Nella "guerra al
terrorismo", potere, propaganda e coscienza
di John Pilger
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Sono un giornalista e dò grande valore alle
testimonianze. Voglio dire che considero di fondamentale importanza poter
dimostrare ciò che vedo, sento e percepisco essere la verità, o, perlomeno, il
più possibile vicino alla verità.
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Paragonando ciò alle dichiarazioni ed alle azioni di coloro che hanno il potere, credo sia possibile dichiarare tranquillamente che il nostro mondo e' controllato, diviso e manipolato, il linguaggio ed il dibattito sono distorti e viene incoraggiato lo sviluppo di una falsa coscienza. Quando parliamo di questo, in riferimento a società totalitarie e dittature, lo definiamo "lavaggio del cervello": la conquista delle menti. E' una nozione che non applichiamo quasi mai alle nostre società. Farò un esempio. |
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Nell'apice della guerra fredda, un gruppo di giornalisti sovietici fu portato in un tour ufficiale negli Stati Uniti. Guardavano la TV, leggevano i giornali, presenziavano ai dibattiti al Congresso. Con loro stupore, tutto ciò che udivano era più o meno simile. Le opinioni erano le stesse, più o meno. "Come e' possibile?", chiesero ai loro ospiti. "Nel nostro paese, per ottenere questa cosa, abbiamo gettato la gente in carcere, strappando loro le unghie. Anche qui e' così? Qual e' il vostro segreto?"
Il segreto e' che la questione non si e' mai posta. O, se si e' posta, e' stata molto verosimilmente liquidata come proveniente dai margini: da voci che sono al di fuori dei limiti di ciò che definirei la nostra "conversazione metropolitana", i cui termini di riferimento, ed i suoi limiti, sono imposti dai media ad un livello, e dal discorso - o dal silenzio- degli intellettuali ad un altro livello. Dietro entrambi vi e' un potere politico ed una corporazione.
Una dozzina di anni fa
ero a Timor Est, che era stata occupata dalla dittatura militare del generale
Suharto. Dovetti andarci clandestinamente, poiché i giornalisti non erano i
benvenuti - i miei informatori erano coraggiosi, gente comune che confermò, con
prove ed esperienza, che nel paese era avvenuto un genocidio. Portai alla luce
documenti meticolosamente scritti a mano, prove di un'intera comunità
massacrata - cose che oggi sappiamo essere vere.
Sappiamo anche che il vitale sostegno per un crimine in proporzione maggiore di
quello commesso in Cambogia da Pol Pot giunse dall'occidente, particolarmente da
Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia. Tornato a Londra, mi imbattei in una
versione molto differente. La versione data dai media era che il generale
Suharto era un leader benigno, promotore di un grande progresso economico ed un
solido alleato dell'occidente. Il primo ministro Keating lo considerava quasi
come una figura paterna. Lui ed il ministro degli esteri Gareth Evans facevano
discorsi di elogio per Suharto, non menzionando mai - neppure una volta - che
egli aveva ottenuto il potere mediante ciò che la CIA definì "uno dei
peggiori massacri del 20° secolo". Né menzionarono che le sue forze
speciali, note come Kopassus, furono responsabili di aver terrorizzato ed
ucciso un quarto della popolazione di Timor - 200.000 persone, un numero
confermato da uno studio commissionato dalla Commissione Affari Esteri del
Parlamento Federale.
Né menzionarono che quegli assassini furono addestrati dalla SAS australiana
non lontano da questo auditorium, e che l'establishment militare australiano era
coinvolto nella violenta campagna di Suharto contro la popolazione di Timor est.
La prova delle atrocità, che
raccontai nel mio documentario "Morte di una nazione", fu accettata
dalla Commissione sui Diritti Umani delle Nazioni Unite, ma non da coloro che
gestivano il potere in Australia. Quando mostrai le prove di un ulteriore
massacro presso il cimitero di SAnta Cruz, nel novembre 1991, l'editore estero
dell'unico quotidiano nazionale del paese schernì i testimoni oculari. "La
verità", scrisse Greg Sheridan, "e' che anche le vere vittime a volte
raccontano storie". Il corrispondente da Jakarta del giornale,
Patrick Walters, scrisse che "Suharto non arresta nessuno senza un giusto
processo". L'editore Paul Kelly definì Suharto "un moderato, al cui
benigno governo non vi e' alternativa".
Paul Kelly sedeva al consiglio dell'Australia-Indonesia Institute, finanziato
dal governo australiano. Non molto tempo prima che il popolo rovesciasse Suharto,
Kelly era a Jakarta, al fianco di Suharto, e presentava l'assassino di massa ad
una lunga fila di editori australiani. A suo onore, l'allora editore del West
Australian, Paul Murray, rifiutò di unirsi all'ossequioso gruppo.
L'episodio e' una metafora di ciò che vorrei raccontarvi stasera.
Il silenzio e' stato mantenuto per 15 anni dal governo, dai media e dagli accademici australiani sul grande crimine e la tragedia di Timor est. Questo non era altro che l'estensione del silenzio sulle vere circostanze che portarono alla sanguinosa ascesa al potere di Suharto alla metà degli anni '60. Non e' dissimile dal silenzio ufficiale in Unione Sovietica sulle sanguinose invasioni dell'Ungheria e della Cecoslovacchia.
Parlerò tra breve del silenzio dei media. Prendiamo in esame il silenzio degli accademici. Uno dei più atroci atti di genocidio della seconda metà del ventesimo secolo non ha generato un singolo studio accademico, basato su fonti di prima mano. Perché? Dobbiamo tornare agli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, quando in America fu inventato il cosiddetto "realismo liberale" - studio sulla politica internazionale post-bellica sponsorizzato dai detentori del potere economico globale americano. Essi includevano Ford, Carnegie, Rockfeller Foundations, l'OSS (precursore della CIA) ed il Consiglio per le Relazioni con l'Estero.
Così, nelle grandi università americane, gli intellettuali servirono generalmente a giustificare la guerra fredda - che, e lo sappiamo oggi da documenti declassificati, non solo ci portò vicinissimi alla guerra nucleare, ma fu essa stessa una simulazione. Come oggi sappiamo da documenti britannici, non c'era nessuna minaccia sovietica che incombeva sul mondo. Erano minacciati solo i paesi satelliti dell'URSS, esattamente come gli Stati Uniti minacciavano, invadevano e controllavano i loro satelliti in America Latina. "Realismo liberale" - in America, Gran Bretagna ed Australia - significava eliminare l'umanità dallo studio delle nazioni, e considerare il mondo in termini di utilità per le potenze occidentali. Ciò veniva presentato attraverso un gergo di tipo massonico appannaggio delle potenze dominanti, che si serviva tipicamente di etichette. [...]
Durante gli anni '90, intere società furono stese al tappeto per essere sezionate ed identificate come "stati canaglia" che abbisognavano di "intervento umanitario". Diversi eufemismi divennero di moda - "buon governo" e "terza via" furono adottati dalla scuola realista liberale. Parole nobili come democrazia, libertà, indipendenza, riforme, furono svuotate del loro significato e messe al servizio della Banca Mondiale, del FMI e di quell'entità amorfa chiamata "occidente" - in altre parole, dell'imperialismo.
Naturalmente, imperialismo era un termine che i realisti non osavano scrivere né pronunciare, quasi come se essa fosse stata cancellata dal vocabolario. Eppure l'imperialismo era l'ideologia che si nascondeva dietro i loro eufemismi. E c'e' bisogno che vi ricordi il destino dei popoli sotto l'imperialismo. Durante l'imperialismo del 20° secolo, le autorità di Gran Bretagna, Belgio e Francia gasarono, bombardarono e massacrarono le popolazioni indigene dal Sudan all'Iraq, dalla Nigeria alla Palestina, dall'India alla Malesia, dall'Algeria al Congo. Ma l'imperialismo divenne una brutta parola solo quando Hitler decise che anche lui era un imperialista.
Così, dopo la guerra,
dovevano essere inventati nuovi concetti, un nuovo lessico ed un nuovo discorso,
dal momento che la nuova super-potenza imperale, gli Stati Uniti, non intendeva
essere associata al brutto periodo dell'imperialismo europeo. Il culto americano
dell'anti-comunismo riempì questo vuoto in maniera efficace; allorché l'Unione
Sovietica collassò all'improvviso, tuttavia, e la guerra fredda terminò,
doveva essere escogitata una nuova minaccia.
In un primo momento, vi fu la "guerra alla droga" - e la Teoria della
Storia dell'Uomo Nero e' ancora popolare. Ma essa non può minimamente
paragonarsi alla "guerra al terrorismo" inaugurata dopo l'11 settembre
2001. L'anno scorso, ho raccontato tale guerra dall'Afghanistan. Come a Timor
Est, gli eventi di cui io sono stato testimone non hanno alcuna relazione con il
modo in cui essi vengono rappresentati nelle "società libere", specie
in Australia.
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L'attacco americano all'Afghanistan e' stato riportato come una liberazione. Ma le prove sul terreno ci dicono che, almeno per il 95% della popolazione, non vi e' stata alcuna liberazione. I talebani sono stati sostituiti da un gruppo di signori della guerra finanziati dall'America, stupratori, assassini e criminali di guerra - terroristi secondo ogni standard: la stessa gente che il presidente Carter armò segretamente e la CIA addestrò per quasi 20 anni. Uno dei più potenti signori della guerra e' il generale Rashid Dostum. Dostum fu visitato dal ministro della Difesa USA Donald Rumsfeld, il quale gli espresse la sua gratitudine per aver preso parte alla "guerra al terrorismo". Egli definì Dostum "un uomo saggio". Si tratta dello stesso uomo sotto la cui custodia 4.000 prigionieri morirono di morte orribile appena due anni fa - si presume che i feriti furono rinchiusi in containers dove furono lasciati soffocare e sanguinare a morte. Mary Robinson, che era all'epoca rappresentante umanitaria delle Nazioni Unite, chiese un'investigazione che non ci fu mai. Il generale e' il volto del nuovo Afghanistan che non vedete nei media. Ciò che vedete e' l'urbano Hamid Karzai, i cui ordini raramente si estendono oltre le 42 guardie del corpo americane. Sembra che solo i talebani siano in grado di accendere lo sdegno dei nostri politici e dei nostri media. Eppure le donne indossano ancora il burqa, questa volta perché hanno persino paura ad uscire di casa. Le ragazze sono ordinariamente rapite, stuprate, assassinate. |
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Come la dittatura di Suharto,
questi signori della guerra sono i nostri amici ufficiali, mentre i talebani
erano i nostri nemici ufficiali. La distinzione e' importante, perché le
vittime dei nostri nemici ufficiali sono degne di considerazione e
preoccupazione, mentre quelle dei nostri amici ufficiali non lo sono. Questo e'
il principio mediante cui i regimi totalitari gestiscono la loro propaganda
interna. E tale e' la maniera in cui le democrazie occidentali, inclusa
l'Australia, gestiscono la loro.
La differenza e' che, nelle società totalitarie, la gente sa che i loro governi
mentono: che i loro giornalisti sono meri funzionari, che i loro accademici sono
complici. Tali persone imparano a comportarsi di conseguenza, imparano a leggere
tra le righe, possono contare su una fiorente clandestinità. I loro scrittori e
poeti scrivono in codice, come succedeva in Polonia ed in Cecoslovacchia durante
la guerra fredda. Un amico cecoslovacco, un novellista, mi disse: "Voi in
occidente siete svantaggiati. Avete il vostro mito della libertà d'informazione
e, dunque, non vi esercitate a leggere tra le righe. Un giorno, ciò vi
servirà".
Quel giorno e' arrivato. La cosiddetta "guerra al terrorismo" e' la più grande minaccia a tutti noi dal periodo più pericoloso della guerra fredda. L'America rapace ed imperiale ha trovato il suo nuovo "allarme rosso". Ogni giorno, paura e paranoia ufficialmente manipolate approdano sui nostri lidi - marescialli aerei, impronte digitali, una nuova direttiva su quante persone debbano stare in fila per la toilette su un jet della Qantas in volo per Los Angeles.
Gli impulsi totalitari sempre
latenti in America sono oggi all'apice. Tornate agli anni '50, agli anni di
McCarthy, e gli eco di oggi sono anche troppo familiari - l'isteria, la caccia
alle streghe, l'assalto alla Carta dei Diritti; una guerra basata sulle bugie e
l'inganno. Proprio come negli anni '50, il virus ha attecchito nei satelliti
intellettuali d'America, in particolare in Australia.
La settimana scorsa, il governo Howard ha annunciato che imiterà le procedure
USA sull'immigrazione, prendendo le impronte digitali a coloro che
arrivano. Il Sydney Morning Herald ha definito tale misura "un mezzo per
stringere la rete anti-terrorismo". Nessuna sfida, nessuno scetticismo. Le
notizie sono solo propaganda. L'Australia
ha anche varato una politica di "sicurezza nazionale", un altro
termine americano per istituzionalizzare la paranoia ed il suo compagno di
letto, il razzismo. Messa in parole semplici, ci stanno facendo il lavaggio del
cervello affinché noi crediamo che al-Qaida sia una minaccia reale. E non lo
e'. Paragonata semplicemente al terrorismo americano, al-Qaida e' una mosca
letale. Durante il periodo della mia vita, gli USA hanno supportato ed
addestrato e diretto i terroristi di America Latina, Africa ed Asia. Le loro
vittime si contano a milioni. [...]
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Permeata di fanatismo religioso, di americanismo corrotto e di rampante avidità corporativa, la cabala di Bush sta perseguendo ciò che lo storico militare Anatol Lieven ha definito "la classica strategia moderna di un'oligarchia conservatrice in affanno, che intende trasformare il discontento di massa in nazionalismo", paventando la paura di minacce letali. L'America di Bush, ammonisce, "e' diventata un pericolo per sé stessa e per l'umanità". Sono parole rare. Non conosco alcuno storico o esperto australiano che abbia asserito una simile verità. Non conosco alcuna organizzazione informativa australiana che permetterebbe ai suoi giornalisti di scrivere una simile verità. I miei amici del giornalismo australiano se la sussurrano tra di loro, sempre in privato. Incoraggiano persino gli outsiders - come me - a dichiararla pubblicamente, come sto facendo ora. [...] |
Oggi gli USA stanno addestrando una Gestapo di 10.000 agenti, comandati dai più spregiudicati elementi della polizia segreta di Saddam. L'obiettivo e' quello di installare un regime fantoccio dietro una facciata pseudo-democratica - e schiacciare la resistenza. Questa informazione e' per noi vitale, poiché il fato della resistenza irachena e' vitale per il futuro di noi tutti. Perché se la resistenza fallisce, la cabala di Bush attaccherà quasi certamente un altro paese, forse la Corea del nord.
Proprio un mese fa, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite votò una serie di risoluzioni sul disarmo nucleare. Ricordate la sciarada delle armi irachene? Lo scorso febbraio il primo ministro Howard, al Parlamento australiano, disse che Saddam Hussein "emergerà con il suo arsenale intatto di armi chimiche e biologiche" e che si trattava di "un programma massiccio". In un discorso di 30 minuti, Howard si riferì per 30 volte alla minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa di Saddam. E si trattava di un inganno, di una bugia, di una terribile presa in giro del pubblico, raccolta ed amplificata dai media obbedienti. E chi osò controbattere? Non mi vengono in mente più di due nomi. [...]
Perché non c'e' dibattito
pubblico su queste questioni? La risposta e' che l'Australia e' divenuta un
microcosmo della società auto-censurata. Nell'attuale classifica della libertà
di stampa, monitorata dall'organizzazione Reporters Senza Frontiere, l'Australia
e' al 50° posto, prima soltanto rispetto alle autocrazie ed alle dittature.
Come e' potuto accadere?
Nel 19° secolo, l'Australia aveva una stampa molto più indipendente di tanti
paesi. Nel 1880, nel solo Nuovo Galles del sud, c'erano 143 titoli indipendenti,
guidati in massima parte da editori che ritenevano loro dovere essere la voce
del popolo. Oggi, dei dodici giornali principali delle città capitali, sette
sono controllati da un solo uomo, Rupert Murdoch. Dei dieci giornali della
domenica, Murdoch ne possiede sette. Ad Adelaide e Brisbane ha il monopolio
completo. Controlla quasi il 70% della circolazione nella capitale. Perth ha un
solo giornale. Sydney, la città più grande, e' dominata da Murdoch e dal
Sydney Morning Herald, il cui attuale editore capo, Mark Scott, dichiarò in una
conferenza di marketing nel 2002 che il giornalismo non ha più bisogno di
persone intelligenti e pronte. "Non sono la risposta", disse. La
risposta sono le persone in grado di eseguire la strategia di corporazione. In
altre parole, menti mediocri ed obbedienti.
Il defunto Alex Carey, il grande scienziato sociale australiano pioniere negli studi sul corporativismo e la propaganda, scrisse che i tre sviluppi politici più significativi del 20° secolo sono stati "la crescita della democrazia, la crescita del potere corporativo e la crescita della propaganda corporativa come mezzo per proteggere il potere corporativo contro la democrazia". Carey descriveva la propaganda dell'imperialismo del 20° secolo, che e' la propaganda dello stato corporativo. E, contrariamente al mito, lo stato non si e' indebolito, ma rafforzato. Il generale Suharto era un uomo corporativo - buono per gli affari. Dunque i suoi crimini erano irrilevanti, ed i massacri contro il suo popolo e contro gli abitanti di Timor Est furono consegnati ad un buco nero orwelliano. La censura storica per omissione e' così efficace che Suharto e' stato recentemente riabilitato. Lo scorso ottobre, Owen Harries del "The Australian" ha descritto il periodo di Suharto come un' "età dell'oro", ed ha inviato l'Australia ad abbracciare ancora una volta il militare genocida d'Indonesia. [...]
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Se l'Australia e' il microcosmo, si consideri la distruzione della libertà di parola negli USA, che costituzionalmente possiede la stampa più libera al mondo. Nel 1983, i principali media erano posseduti da 50 corporazioni. Nel 2002 ve ne erano solo 9. Oggi, la Fox Television di Murdoch e quattro altri conglomerati controllano il 90% dell'audience terrestre e via cavo. Persino su internet, il venti siti web guida sono posseduti da Fox, Disney, AOL, Time Warner, Viacom ed altri giganti. Solo 14 compagnie controllano il 60% del tempo che gli americani trascorrono online. E queste compagnie controllano o influenzano la maggior parte dei media visivi mondiali, la principale fonte d'informazione per gran parte della gente. [Non si tratta solo di notizie, ma anche di propaganda affaristica, nota come "pubblicità"] Le pubbliche relazioni sono strettamente collegate alla pubblicità. |
Negli ultimi 20 anni, il concetto di PR e' cambiato in maniera drammatica e si e' trasformato in un'enorme industria per la propaganda. L'idea di "intruppare" [embedding, in inglese-ndt] i giornalisti con i militari USA durante l'invasione dell'Iraq provenne da esperti di pubbliche relazioni del Pentagono, la cui attuale letteratura strategica descrive il giornalismo come parte di un'operazione psicologica. L'obiettivo, dice il Pentagono, e' realizzare il "dominio dell'informazione" - che a sua volta e' parte del "dominio a spettro completo", la politica USA tesa a controllare terra, mare, spazio ed informazione. Non ne fanno mistero. La cosa e' di pubblico dominio.
Quei giornalisti che vanno per conto proprio, quelli della stoffa di Martha Gellhorn e di Robert Fisk, stanno molto attenti. La TV satellitare indipendente araba, al-Jazeera, e' stata bombardata in Afghanistan ed Iraq dagli americani. Nell'invasione dell'Iraq sono stati uccisi più giornalisti che mai in precedenza - dagli americani. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro. La scelta e' estremamente semplice: o raccontano la verità o, come disse Edward Herman, servono meramente a "normalizzare l'impensabile". [...]
Dobbiamo reclamare la nostra
storia dal corporativismo, perché la nostra storia e' ricca e dolorosa e, sì,
degna. Dobbiamo reclamarla dai John Howards e dai Keith Windshuttles, che la
negano, e dalla gente raffinata ed i loro sponsor, che la castrano. Li sentirete
dire che, come popolo, siamo apatici ed indifferenti. Eppure sono state le
migliaia di australiani che scesero in piazza nel 1999, in una città dopo
l'altra, ad aiutare in maniera decisiva il popolo di Timor est. E quegli
australiani non erano indifferenti. Sono state le migliaia di australiani e di
neo-zelandesi che hanno impedito alla Francia di fare i suoi esperimenti
nucleari nel Pacifico. E non erano indifferenti.
Mi sembra di udire alcuni di voi chiedere: "OK, cosa dobbiamo fare?"
Come ha sottolineato recentemente Noam Chomsky, e' molto difficile sentire una
domanda del genere nel cosiddetto "mondo in via di sviluppo", dove
gran parte dell'umanità lotta giorno dopo giorno per sopravvivere. Lì vi
diranno cosa stanno facendo. Noi non abbiamo i problemi di vita o morte
che si trovano ad affrontare gli intellettuali, diciamo, in Turchia o i
campesinos in Brasile o gli aborigeni nel terzo mondo di casa nostra. Molti
credono che, una volta decisa l'azione, tutto possa accadere rapidamente. Ahimè,
non e' così che vanno le cose. Se volete intraprendere un'azione diretta - e
credo che non vi sia altra scelta, oggi: tale e' il pericolo che incombe su
tutti noi - ciò vuol dire lavoro duro, impegno, dedizione, proprio come quei
popoli che sono sulla linea del fronte, e che dovrebbero divenire fonte della
nostra ispirazione. Il popolo della Bolivia ha recentemente reclamato il suo
paese dalle catne delle multinazionali dell'acqua e del gas, e si e' liberato
del presidente che abusava della fiducia popolare. Il popolo del Venezuela ha,
ancora una volta, difeso il suo presidente democraticamente eletto contro una
feroce campagna montata dall'elite sostenuta dagli USA e dalla stampa da essa
gestita. In Brasile ed in Argentina, i movimenti popolari hanno fatto progressi
straordinari - al punto che i paesi dell'America Latina non sono più i vassalli
di Washington. Persino in Colombia, dove gli USA hanno versato un fiume di
danaro per creare un'oligarchia brutale, la gente comune - sindacalisti,
contadini, studenti - sta contrattaccando.
Queste sono lotte epiche di cui non avete notizia. E' la risposta alla povertà
ed all'ingiustizia ed alla guerra. E' diversa, più organizzata, internazionale
e tollerante delle differenze rispetto al passato, e cresce sempre più.
In effetti, si tratta della opposizione democratica e popolare in molti paesi.
E' una buona notizia, perché, a dispetto della campagna di propaganda di cui ho
appena parlato, mai nella mia vita ho visto popoli di tutto il mondo dimostrare
maggiore consapevolezza delle forze politiche scatenate contro di essi e
delle possibilità di ribaltarle. La nozione di democrazia rappresentativa
controllata dal basso, in cui i rappresentanti non sono solo eletti ma sono
tenuti a dare conto delle loro azioni, e' rilevante oggi tanto quanto nel comune
di Parigi 133 anni fa. E per quello che concerne il voto, c'e' da dire che i
Cartisti che lo inventarono pensarono che esso avesse validità solo quando vi
fosse una chiara scelta democratica. Ed oggi non vi e' questa scelta. Viviamo in
uno stato ad ideologia unica, in cui due fazioni quasi identiche lottano per
conquistare la nostra attenzione, promovendo la finzione delle loro diversità.
La scrittrice Arundhati Roy ha descritto lo sfogo della rabbia anti-guerra dell'anno scorso come "la più spettacolare dimostrazione di moralità pubblica di cui il mondo sia mai stato testimone". Questo era solo l'inizio, e le prospettive sono incoraggianti. Perché? Perché credo che molta gente cominci ad utilizzare quell'umanità che e' l'antidoto al potere rampante ed al suo compagno di letto: il razzismo. Si chiama coscienza. Tutti l'abbiamo, e siamo obbligati a rispondere ad essa. Franz Kafka scrisse: "Puoi anche evitare di preoccuparti delle sofferenze del mondo, ne hai il permesso ed e' in accordo con la tua natura, ma forse questa e' l'unico dolore che avresti potuto evitare".
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Non c'e' dubbio che vi sono coloro che credono di poter rimanere in disparte - scrittori acclamati che scrivono solo con stile, accademici di successo che restano tranquilli, rispettati giuristi che si ritirano in leggi arcane e giornalisti famosi che protestano: "Nessuno mi ha mai detto cosa devo dire". George Orwell scrisse: "I cani da circo saltano quando l'addestratore schiocca la frusta, ma il cane ben addestrato e' quello che salta anche senza frusta". A quei membri della nostra piccola, potente e privilegiata elite, raccomando le parole di Flaubert: "Ho sempre cercato di vivere in una torre d'avorio", disse, "ma un'onda di escrementi picchia alle sue pareti, e minaccia di travolgerla". |
Al resto della gente, offro le parole del Mahatma Gandhi: "Dapprima ti ignorano", disse, "poi ti ridono dietro. Poi cominciano a combatterti. Poi tu vinci".
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da un discorso fatto alla UWA Extension Summer School Lecture Winthrop
Hall, Università dell'Australia occidentale, 12 gennaio 2004
traduzione a cura di www.arabcomint.com