Poesie di resistenza

 

Al Martire Wail Zuaitir

 

Quando giunse la notizia, intrisa del tuo sangue, ci copri' la vergogna.

Quando dissero: l'esilio e la malattia gli erano cibo e bevanda, ci copri' la vergogna.

Quando dissero: ci dava, pur soffrendo la fame, ci turbammo, e ci copri' la vergogna.

E restammo allo scoperto,

senza velo ne' schermo:

chi coprira' la nostra nudita',

chi fara' scendere su di noi un velo, o eroe?

Quando la notte che aveva chiuso l'occhio del sole

Si trovo' in pericolo,

quando la palude dell'abbietta menzogna

si trovo' in pericolo,

quando il volto di cui le tinture velavano la deformita',

si trovo' in pericolo,

quando il mondo dannato

stette contro di te, e tu ti ribellasti

e resistesti contro il mondo,

essi avanzarono nel manto della notte, ti circuirono a tradimento nelle tenebre,

e ti colsero al laccio.

Il volto tuo assente ci viene incontro in capo al giornale

E nello sguardo lontano dei tuoi occhi,

noi andiamo e viaggiamo

e ti incontriamo. Ti incontriamo sulla cima del mondo,

solo, o tu lontano,

o tu vicino, o tu che noi portiamo incluso nelle nostre cellule,

nei pori della pelle, nel pulsare delle arterie,

tese dall'orgogliosa tristezza.

O lontano, o vicino!

Dormi sul petto che il paterno monte Ebal apre per te.

Posa oggi il tuo capo altero sulla Qubba,

la Roccia di Gerusalemme ti ha ora accolto, or che la morte ti ha dato la vita,

o ridestatore del mondo, marcito nella polpa e nella scorza,

guasto nella carne e nelle ossa.

O tu, che infondi un tremito nel mondo morto,

tu, gettato senza famiglia e senza terra sui marciapiedi dell'esilio

gettato esausto stringendo al petto I giardini della patria,

I cieli della patria,

e le sue pianure sognanti,

I solchi e l'aratro e la pioggia,

o tu, la cui tristezza, nella terra del tuo deserto errar profugo,

era pane,

e polla d'acqua, o luna sorgente nella notte della diaspora,

o tu che rifiutasti la morte e il deserto,

e il volto che per vent'anni fu derubato della sua identita',

tu, sole della nostra causa,

dormi ora nella patria pietosa.

Ora tu sei in essa,

oh lontano e vicino ad un tempo,

oh, Palestinese, tu.

Oh, tu che hai rifiutato la morte, tu hai vinto la morte, oggi, morendo.

                                         FADWA TOQAN, 1980

 

 

Resteremo Qui…

 

Come fossimo una ventina d'impossibilita'

A Lidda, Ramleh e in Galilea…

Qui, rimarremo quale muro sul vostro petto,

quali pezzi di vetro e pelli di fichi d'India nella gola,

quale bufera di fuoco nei vostri occhi.

Qui…sul vostro petto come un muro, resteremo.

Laveremo i piatti nei caffè,

riempiremo, forse, I bicchieri per I signori,

asciugheremo le piastrelle di cucine annerite,

per strappare un boccone per I nostri bambini

dai vostri canini azzurrastri,

cio' malgrado,

qui…sul vostro petto resteremo come un muro

soffriremo, probabilmente, di fame e di nudita',

cio' malgrado vi sfideremo,

canteremo poesie

flagelleremo con furiose dimostrazioni le strade,

colmeremo di fierezza le prigioni,

e dei nostri figli

faremo una ribelle generazione dopo l'altra.

Come fossimo una ventina di impossibilita',

a Lidda, Ramleh e in Galilea,

noi rimarremo qui, e se questo non vi piace

bevete il mare dalla rabbia…

qui custodiremo l'ombra del fico e degli ulivi,

e quale lievito nella pasta,

pianteremo I nostri pensieri della resistenza.

Freddissimi i nervi nostri

E nel cuore abbiamo un inferno d' ira.

Se saremo assetati spremeremo il deserto

E ci nutriremo di sabbia se avremo fame,

ma non partiremo di qui, e non esiteremo

ad offrire il nostro sangue per la patria.

Qui abbiamo il passato, il presente e l'avvenire,

come fossimo una ventina di impossibilita'

a Lidda, Ramleh e in Galilea.

Scendete qui, piu' profonde e forti,

oh, vive radici nostre!

Scendete piu' in fondo…

Il nostro persecutore invece

Si faccia bene i conti,

prima che si sconvolgano le ruote,

perche' ogni cosa ha la sua fine:

cosi' dicono I libri…

                                                        TEWFIQ ZEYYAD

 

 

Di Qua...Come Nuvole Nere

 

Di qua, come nuvole nere, si diressero verso est,

calpestando fiori, bimbi, grano e perle di rugiada.

Cosi', sulla sabbia e senza funerale, cadde un martire:

con una fucilata in testa e un grido di minaccia e di odio,

l'assassino aggiunse, con la mitragliatrice, un'altra cifra

e, come una volpe, procedette, cercando altre cifre,

mentre, a poca distanza, pianse un bambino neonato

quando gli passarono sul visetto bruno

le catene di ferro di un carro armato.

Non dirmi: "Abbiamo vinto"!

Questa vittoria e' peggio di una sconfitta.

Noi non guardiamo la superficie, ma piuttosto la profondità

                                                                                     del delitto.

Non dirmi: "Abbiamo vinto"!

Questa vostra bravura la conosciamo gia'

E conosciamo bene il prestigiatore:

il padrone che vi diede il segno di procedere…

Che cosa avete nascosto per l'indomani?

Voi che mi avete sparso di sangue,

che mi avete rubato la luce degli occhi

e che mi avete crocifisso la penna:

voi che avete violentato il diritto di un popolo innocente,

che avete aperto altre nuove piaghe nelle mie

e pugnalato la clemenza!…

Che cosa avete nascosto per l'indomani?

E' da vent'anni che, in un mare di lacrime e di sangue,

vivete un sogno d'estate, grazie all'appoggio altrui!…

Voi innalzate i castelli vostri per oggi stesso

E noi innalzeremo i nostri per l'avvenire.

La pazienza nostra e' tanto piu' illimitata

Di questa distanza aperta in quest'immenso spazio.

Ditemi, chi e' la madre che vi lascio' in eredita' il canale di Suez,

le rive del Giordano, il Sinai e quelle montagne di Golan?

Chi ruba un diritto altrui con la forza delle armi

Come potra' difendersi, quando, un giorno,

il bilancio delle cose si sara' sconvolto?

Io so che la terra e' gravida e gravidi sono pure gli anni,

che la giustizia non muore,

e gli aggressori non possono assassinarla,

e che, sulla terra, gli occupatori non sono mai durati tanto.

Per la millesima volta ve lo diciamo:

noi non divoriamo la carne altrui,

non ammazziamo bambini ne' uomini innocenti,

non rubiamo case, ne' prati,

non spengiamo il lume degli occhi altrui,

non rubiamo monumenti, e non rompiamo penne,

ne' incendiamo libri.

Per la millesima volta lo diciamo a voi,

che vi chiudete gli orecchi con cotone e con fango:

un grano di questa santa e libera terra non lo perderemo,

ve lo giuriamo:

non ci inchineremo davanti ai ferri ed al fuoco.

Se questa volta siamo tornati indietro,

e' come quando inciampa un cavallo:

il passo che abbiamo fatto indietro

e' solo per aiutarci a fare altri dieci passi avanti.

                                                                   TEWFIQ ZEYYAD

 

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