Israele e' il problema
... il nostro problema
di Justin Raimondo
antiwar.org

 

Questo e' il ringraziamento che Bush ha ottenuto per essere andato in guerra per il bene di Israele. Che gli serva da lezione. Arriva troppo male e troppo tardi il giorno in cui potrà salvare o la sua presidenza o il suo posto nella storia. Ma meglio tardi che mai.

 

Oggi e' il 30esimo anniversario della guerra del Kippur e sembra che siamo in procinto di ripiombare in un disastro simile a quello che reclamò la vita di decine di migliaia di persone. Ieri (qualche giorno fa, ndt), Israele ha bombardato presunti "campi terroristici" in Siria. La scusa: un altro attacco kamikaze in Israele rivendicato da Jihad Islami (che ha negato di avere basi militari in Siria) e che ha causato 19 morti. 
Si e' trattato di uno dei più gravi attentati dall'inizio dell'intifada, non diverso, comunque, da dozzine di altri simili attentati che si sono ripetuti in Israele. Ciò che e' diverso, stavolta, e' il nuovo orientamento di Israele, che e' radicalmente mutato.

Mentre 30 anni fa Israele dipendeva largamente dagli USA, oggi agisce per conto suo - senza aspettare l'OK di Washington.

Lo sguinzagliamento di Israele e' il principale risultato della guerra all'Iraq. Cominciamo a vedere i primi frutti della nostra "vittoria di Pirro" in quest'ultima scorreria di un incoraggiato Sharon, che chiaramente spera che il risultato stagnante della  prima guerra dello Yom Kippur possa essere ribaltato ora. 

Prese di sorpresa, nel 1973, le forze israeliane vacillarono sotto l'attacco congiunto siriano-egiziano. Aiutate dalla "Operazione Nickel Grass", un ponte aereo di rifornimenti militari vitali da parte degli USA, le truppe israeliane, riuscirono a riguadagnare terreno fino a conquistare le Alture del Golan prima che l'ONU ordinasse l'alt. Questa volta gli israeliani non si fermeranno fino a che i carriarmati non scivoleranno  nelle strade di Damasco. E' questa, almeno, la minaccia implicita nelle loro azioni.

La guerra in Iraq, come abbiamo cominciato a scoprire, non aveva nulla a che vedere con le "armi di distruzione di massa", zero a che fare con al-Qaida e meno ancora con l' "esportare democrazia" sul suolo inospitale dell'Iraq. La prima fase della seconda guerra dello Yom Kippur sta rivelando, sul campo, la dottrina strategica che rappresenta il cuore della politica USA in Medio Oriente: l'installazione di Israele come potenza egemone regionale.

Questa dottrina fu prefigurata in un documento del 1996 preparato per l'allora primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu da un gruppo composto da diversi individui che oggi occupano le posizioni chiave nell' amministrazione Bush. "Una chiara opportunità: Una nuova strategia per proteggere il Regno" raccomandava che Israele si sganciasse dall'imbarazzante e debilitante supporto americano militare e diplomatico: per quanto fosse incondizionato, questo supporto vincolava Israele e gli impediva di realizzare i suoi veri interessi. Il documento, di cui erano autori Richard Perle, James Colbert, Charles Fairbanks jr., Douglas Feith, Robert Loewenberg, David Wurmser e Meyrav Wurmser, identificava nella Siria il nemico principale di Israele, ma sottolineava che la strada per Damasco passava prima per Baghdad:

"Israele può modellare il suo ambiente strategico, in cooperazione con Turchia e Giordania, indebolendo, contenendo e persino riducendo la Siria. Questo sforzo si focalizzerà sulla rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq - un importante obiettivo strategico israeliano alla sua destra - come mezzo per frustrare le ambizioni regionali siriane. La Giordania ha sfidato recentemente tali ambizioni suggerendo la restaurazione della monarchia hashemita in Iraq".

Oggi, tre dei consiglieri di Netayahu - Perle, Feith e David Wurmser - occupano posti chiave nel consiglio della politica estera dell'amministrazione Bush, ed il loro esagerato supporto per la guerra all'Iraq ha aiutato a realizzare la prima parte del piano. David Wurmser e' aiutante capo del sottosegretario alla difesa John Bolton, il quale, prima ancora che fosse sparato un solo colpo contro l'Iraq, già prometteva a Sharon che sarebbe toccato alla Siria  subito dopo. Come riportò Ha'aretz all'epoca:

"Il sottosegretario di Stato USA John Bolton ha dichiarato lunedì, durante un incontro con dirigenti israeliani, di non nutrire dubbi sul fatto che l'America attaccherà l'Iraq e ciò sarà necessario per trattare con la minaccia proveniente da Siria, Iran e Nord-Corea".

A febbraio, Ariel Sharon già chiedeva un'azione contro la Siria. Ad un incontro con una delegazione di congressisti americani, Sharon consegnò agli americani il suo ordine di marcia:

"Il primo ministro Ariel Sharon ha detto ieri che ad Iran, Libia e Siria dovrebbero essere tolte le armi di distruzione di massa dopo l'Iraq. 'Questi sono stati irresponsabili, che devono essere disarmati delle armi di distruzione di massa, ed una mossa di successo in Iraq come modello renderà più facile realizzare l'obiettivo', ha detto Sharon ad una delegazione americana in visita. Sharon ha detto ai congressisti che Israele non e' coinvolta nella guerra all'Iraq ma che "l'azione americana e' di vitale importanza". 

Ma, invece di essere convertiti alla via per Damasco, gli americani sono stati trattenuti dal lanciare altre guerre a causa dello spiacevole empasse politico e militare generato dalla profonda palude irachena. Il dictum "niente guerre nel 2004" di Karl Rove ha messo un paletto sul sentiero dei neoconservatori filo-israeliani del governo USA, attualmente sotto pressione a causa dell'affare Plame. Gli israeliani, irritati da questo mutare degli eventi, stanno giocando adesso la carta di briscola.

L'attacco israeliano alla Siria e' una replica dell'attacco americano all'Iraq: la dichiarazione di presunti "collegamenti" col terrorismo e' seguita da un'azione militare unilaterale - questa volta in sfida all'intero mondo, incluso gli USA, e non solo alle N.U. Gli attori sono differenti, ma il principio e' lo stesso, una similarità che gli israeliani d'America non mancheranno di sottolineare per giustificare l'impudente provocazione di Sharon. Israele, ci viene detto continuamente, ha il diritto di "difendersi" - anche se ciò significa conquistare ed occupare l'intera Palestina e spingere in Giordania i suoi abitanti originari. "Una chiara opportunità" progettava il piano in questo modo:

"Dal momento che il futuro dell'Iraq potrebbe influenzare profondamente l'equilibrio strategico in Medio Oriente, sarebbe comprensibile che Israele abbia un interesse nel supportare gli Hashemiti nel loro sforzo di ridefinire l'Iraq". 

Passiamo il nostro problema palestinese agli hashemiti, dicono gli estremisti del Likud ed i loro supporters americani. Non esiste il popolo palestinese, dichiarano Joan Peters e Alan Dershowitz: sono giordani. Una restaurazione hashemita in Iraq spianerebbe la strada alla creazione del Grande Israele, promesso da Dio ad Abramo nella Bibbia:

"Ai tuoi discendenti darò la terra dal fiume d'Egitto al grande fiume, l'Eufrate".

Israele, con la sua smodata forza militare, dominerebbe il Medio Oriente. Questo e' anche l'obiettivo dei ministri del fondamentalismo cristiano, come Pat Robertson e Jerry Falwell, i quali credono che l'egemonia israeliana in Medio Oriente realizzi le profezie bibliche. Ma una profezia, secondo loro, può auto-realizzarsi: e' loro dovere di cristiani, ritengono, affrettarsi.

La visione apocalittica cristiana di Armageddon in Medio Oriente - la sua inevitabilità e la sua desiderabilità sono presagio per la seconda venuta di Cristo - e' la chiave per capire il supporto alla nostra politica di guerra dei conservatori repubblicani. I fondamentalisti sono perfettamente schierati con gli sforzi neoconservatori di propagare il conflitto alla Siria, all'Iran ed altrove, uno sviluppo che realizzerebbe non solo le profezie bibliche ma anche le più nere previsioni del movimento contro la guerra.

Il recente rapporto sulla crescente superiorità militare di Israele emanato dal prestigioso Jafee Center dell'Università di Tel Aviv ha causato diffuse preoccupazioni sulla "compiacenza di sé" da parte di Israele, e la Jewish Telegraphic Agency riporta:

"I ricercatori del Jaffee sanno che parte delle nuove conquiste strategiche israeliane dipendono dalla questione se gli USA riusciranno a stabilizzare il regime in Iraq o se resteranno impantanati. Nel secondo caso, alcune delle conquiste israeliane potrebbero essere spazzate via, dicono".

Il pantano politico e militare in cui George Bush e' finito richiede una strategia d'uscita. Prima che ciò accada, Israele afferra l'attimo per consolidare le sue conquiste. L'attacco alla Siria arriva proprio quando Colin Powell ha sollevato alcune obiezioni sull'odioso "Muro di Apartheid" finanziato dai dollari delle tasse americane e quando la minaccia di uccidere o esiliare Arafat e' presa abbastanza sul serio da susciare apprensione anche tra i più fedeli sostenitori di Israele. Peggio ancora, dal punto di vista israeliano, e' la notizia di colloqui segreti di pace tra Washington e Teheran. Sharon, sentendosi tradito, dichiara: O espandi la guerra, o lo farò io.

Completamente dipendente dalla base repubblicana di milioni di fondamentalisti cristiani che mettono al primo posto gli interessi di Israele, il presidente USA non ha alcun potere di fermare lo scatenato Sharon. Con la sua "road-map" deragliata, e con i neoconservatori che già si rivoltano contro di lui (o minacciano di farlo), George Bush deve accontentarsi di guardare Sharon, il principale benefattore della guerra all'Iraq, che si muove per raccogliere i frutti della vittoria americana - mentre la Casa Bianca e' nei guai a causa di un conto di 87 miliardi di dollari, casualità in aumento costante ed uno scandalo politico che cova e che minaccia di mandare all'aria la presidenza Bush.

Questo e' il ringraziamento che Bush ha ottenuto per essere andato in guerra per il bene di Israele. Che gli serva da lezione. Arriva troppo male e troppo tardi il giorno in cui potrà salvare o la sua presidenza o il suo posto nella storia. Ma meglio tardi che mai.

 traduzione a cura di www.arabcomint.com
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