Pietre miliari non eccezionali
di Azmi Bishara

 
 

L'assassinio di sheikh Ahmad Yassin, leader e fondatore di Hamas, e' una pietra miliare nella politica coloniale israeliana di violenza verso il popolo palestinese. Il fatto che l'assassinio non sia un'eccezione - Sharon ed i suoi ministri hanno già dichiarato che continueranno a colpire i leaders della resistenza - deve dettare la risposta. E nel valutare quella risposta tutti devono essere consapevoli del fatto che le obbligatorie manifestazioni di disappunto sono inadeguate. La rabbia che non generi una visione strategica e' inutile. Le proteste svaniscono. Ciò di cui c'e' bisogno e' che il legittimo oltraggio politico diventi parte della lotta contro l'occupazione.

Sheikh Yassin non era il leader di un gruppo terroristico, come i dirigenti USA lo stanno dipingendo per tentare di giustificare come atto di "auto-difesa" il suo assassinio. Era, invece, il fondatore e leader di un movimento sociale e politico a base ampia. Era, e rimane, un simbolo di abnegazione e sfida per i poveri ed i diseredati che abitano Gaza ed i suoi campi. Nel fondare Hamas, egli lanciò un ponte tra la Fratellanza MUsulmana ed il movimento nazionale palestinese. Creò uno sbocco per i sentimenti del popolo palestinese alla vigilia della prima intifada. Questo fu il compito storico che aveva assunto.

Agli Apache non importava che lo sheikh fosse paralizzato. Né lo stato di salute di sheikh Yassin aumenta o diminuisce la brutalità dell'atto, poiché tale brutalità proviene da un'occupazione così feroce che può sopravvivere solo mettendo al tappeto i suoi oppositori, inseguendoli nei bui corridoi della povertà e della privazione, dietro le sbarre d'acciaio e le mura di quel campo di concentramento chiamato Striscia di Gaza. E questo e' un punto che i leaders arabi che continuano a riferirsi all'infermità di Yassin trascurano di mettere in evidenza: la sedia a rotelle non e' un marchio di vittimizzazione. In realtà essa e' solo un simbolo: il simbolo di coloro che sono deboli nel corpo ma forti nella volontà. E diviene un segno per coloro che restano paralizzati di fronte ad una vile occupazione. La sedia a rotelle di sheikh Yassin simboleggia la ribellione contro l'oppressione, la rivolta contro l'impotenza.

Il contesto nel quale sheikh Yassin operava non poteva essere più diverso di quello degli Arabi Afghani o di altri fondamentalisti etnici che rifuggono la modernità e colpiscono obiettivi occidentali. La vita di sheikh Yassin, ed ora la sua morte, può essere compresa solo entro la cornice di coloro che soffrono sotto l'occupazione israeliana, di coloro che rifiutano l'occupazione per motivi religiosi, umanitari, nazionalistici, di coloro che uniscono le loro mani a quelle delle forze nazionaliste per resistere all'occupazione. Lo sheikh lottò per l'indipendenza, e dichiarò ripetutamente che la fine della resistenza era condizionata alla fine dell'occupazione di Cisgiordania e Gaza. Lo fece senza abbandonare la visione di una Palestina araba e musulmana. Sheikh Yassin non era il leader islamico che invocava il conflitto con l'occidente. Non comandava un'organizzazione o un movimento terroristico. Non era un sanguinario. Era il leader politico e spirituale di un movimento popolare, un uomo legato alle sue radici. Era il fondatore di un movimento di resistenza islamico che si opponeva all'occupazione.

E' legittimo dibattere sui metodi impiegati da Hamas: tali metodi, tuttavia, non sono patrimonio esclusivo di Hamas. Ciò che però nessuno può mettere in dubbio e' che Hamas agisce entro un contesto di lotta contro l'occupazione. Hamas non e' un partito per la guerra religiosa, per il conflitto tra le civiltà, e sheikh Yassin era un vero pragmatico. Il linguaggio dello scontro religioso o di civiltà, che pure qualche attivista può aver utilizzato - danneggiando la causa di Hamas - non era il linguaggio parlato da sheikh Yassin.

La ragione per cui sottolineo ciò e' che, il giorno stesso in cui Yassin fu ucciso, sia Sharon che il suo ministro degli Esteri - uno parlando al Likud, l'altro a Washington - fecero del loro meglio per collegare l'assassinio alla campagna contro il "terrorismo". Sharon cercò, con inganni e bugie, di inserire l'assassinio in un contesto internazionale.
La resistenza palestinese e' resistenza contro l'occupazione. L'occupazione si basa sulla violenza contro i civili. L'occupazione e' sostenuta dal terrorismo. Sharon ha ucciso molti più civili palestinesi di quanto abbia mai fatto Hamas. E la questione non può essere ridotta a quale maniera sia più o meno brutale. Il conflitto e' tra chi occupa e chi e' occupato. Non tutti gli occupanti sono crudeli, né tutti gli occupati sono buoni. Solo una cosa e' certa: coloro che vivono sotto occupazione non sono i terroristi.

Il giorno dell'assassinio, Sharon si congratulò con coloro che avevano condotto questo sordido attacco contro un vecchio di ritorno dalla preghiera in un povero quartiere di Gaza. Era come se l'assassinio di sheikh Yassin fosse in qualche modo l'equivalente della battaglia di al-Alamein o dello sbarco in Normandia. Sharon era così disperatamente impaziente di impressionare il pubblico israeliano con la sua azione, così desideroso di ricompensa, che involontariamente ha finito per svilire lo status della sua macchina militare, accrescendo quello di sheikh Yassin.

La carriera politica di Sharon e' stata marcata dalla sua adorazione per gli atti di violenza. Solo l'esibizione della forza lo soddisfa, null'altro. Non pensate tuttavia neppure per un momento che nell'establishment israeliano di governo vi sia un solo uomo che creda nella possibilità di composizione negoziale della questione dei territori occupati. Non credete neanche per un momento che ci sia qualcuno, entro quell'establishment, che non sappia che la politica attuale di Israele e' assolutamente nemica di ogni composizione. Ma Sharon crede soprattutto nella violenza.

Ci sono altre cose in cui crede. Crede che il conflitto continuerà anche dopo il ritiro unilaterale di Israele da Gaza - ritiro che, naturalmente, non implicherà alcuna composizione politica. Egli non vuole che emerga una Gaza guidata da Hamas dopo il suo ritiro e, per impedire ciò, intende uccidere quanti più leaders ed attivisti di Hamas sia possibile, nella speranza che il ritiro di Israele apra un vacuum politico che conduca al caos ed alla rivalità. Sharon, il quale crede ancora che la guerra in Libano sia stata un successo, come sempre prima colpisce, poi pensa.
Sharon crede che il "disimpegno" israeliano debba essere un "fait accompli", che debba essere in qualche modo collegato alla "guerra al terrorismo", e che non debba essere interpretato come una "concessione".

La destra israeliana corre dietro alla politica di  Sharon. Un sondaggio condotto da Ma'ariv il giorno dopo l'assassinio di Yassin dichiarava che il 61% degli israeliani supportava l'operazione e solo il 21% la criticava, nonostante che il 55% si aspettava delle rappresaglie palestinesi.

Alcuni arabi, come ho menzionato prima, hanno usato la sedia a rotelle come mezzo per dipingere come apolitica ed immorale la brutalità di Israele. Altri hanno preferito focalizzarsi sull'apparente contraddizione tra le azioni di Sharon e la sua dichiarata intenzione di ritirarsi dalla Striscia di Gaza: nel fare ciò, essi fanno una notevole confusione tra un'azione che appare nobile come il ritiro ed un atto di brutale criminalità.

La forza e l'assassinio sono chiaramente parte integrante del piano israeliano: il ritiro unilaterale e' il mezzo preferito da Sharon per favorire quel piano. In assenza di accordi il ritiro significa semplicemente nuove linee di spiegamento. Il disimpegno riguarderà aree su cui Israele intende mantenere la sovranità. In assenza di accordi, quindi, Israele si aspetta che il conflitto continui. Spera che emergano forze che prendano il controllo delle aree evacuate, forze che avranno interesse nel calmare la situazione. 

I politici israeliani considerano generalmente Gaza un modello di successo. Le poche operazioni di martirio lanciate da Gaza dimostrano semplicemente, essi dicono, l'efficacia del muro. Non vi e', secondo loro, alcun collegamento tra la violenza israeliana a Gaza - incluso l'assassinio di sheikh Yassin - e l'operazione ad Ashdod.

Le forze palestinesi, consapevoli di questi fatti, devono unirsi e coordinare le loro strategie. Ciò e' urgente e rappresenta l'unica salvezza possibile contro ogni escalation di violenza dell'occupazione. L'unità palestinese e' la migliore garanzia per la resistenza. L'attuale fase non e' quella in cui le fazioni palestinesi possano continuare a segnare trofei. Il martirio non e' una conquista, qualcosa che le varie fazioni possano rivendicare con orgoglio in un contesto di falsa rivalità tra le cosiddette leadership secolari o religiose. Occuparsi di ciò significa offrire a Sharon la ricompensa per le sue azioni. L'attuale fase richiede fermezza di fronte ad un'occupazione che riprodurrà i suoi schemi dovunque si ridispiegherà. Le forze nazionaliste devono unirsi e formulare una strategia comune per l'amministrazione della società palestinese pre- e post- ritiro.

Deve emergere una strategia unificata con cui persuadere i paesi arabi a smetterla di placare gli USA attraverso i tentativi di placare Israele - il tutto a spese della causa palestinese. Senza di essa l'appetito israeliano per il ricatto aumenterà. In breve, gli arabi devono accordarsi a trattare Sharon dal terrorista che e'.

Azmi Bishara e' deputato druso alla Knesset israeliana


   
 
Fonte: Al Ahram Weekly
traduzione a cura di www.arabcomint.com