corporativi, tale attitudine e' cambiata lentamente.
C'e' un'altra teoria "petrolifera". L'economia americana ha bisogno di petrolio a buon mercato, in modo da risparmiare decine di miliardi di dollari. Una volta che Saddam sara' rimosso, le forniture di petrolio iracheno saranno ripristinate ai livelli esistenti prima della prima guerra del Golfo, abbassando i prezzi in maniera sostanziale. Questa teoria puo' avere un fondo di verita', ma si scontra inesorabilmente con un fatto: il regime di sanzioni durissime imposte dall'America all'Iraq ha ridotto drasticamente la produzione irachena per oltre dodici anni. Cio' non e' stato fatto per impedire che Saddam potesse riarmarsi con i proventi del petrolio poiche', come e' noto, il regime delle ispezioni e' continuato di pari passo e, inoltre, era possibile evitare questo problema ricorrendo anche alle sanzioni economiche selettive. C'e' ancora una terza teoria "petrolifera", piuttosto recente. [1] Essa sostiene che questa guerra eliminera' la minaccia dell'euro sull'egemonia del dollaro. Legando indissolubilmente il petrolio al dollaro, l'OPEC e' stato un attore chiave negli accordi che hanno consentito al dollaro di mantenere la sua posizione di moneta delle riserve internazionali. Nell'ottobre del 2000, Saddam Hussein fu il primo a sfidare questo sistema, convertendo in euro le riserve irachene in dollari. Se l'OPEC seguisse la linea irachena, per il dollaro sarebbero dolori. Cio' puo' essere evitato solo smantellando l'OPEC, e questo richiede una guerra contro l'Iraq. Tale teoria e' affascinante ma ingenua. Questa mossa rivoluzionaria difficilmente puo' essere intrapresa da un organismo come l'OPEC, i cui membri sono gli stati vassalli di Arabia Saudita, Kuwait, Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti; il forte rialzo dei prezzi del petrolio del 1974 puo' essere concepibile solo in uno scenario da Guerra Fredda. Una deposizione improvvisa del dollaro produrrebbe per l'economia USA e mondiale una crisi tale da fare apparire come una tempesta in un bicchiere la gravissima recessione finanziaria che colpi' l'Asia orientale nel 1997. Neanche l'Unione Europea lo vorrebbe. Allora, se non e' per il petrolio, e' una guerra "di civilta' ", uno scontro tra l'occidente e l'Islam? Quest'ipotesi cade di fronte ad alcuni fatti oggettivi. Primo, questa e' una guerra "americana". Due degli alleati chiave occidentali, Francia e Germania, si oppongono all'aggressione e, a parte la Gran Bretagna ed Israele, nessun paese occidentale sostiene con profondita' le ragioni dell'aggressione. Ancora di piu': la stragrande maggioranza degli occidentali al di fuori degli USA si oppone con fermezza a questa guerra. Negli stessi Stati Uniti, il sentimento contro la guerra si sta infiammando rapidamente, e i sondaggi piu' recenti lo dimostrano. E' forse, allora, una guerra degli USA contro gli "islamisti"? Anche cio' puo' essere facilmente confutato. A parte gli estremisti della destra cristiano-fondamentalista, guidata da individui come Jerry Falwell e Pat Robertson, tutte le denominazioni cristiane si sono espresse contro la guerra. Non e' chiaro come si possa supportare questa teoria allorche' ad essere attaccato sara' l'Iraq, cioe' lo stato secolare per antonomasia, quello che, spinto dagli USA, aggredi' (e combatte' per oltre dieci anni) l'Iran "fondamentalista". Perche' dunque il governo USA sta follemente perseguendo una politica di guerra contro l'Iraq e contro i suoi stessi interessi? Secondo tutti gli esperti, questa e' una guerra le cui conseguenze sono incontrollabili e imprevedibili. Puo' destabilizzare regimi amici degli USA, portando al potere forze radicali in Arabia Saudita e Pakistan. Puo' interrompere le forniture di petrolio, causando un aumento incontenibile dei prezzi in un momento in cui l'economia globale e' gia' debole e vulnerabile. Puo' persino causare una escalation con armi non convenzionali nell'area, con armi nucleari usate contro Baghdad e Basra. Cio' nutrira' un sentimento di odio perenne, con un'impennata del terrorismo globale per gli anni a venire contro gli interessi americani in special modo. Queste anomalie verrebbero cancellate in un secondo se considerassimo un'ipotesi che raramente viene alla ribalta: questa potrebbe non essere affatto una guerra "americana", ancora meno una guerra dell'occidente contro l'Islam. Potrebbe essere invece la guerra di Israele contro gli arabi, combattuta non personalmente ma usando un esercito straniero: una guerra per procura. Quest'ipotesi provochera' scetticismo in molti. Come puo' l'unica superpotenza al mondo essere persuasa a combattere una guerra per conto di Israele? E' possibile? E' la coda che fa muovere il cane? Consideriamo innanzitutto le motivazioni di Israele. Iraq, Iran, Arabia Saudita, Egitto, Siria e Pakistan non minacciano gli USA, ma sono un ostacolo per le ambizioni egemoniche di Israele nella regione. Questo conflitto tra Israele e i suoi vicini e' prestabilito negli scritti sionisti. Uno stato ebraico poteva essere insediato in Palestina soltanto con l'ausilio di una massiccia pulizia etnica dei palestinesi. Dopo tale infausto inizio, Israele puo' sostentarsi solo mantenendo i suoi vicini deboli, divisi e disorientati. Per questo, ha dichiarato guerra all'Egitto nel 1956; a Egitto, Siria e Giordania nel 1967; all'Iraq nel 1981; al Libano nel 1982; ai palestinesi continuamente, dal 1948 ad oggi. Le contraddizioni di Israele sono diventate piu' profonde dallo scoppio della seconda intifada. Quando i palestinesi rifiutarono i Bantustan che gli furono offerti ad Oslo, Israele scelse Ariel Sharon, un criminale di guerra, per condurre la sua guerra contro i civili palestinesi. Dovendosi confrontare con elicotteri Apache, bombardieri F-16, carriarmati ed artiglieria, i palestinesi risposero con l'unica arma che avevano: i kamikaze. La brutale repressione di Sharon non funzionava, e le perdite israeliane cominciavano a raggiungere quelle palestinesi. Nell'aprile 2002, i tanks israeliani rioccuparono le citta' palestinesi, distrussero l'infrastruttura civile dei Territori occupati, condannarono il popolo ad un coprifuoco infinito, agli assedi, alle distruzioni di officine, fabbriche, negozi, ospedali, orti e fattorie. Era la nuova strategia della pulizia etnica lenta attraverso la negazione del cibo. Questa pulizia etnica lenta e' solo un palliativo. La minaccia piu' seria per Israele e' quella demografica: la crescita della popolazione palestinese potrebbe presto trasformare gli ebrei in una minoranza persino nello stato etnico di Israele. Dal momento che i palestinesi si ribellano al dover vivere in stato di apartheid, il Likud, col crescente supporto popolare, ha studiato una seconda opzione. Se il piano di apartheid dovesse fallire, Israele si impegnera' in una pulizia etnica a larga scala del popolo palestinese, piu' massiccia delle due ondate del 1948 e 1967. Ma Israele non puo' fare
tutto cio' da solo. Questo progetto di pulizia etnica puo'
essere realizzato esclusivamente all'ombra di una guerra
generalizzata contro gli arabi, una guerra che "balcanizzerebbe"
la regione e porterebbe a cambiamenti di regime in Iraq,
Siria ed Iran: una guerra che solo gli USA possono
condurre. Israele ha bisogno degli Stati Uniti come
braccio armato di una guerra di cui ha bisogno urgente. Cio' che rende possibile il ribaltamento di questa relazione e' il modo in cui funziona la democrazia indiretta, in particolare la democrazia negli USA. Il popolo elegge i candidati scelti da lobbies di potere; una volta eletti, essi lavorano per queste ultime. La lobby politica di gran lunga piu' potente degli USA lavora per Israele ed e' guidata dalla AIPAC (American Israel Public Action Committee). Non c'e' quasi nessun membro del Congresso la cui campagna elettorale non sia stata finanziata dall'AIPAC, molte di esse in maniera pesante e decisiva. [2]. Il potere della lobby filo-israeliana negli USA, comunque non si esaurisce nell'AIPAC. Il risultato di questo potere massiccio e' un Congresso pieno di "yes-men" pro-AIPAC. Nessun membro ha osato contraddire gli interessi di Israele, restando, nel contempo, in carica. Proprio l'anno scorso, due coraggiosi parlamentari, Earl Hilliard e Cynthia McKinney, sono stati boicottati dalla potente lobby ed hanno perduto il loro seggio per il fatto di essere usciti fuori del binario di omerta'. Si considerino alcuni degli obiettivi raggiunti nel corso degli anni dalla lobby filo-israeliana. Prima di tutto, una stima di quanto costi Israele ai contribuenti americani. Dal 1985, senza dibattiti ne' obiezioni, il Congresso ha votato un pacchetto di aiuti esteri annuali di 3 miliardi di dollari a Israele, quasi i due terzi di questi in aiuti a fondo perduto. Israele assorbe, da solo, circa un terzo dell'intera assistenza USA all'estero. Valutato in dollari (convertiti al valore che il dollaro aveva nel 2001), l'aiuto totale USA ad Israele a partire dal 1967 ammonta a 143 miliardi di dollari [3] [4]. Cio' vuol dire che ogni ebreo cittadino di Israele ha ricevuto dai contribuenti americani una somma di 28.600 dollari. Ma gli aiuti ufficiali
sono solo una piccola parte di cio' che Israele costa all'economia
americana. Dobbiamo, infatti, prendere in considerazione
i prestiti garantiti e le successive cancellazioni, le
bustarelle miliardarie pagate ad Egitto e Giordania in
cambio della loro politica filo-israeliana, i sussidi
militari per Israele, l'aumento del prezzo del petrolio (a
causa del supporto USA ad Israele durante la guerra del
1967 e del 1973), le perdite economiche dovute alle
sanzioni commerciali imposte sui nemici di Israele etc... Il record USA di veto in sede ONU costituisce un altro grande risultato ottenuto dalla lobby filo-israeliana. Dei 248 veto opposti in sede ONU da tutti i membri del Consiglio di Sicurezza, 73 erano americani. In 38 occasioni, questi veto servivano a proteggere Israele da eventuali critiche o condanne per le violazioni dei diritti umani nei Territori palestinesi o dei diritti territoriali dei suoi vicini. In altre 25 occasioni, gli USA si astennero da tali voti di condanna [5]. Questa stima non include i voti degli USA - insieme a Israele, Tuvalu e Nauru - contro le risoluzioni dell'Assemblea Generale delle N.U. che criticavano le violazioni israeliane dei diritti umani o le stesse risoluzioni ONU. E' difficile sostenere che gli interessi strategici USA abbiano richiesto tale record negativo delle votazioni sulla Palestina.
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[6] Alfred M Lilienthal: What price Israel (Chicago:
Henry Regnery, 1953): 20-21.