Il prezzo dell'ignoranza
di Gideon Levi

 

 

Il kamikaze della giunzione di Geha, Shehad Hanani, era di Beit Furik, uno dei villaggi più imprigionati della Cisgiordania, circondato da ogni lato da montagne di terreno. E' un luogo in cui i malati e le donne in travaglio devono azzardarsi a camminare attraverso i campi per raggiungere l'ospedale nell'adiacente Nablus. Almeno una donna, Rula Ashatiya, ha partorito al checkpoint di Beit Furik ed ha perso il suo bambino. Pochi israeliani riescono ad immaginare cosa sia la vita a Beit Furik: la disoccupazione quasi totale, la miseria, l'assedio senza fine e l'umiliazione di vivere chiusi in prigione. Un giovane come Hanani, che aveva 21 anni, non ha  alcuna ragione per alzarsi dal letto la mattina se non per vivere un'altra giornata di disperazione ed umiliazione.

Agli israeliani, tuttavia, non interessa conoscere la realtà della terra da cui partono i kamikaze. I media non hanno nulla da raccontare sulla vita a Beit Furik. 

Allo stesso modo, e' passato completamente inosservato che 10 giorni prima, a Nablus, era stato assassinato Fadi Hanani, fratello del kamikaze, proprio come inosservate sono tutte le vittime palestinesi.
Israele ha contato "81 giorni di quiete, senza attacchi terroristici". Non vi e' bugia più grande di questa. La quiete era solo qui. Durante questa "quiete", sono state uccise dozzine di palestinesi e nessuno si e' disturbato a riportarlo. Ecco come e' possibile parlare di quiete e dichiarare che i palestinesi l' hanno disturbata. Il fatto che i media non parlino delle vittime palestinesi non significa che esse non esistano. Gli otto palestinesi uccisi in un solo giorno a Rafah, ad esempio, insieme ad una distruzione la cui magnitudine e' sconosciuta in Israele, non hanno generato alcun tipo di interesse, la settimana scorsa. Sono stati appena citati, e con difficoltà, proprio nel paese i cui militari hanno perpetrato quell'eccidio. L'immagine dei bulldozers giganteschi che demoliscono sempre più case e le scene dei morti e dei 42 feriti - tra cui donne e bambini - portati all'ospedale di Rafah, non vengono mostrate in Israele.

Il quotidiano popolare Yedioth Ahronoth, ad esempio, ha menzionato gli omicidi commessi a Rafah in un trafiletto di una pagina interna in cui si parlava, molto più estesamente delle leggere ferite subite da una coppia di coloni nell'insediamento di Nisanit, striscia di Gaza. Ecco come viene determinata l'agenda nazionale. Tale disgraziata copertura delle letali operazioni condotte dall'esercito israeliano evoca altri regimi, in cui al pubblico viene mostrato solo quello che vuole l'autorità.
Ciò non ha nulla a che vedere con le critiche ai media; si tratta della nostra immagine. Una società che non si cura delle morti inflitte dal suo esercito e' una società malata. Una società che nasconde tali vitali informazioni ai suoi cittadini intende estirpare  il loro senso del giudizio. La situazione si complica allorché si esaminano le attitudini della società israeliana verso le sue vittime: non vi sono molte altre società che si immergono così intensamente nel vittimismo. Ci troviamo di fronte ad una moralità doppia: contano solo i nostri morti, il resto non esiste.

Nascondere le informazioni ha un'altra ramificazione: se non sappiamo, nessuno chiederà il perché. Nessuno potrà neanche chiedersi se l'operazione a Rafah fosse in qualche modo giustificata, a qualsiasi prezzo. Ciò ha uno scopo deliberato - permette di presentare i palestinesi come i colpevoli - ed inoltre trova terreno fertile presso la maggioranza del pubblico, che non vuole sapere cosa stia realmente facendo l'esercito israeliano nei territori occupati. I media, dunque, stanno gravemente violando il loro dovere. Sia coloro che supportano l'occupazione che coloro che sono contro hanno diritto ad avere l'informazione reale sul prezzo che essa esige. La presentazione degli omicidi come fatti marginali lancia un messaggio terribile agli stessi militari: non c'e' nulla di spregevole nell'uccidere sempre più palestinesi.

Lo scorso giovedì, 15 passanti sono stati feriti durante l'assassinio "mirato" dell'attivista del Jihad Islamico Makled Hamid  a Gaza. La scorsa settimana tre bambini, uno dei quali di cinque anni, sono stati uccisi nel campo profughi di Balata, presso Nablus.

 La settimana prima, tre bambini furono assassinati in un solo sabato a Jenin e nel vicino Burkin. Due palestinesi sono stati uccisi due giorni fa presso la recinzione di Gaza, mentre cercavano di entrare in Israele in cerca di lavoro. A metà mese altri sei palestinesi furono assassinati a Rafah, in una ennesima operazione alla ricerca di tunnel. Un numero crescente di bambini viene colpito a morte nella cintura del campo profughi di Qalandiya. Tutti questi casi vengono citati a stento nei media. Ma dietro ogni vittima palestinese vi e' una famiglia e degli amici, e l'odio si sprigiona dalle loro tombe.

Ibrahim Abdel Qader, di Qalandiya, che pochi mesi fa ha perso il suo figlio maggiore - Fares, 14 anni, sparato in testa dai militari israeliani - giura che si vendicherà. E' così difficile comprenderlo?
Vi e' un prezzo israeliano da pagare per le tante vittime palestinesi dimenticate. Ognuna di esse e' un incentivo per il terrorismo. La loro esclusione dalla nostra agenda non farà sparire anche le conseguenze delle nostre azioni. Hanani avrebbe condotto la sua operazione alla giunzione di Geha se fosse vissuto in condizioni umane, se i suoi familiari non fossero stati assassinati? La domanda potrebbe disturbare molti tra noi. Intanto, non e' in agenda.

 
traduzione a cura di www.arabcomint.com
da Ha'aretz