Prima Tel Aviv, poi Manchester?
di Fuad Nahdi*

 

 

La casa di Derby in cui viveva il giovane kamikaze fattosi esplodere a Tel Aviv due giorni fa

Il mese scorso misi in guardia sugli sviluppi all'interno dell'Islam britannico. "C'e' da preoccuparsi", scrissi su queste stesse pagine. "La fine della guerra all'Iraq puo' significare l'inizio della nostra intifada".
Tra le molte risposte ricevute, ce ne fu una proveniente da Downing Street. Mi fu detto che il mio articolo era "insolitamente allarmista" ed io, temporaneamente, mi posi sulla difensiva. Avevo pero' ragione. Non sono sorpreso dalla notizia dei primi kamikaze britannici; cio' che mi sorprende, invece, e' che essi abbiano agito a Tel Aviv e non a Manchester.

La discesa nell'estremismo di una parte della comunita' islamica britannica e' stata un processo lungo, nonostante il fatto che alcuni leaders delle comunita' neghino il fatto.
Le forze combinate della discriminazione razziale e dell'Islamofobia sono state imponenti nella marginalizzazione e nell'alienazione della comunita'. Risultato di cio' e' che alcuni membri, particolarmente i giovani, sentono di non avere alcun sostegno all'interno della societa'. A cio' deve aggiungersi il senso di caos e confusione che pervade tutto il mondo islamico - traumatizzato dal colonialismo, violentato dall' "indipendenza".


Se vogliamo capire cosa sta accadendo, dobbiamo scrostare gli strati di retorica ed eufemismi, mettere da parte gli eventi dell'11 settembre e dell'invasione dell'Iraq, ed arrivare diritti alla ferita sanguinante della Palestina.
La coscienza occidentale, ricattata dall'anti-semitismo, e' riluttante a guardare criticamente alle azioni di Israele verso una popolazione musulmana colonizzata. Fino a che la voce palestinese, e quella musulmana che rappresenta una eco del suo dolore, non saranno ascoltate, si fallira' nel capire cio' che e' accaduto ad Asif Mohammad Hanif e ad Omar Khan Sharif. Saremo, invece, sottoposti alla banale retorica sul "cattivo" Islam e sulla natura "deliberata e senza moventi dell'estremismo fondamentalista".

La realta' e' che i musulmani - inclusa la maggioranza dei musulmani britannici - sono furiosi a causa della Palestina. Provano rabbia per la continua espansione delle colonie illegali ebraiche su terra araba confiscata. Sono furiosi per decenni di dominio militare da parte dei conquistatori israeliani sulle risentite popolazioni musulmane e cristiane. Furiosi a causa della perpetuazione del razzismo di epoca coloniale e delle leggi in stile apartheid. Furiosi per le sofferenze dei profughi palestinesi. Furiosi per il controllo da parte dei conquistatori del terzo luogo sacro dell'Islam.

I nostri scritti religiosi consigliano pazienza illimitata. Se non fosse per l'Islam, la violenza e la retorica anti-occidentale sfuggirebbero probabilmente al controllo. Eppure, molti di noi sono stati portati al limite estremo. Il messaggio convogiato dalle azioni di questi giovani furiosi e' il seguente: si', l'Islam proibisce il suicidio e l'uccisione di civili, ma l'orrore che proviamo per cio' che avviene da 50 anni in Palestina e' tale che ci costringe a mettere da parte questi sacri principi. Il risultato e' che la stessa fede viene sottoposta ad una perversione.

In 36 anni dalla caduta di Gerusalemme, la voce musulmana si e' profondamente radicalizzata. Cio' e' visibile dovunque - dal pulpito accademico dell'Azhar alle moschee di Birmingham e Derby, dove i giovani non parlano d'altro che di Palestina. E' la grande trasformazione religiosa della nostra epoca. E se parlate a questi nuovi zeloti, scoprirete che la rabbia per la Palestina e' il catalizzatore che li ha radicalizzati.

Probabilmente questa e' stata la conseguenza di piu' vasta portata del sionismo: la radicalizzazione del mondo musulmano. Come molti musulmani, sento con dolore il passaggio da una cultura focalizzata su Dio ad una cultura focalizzata sulla comunita'. Mi mancano il sorriso, la tolleranza e la saggezza del vecchio Islam. E, come molti musulmani, so che la "guerra al terrorismo" e l'occupazione dell'Iraq non sono soluzioni, ne' parte della soluzione, ma semplicemente l'acceleratore di incomprensioni e vendette.

Dall'11 settembre, la violenza di Israele contro le aree palestinesi e' divenuta piu' letale che mai. La frustrazione contro l'America (e la Gran Bretagna) non e' mai stata piu' intensa.
L'America e la Gran Bretagna devono decidere se desiderano che il mondo islamico diventi la loro Cisgiordania, la fonte di un interminabile ciclo di violenza e punizioni militari e reazioni kamikaze. Israele non e' riuscito a fermare la resistenza palestinese neanche in una piccola area; allo stesso modo, l'America e la Gran Bretagna non potranno sopprimere le spinte estremistiche all'interno del mondo islamico.

Se vogliono la pace, devono abbandonare la pretesa secondo cui le soluzioni provengono dai missili e dai bombardieri, e cercare di scoprire il perche' di tanto risetimento. Una soluzione giusta per il popolo palestinese non puo' essere piu' rimandata. Ne' puo' esserlo il ritorno dell'Iraq e delle sue risorse al popolo iracheno. In caso contrario, dovremo aspettarci una prossima intifada nelle strade di Birmingham e Detroit.

 

Asif ed Omar: chi li ha conosciuti, a Derby, li definisce gentili, educati, istruiti, di famiglie benestanti

Editore del giornale islamico britannico Q-News
traduzione a cura di
www.arabcomint.com
da "The Guardian", 2 Maggio 2003