I profughi, tra l'amara realta' ed un sogno che non muore

"Decine di risoluzioni ONU sanciscono l'illegalita' di cio' che avvenne nel 1948 allorche' riconoscono il diritto dei profughi al ritorno in patria, alle loro terre ed alle loro proprieta' confiscate da Israele.
Noi palestinesi, in patria ed in esilio, affermiamo ancora una volta che il Diritto al Ritorno e' un diritto inalienabile, non ha statuto di limitazione e non permette deleghe o concessioni da parte di alcuno. Esso e' un Diritto Umano basilare come si afferma nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, nelle Convenzioni regionali e nelle Risoluzioni delle N.U., in particolare nella sempre citata 194. Esso deriva dalla santita' ed inviolabilita' della proprieta' privata che non puo' essere estinta a causa dell'occupazione o della sovranita'.
Confermiamo inoltre che il Diritto al Ritorno non e' condizionato alla demografia di Israele, ne' subordinato alle politiche razzistiche di Israele che includono l'apartheid, poiche' cio' significherebbe dare legittimita' alla pulizia etnica praticata da Israele contro i palestinesi a partire dalla Nakba del 1948 e mai terminata. E' ironico che il Diritto al ritorno di un uomo nella sua patria sia subordinato al desiderio dell'occupante di ricevere, in essa, nuovi immigrati.
E' ben noto il fatto che Israele, usando l'eufemismo di "carattere ebraico in Israele", miri a mantenere la terra svuotata dai palestinesi per accogliervi futuri immigrati mentre, allo stesso tempo, impone il sistema dell'apartheid ai palestinesi e nega ai profughi il diritto a tornare alle proprie case. E' inoltre ben noto che l'80% degli ebrei israeliani vive sul 15% dell'area riservata ad Israele, mentre il restante controlla le terre dei profughi.
Quindi,
Rigettiamo assolutamente ogni imposizione esterna di barattare il nostro Diritto al Ritorno con qualsiasi trattato politico, in qualsiasi modo confezionato, e rifiutiamo di abbandonare questo diritto per qualsiasi ragione".