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In questi giorni, molti articoli ci hanno proposto differenti interpretazioni dei sequestri in Iraq. I quali, è utile ricordarlo, non hanno colpito solo «occidentali». Le due ragazze italiane operanti con l’Ong Un ponte per Baghdad sono solo l’ultimo anello di una catena che ha visto coinvolti, assieme a statunitensi, britannici e francesi, anche «non-occidentali», musulmani e non: nepalesi, turchi, egiziani, giapponesi, indonesiani, coreani, giordani, palestinesi e finanche iracheni.
Tra gli articoli che hanno avanzato seri dubbi sulla veridicità della versione ufficiale secondo cui il sequestro delle due Simona sarebbe stato opera di avversari degli americani, dei loro alleati e del governo-fantoccio iracheno, mi ha colpito quello scritto dal Prof. Patrick Boylan, docente di Linguistica inglese all’Università Roma III, pubblicato sul suo sito personale e ripreso (forse a sua insaputa, come spesso accade su internet) dal sito disinformazione.it. Quest’ultimo l’ha pubblicato il 20 settembre col titolo In Iraq un nuovo Saddam? [versione che presumo essere identica a quella pubblicata da Boylan sul suo sito, ma non riesco a trovarvela]. Un articolo che invito a leggere per comprendere meglio quanto mi accingo a scrivere.
L’ipotesi formulata nell’articolo di Boylan – ipotesi circolata insistentemente nei giorni addietro - è che i sequestri rivendicati dall’«Esercito Islamico dell’Iraq» rientrerebbero nel quadro di una «strategia del terrore» studiata a tavolino dagli occupanti americani e messa in opera da «squadroni della morte» locali diretti dall’esperto ambasciatore americano Negroponte (già all’opera nel Nicaragua dei famigerati «Contras») al fine di rafforzare il neo-Primo ministro iracheno ‘Allawi. Con le prossime ‘elezioni’ che si profilerebbero, per tal via, dall’esito forzatamente scontato. In questa strategia s’inserirebbero anche alcuni sequestri dai contorni quantomeno oscuri.
Alla luce di tutto ciò Boylan concludeva il suo articolo invitando tutti a manifestare per la liberazione delle due ragazze non davanti alla sede della Ong, bensì recandosi a Palazzo Chigi e all’Ambasciata americana, senz’altro più informati...
Per quanto precede, l’articolo è in fondo più che condivisibile, sennonché contiene alcune osservazioni sulle quali direi che è utile discutere. Sarà anche l’occasione per sviluppare alcuni ragionamenti - al di là della critica specifica ad alcuni passaggi dell’articolo del Prof. Boylan – utili a mio avviso per cogliere i limiti della cosiddetta «controinformazione», che si muove tra giusto antagonismo verso palesi ingiustizie, buone intenzioni, qualche ingenuità ed inconsapevoli pregiudizi culturali.
1 - Sin dal titolo, l’autore dell’articolo postula un’equivalenza tra Allawi e Saddam Hussein. Un’equivalenza basata sull’elemento «terrore» e sviluppata poi nell’articolo in maniera davvero sorprendente attraverso una successione di pensieri associativi. Perché se Allawi è – come egli scrive – una sorta di generale centroamericano sostenuto dagli Usa attraverso gli «squadroni della morte», Saddam Hussein finisce ridotto alla stregua di un dittatore da «repubblica delle banane», di un miserabile tirapiedi degli americani. Non per niente Boylan aveva premesso che Allawi è “da lungo tempo un collaboratore della CIA e prima ancora dei Servizi segreti britannici - proprio come Saddam”. Cosa, quest'ultima, del tutto da dimostrare.
L’ingenuità sta in effetti nell’accettazione della teoria dell’«uomo degli americani», ripetuta fino alla nausea dai fautori dell’invasione dell’Iraq e, purtroppo, anche dai «pacifisti». Due mondi a prima vista agli antipodi, che però s’incontrano su una valutazione parziale e distorta del ruolo di Saddam Hussein. La vera figura-chiave per capire com’è andata in Iraq.
Ecco che gli uni e gli altri (l’ha fatto anche Michael Moore in «Fahreneit 9/11») ripubblicano la foto di Rumsfeld che nel 1983 stringe la mano a Saddam Hussein, mentre si guardano bene dal ricordare l’affare «Iran-Contras» (armi all’Iran attraverso il canale israeliano per poi finanziare gli «squadroni della morte» nicaraguensi senza lasciare traccia: ne risentiremo parlare al momento opportuno…), altrimenti si capirebbe che l’obiettivo primo dello scontro tra Iraq e Iran (1980-1988) era il tracollo di entrambi i contendenti; si favoleggia delle armi di distruzioni di massa fornite dagli americani ad un «dittatore pazzo» che minaccia il mondo intero, ma si omette di ricordare che nel 1991 i famosi «terribili missili di Saddam» erano gli Scud sovietici (le uniche armi fatte smantellare dagli ispettori dell’Onu); si oblia la distruzione del reattore nucleare iracheno «Tammuz» operato dall’aviazione israeliana nel 1981 in un raid di tipo «preventivo».
Non pare un po’ strano per un «agente della CIA»?
E che dire dell’embargo? Dopo 13 anni non poteva durare all'infinito, tanto più che l'embargo si era dimostrato insufficiente a distruggere l'Iraq e, soprattutto, a far cadere Saddam Hussein. E se l'embargo fosse cessato, l'Iraq sarebbe tornato quello degli anni Ottanta, un modello per tutto il mondo arabo, specie se confrontato con gli altri Stati filo-americani (i famosi «moderati») della regione mediorientale. Quindi la via era obbligata: Saddam Hussein andava tolto di mezzo. Di qui la valanga di menzogne sulle «armi di distruzione di massa» al «dittatore pazzo» (si ricordino anche certi resoconti sulle supposte turbe psichiche del Presidente iracheno).
La «colpa» capitale del Presidente iracheno era piuttosto l’aver realizzato l'uscita del suo Paese dal «Terzo mondo», la prima per un paese arabo, e con modalità quanto mai indigeste. Il Ba‘th, in quanto movimento panarabo, laico e modernizzatore, da un lato non promuoveva una semplice accettazione di un «modello di sviluppo occidentale» (si tenga a mente questa osservazione), dall'altro contrastava con lo «scontro di civiltà» teorizzato dai Neocon (e non solo). Nello schema dei pianificatori americani di scenari geopolitici, l’arabo ha invece solo il dovere di essere un «fanatico islamico».
A questo punto, l’aiuto all’Intifada palestinese diventa una bazzecola. Come se i palestinesi avessero bisogno di chi li fomenti per ribellarsi ad uno stato di cose palesemente ingiusto. Saddam Hussein continuava a sostenere una visione araba e nazionalistica (e non islamico-radicale) della lotta di liberazione palestinese. Che è quanto gli Usa ed Israele aborrono, poiché i palestinesi devono essere spinti verso un radicalismo islamico funzionale appunto allo «scontro di civiltà».
Infine, il non trascurabile «fattore petrolio»: l’idea della war for oil è una banalizzazione dei motivi del conflitto, ma un suo parziale fondo di verità ce l’ha. L'Iraq ha le seconde, forse le prime riserve petrolifere del mondo. E, con Saddam Hussein al comando, era un petrolio nazionalizzato, a disposizione della «via irachena allo sviluppo» (nel prosieguo si capirà cosa intendo dire).
La fine del Primo Ministro iraniano Mossadeq nel 1951, la recente apertura del petrolio libico alle compagnie americane in cambio dello «sdoganamento» di Tripoli, i reiterati tentativi di golpe in Venezuela e, non ultimo, il ‘mistero’ sulla fine di Enrico Mattei ci rammentano che il «fattore petrolio», sebbene non sempre prioritario, ha il suo peso (anche nella strategia della resistenza ba‘thista). E qui sorvolo su ogni considerazione geopolitica di accerchiamento all’Heartland eurasiatico perseguita dagli Stati Uniti: prima Guerra del Golfo, guerra alla Serbia, invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, focolai di tensione nel Caucaso, teoria degli «Stati canaglia» e, non ultimo, inserimento della Nato dei Paesi dell’ex Comecon.
Risulta quanto meno evidente che Saddam Hussein, che lo volesse o meno, costituiva anche in chiave geopolitica un evidente ostacolo.
Alla luce di tutto questo, torno a ripetere la domanda: non è un po’ strano che un «agente della CIA» si comporti – e, soprattutto, venga trattato - in questo modo?
2 – Torniamo adesso agli «squadroni della morte», sui quali opportunamente Boylan centra la sua attenzione. Gli «squadroni della morte» – secondo Boylan – perseguirebbero l’obiettivo di terrorizzare “pacifisti ficcanaso, giornalisti non allineati, ONG incontrollate, gente che potrebbe scattare delle foto”, scomodi testimoni dell’imminente eliminazione degli oppositori in vista delle elezioni. Questo non è da escludere, ma si dimentica che la ragion d’essere prima di simili bande è terrorizzare la popolazione locale e mettere in cattiva luce la resistenza al regime-fantoccio facendo ricadere su di essa la responsabilità di atti universalmente esecrabili, in specie se i media sono controllati, come sono, da personale organico ai creatori degli «squadroni». L’autore dell’articolo considera però sotto minaccia degli «squadroni» solo quegli iracheni che accettano il gioco elettorale sotto ipoteca americana e gli stranieri scomodi: “Quindi occorre spaventarli, allontanarli, come ha fatto il primo Saddam e come hanno fatto i dittatori latinoamericani portati al potere dalla CIA” [corsivo mio].
Ancora una parentesi su Saddam Hussein. A parte il fatto che l’eliminazione di ‘oppositori legali’ è già iniziata da prima della comparsa degli «squadroni», è noto che Saddam Hussein non ha commesso nulla di quanto gli viene ascritto da Boylan, e la prova provata è proprio l’Ong “Un ponte per Baghdad”, la quale ha operato in Iraq sin dalla prima Guerra del Golfo e per tutto il periodo dell’embargo senza celare la propria idiosincrasia verso il Presidente iracheno.
Quanto all’obiettivo reale degli «squadroni della morte», ovvero la popolazione civile ostile al governo-fantoccio e ai suoi padroni, il pensiero dovrebbe invece correre ai resistenti in armi e a chi dà loro appoggio logistico. Ma di costoro Boylan scrive: “Alla luce di ciò si comprende perché i guerriglieri iracheni indipendentisti non vogliano deporre le armi: semplicemente perché non vogliono fare la fine di Enzo Baldoni. Sanno che senza armi per difendersi saranno arrestati dalla polizia (se il governo riesce a trovare accuse) oppure, nel caso contrario, rapiti dagli squadroni della morte”.
No, la verità è che i guerriglieri, i resistenti iracheni, non depongono le armi semplicemente perché non si rassegnano all’idea di un Iraq ridotto a colonia statunitense con tanto di perfette ed inutili ‘elezioni’ in cambio della svendita della sovranità nazionale. Mi pare un po’ strano – se ho capito bene – immaginare una resistenza che non sotterra l’ascia di guerra solo per salvare la pelle. Semmai è proprio vero il contrario: gli uomini della Resistenza irachena (dalla quale mi sentirei di escludere – se non altro per quanto i guerriglieri stessi affermano - i “tagliatori di teste” sui quali viene indirizzata l’attenzione del pubblico televisivo in Europa e negli Usa) la pelle la mettono in gioco tutti i giorni!
In più, per vincere le elezioni non è necessario eliminare fisicamente tutti gli avversari… basta truccare i risultati. Come ci hanno insegnato quelle che hanno mandato alla Casa Bianca George W. Bush. Oppure seguendo l’esempio del «nuovo Iraq», in cui le elezioni si terranno solo nelle «zone sicure», ovvero quelle al di fuori del controllo della Resistenza. Allora mi chiedo quale rappresentatività avrà un parlamento eletto in mezzo Iraq, nel quale gli occupanti sovrintenderanno all’ammissibilità dei candidati.
4 – Ma quel che più mi ha colpito nell’articolo di Boylan è nel prosieguo. Perché su Saddam Hussein e sulla Resistenza se ne leggono di tutti i colori, anche da parte di chi si pone criticamente verso l’occupazione dell’Iraq.
Il discorso si fa invece delicato e sottilmente eurocentrico - o, se preferite, occidentocentrico – quando Boylan osserva che le “coraggiose” (su questo non c’è dubbio, per il solo fatto di stare laggiù) ragazze italiane “tanto hanno fatto per aiutare gli iracheni a svilupparsi, per potersi gestire come popolo indipendente”.
Ora, sul fatto che le due Simona intendessero aiutare gli iracheni siamo tutti d’accordo. Se, poniamo, un italiano parte per la Turchia colpita da un terremoto, va senz’altro per aiutare i turchi terremotati. E l’intento delle due italiane è da presumere del tutto analogo. I problemi cominciano quando – come scrive Boylan – si tirano in ballo i concetti di «sviluppo» e di «gestione».
Tutti avranno sentito almeno una volta l’espressione «Paesi in via di sviluppo». Uno «sviluppo» che, curiosamente, non arriva mai. E’ come la carota dell’asino. Anni fa era d'uso «Terzo mondo», che in fondo era meno ipocrita perché almeno stabiliva una ‘terza fascia’ senza speranza ma senza illusioni, e con la sicurezza che il «Quarto mondo» stava più in basso. Il club dei «Paesi in via di sviluppo» è invece un club aperto, dove ad esempio ci ficcano a forza un Iraq, modello (come osservavo in precedenza), negli anni Ottanta, per il «Terzo Mondo», tanto che a molti pareva una forzatura considerarvelo, visti i livelli della sanità (gratuita), dell’istruzione (gratuita), del diritto ad un lavoro e ad una casa, garanzia di fiducia nel futuro e, perciò, dell’istinto alla riproduzione. Il confronto coi reclamizzatissimi «diritti umani» fatelo voi.
Quanto alla «gestione come popolo indipendente», c’è di che restare sbalorditi se si pensa che la giustificazione ufficiale dei Mandati, dei Protettorati, delle indipendenze dilazionate e centellinate, delle Amministrazioni fiduciarie del colonialismo otto-novecentesco era il «tempo necessario» a che le popolazioni in oggetto sapessero «gestirsi come popolo indipendente». Oggi, «gestirsi come popolo indipendente» e «svilupparsi» va tradotto con «instaurare una liberaldemocrazia capitalistica». Quando poi realizzo che tutti i popoli realmente indipendenti (che non hanno liberaldemocrazie capitalistiche) stanno sulla lista nera degli Stati Uniti (la stessa di Israele) ed è stato promesso loro di fare la fine degli iracheni, c’è davvero qualcosa che non va. Ma come si saranno “gestiti” finora?
Se invece si scrivesse “aiutare gli iracheni a migliorare le loro tragiche condizioni” lasciando perdere «gestione» e «sviluppo», si renderebbe un servizio alla verità. E due volte, perché quello è presumibilmente l’intento delle nostre due connazionali e di tutti coloro che «aiutano» disinteressatamente, e anche perché le «tragiche condizioni» degli iracheni sono sulla coscienza di chi li ha tenuti sotto embargo per 13 anni, nell’indifferenza più assoluta di quegli stessi media che oggi s’interessano troppo e male all’Iraq.
5 – Ma non è finita qui. Il discorso si fa ancor più sottilmente occidentocentrico quando l’autore scrive: “Se invece, malauguratamente, dovessimo accettare di usare gli schemi razzisti proposti dai mass media («gli islamici non hanno pietà per nessuno, nemmeno i pacifisti, nemmeno le donne»), non faremmo altro che avvalorare il mito di una mente islamica deviata”.
Qui l’intenzione era buona, ma non altrettanto il risultato. Perché mai dovremmo per forza credere che i sequestri siano opera – prosegue Boylan - “di menti al 100% cristiane e che si trovano non a Saddam City ma nei palazzi del potere occidentale” (non s’allarmino i lepantisti, ché l’autore parla di «cristiani» solo in senso crociano…)?
Che i sequestri e, soprattutto, le teste tagliate (ma perché poi una testa tagliata sarà più raccapricciante di una spappolata da una bomba?) rientrino in una strategia del terrore ordita dagli occupanti lo ritengo anch’io altamente verosimile. Ma se così non fosse? Se frange minoritarie tra coloro che combattono l'occupazione americana dell'Iraq avessero deciso di attuare una guerra senza quartiere mirando alla cacciata di tutti gli stranieri (si ricordi che tra i sequestrati vi sono anche musulmani)? Di restituire pan per focaccia a chi, a torto (le due ragazze) o a ragione (i mercenari), viene identificato tout court con i «crociati» del «colpisci e terrorizza» declamato con impressionante sfacciataggine dagli invasori e praticato ogni giorno in Iraq? Di colpire in questo modo (che noi possiamo definire sbagliato, ma poco cambia) chi vaneggia di «superiorità dell’Occidente» e dei «nostri valori» (ma che ce li elenchino una volta per tutte!) senza nulla conoscere della civiltà e dei valori musulmani?
Così, chi ce lo dice che l’umiliazione (perché di quello, precisamente, s’è trattato) delle foto di Abu Ghraib (donne e cani che dominano uomini, omosessualità inscenata a forza) non abbia coscientemente attivato una reazione furiosa? Il primo decapitato, Nick Berg, è successivo o no alla diffusione delle foto?
La verità è che lo «scontro di civiltà» viene cercato a tutti i costi.
Personalmente, mi auguro davvero anch’io che la serie dei sequestri - talvolta conclusisi tragicamente - sia programmata da «menti cristiane al 100%». Tuttavia, considerato quel che scrivevo poc’anzi, e sebbene tutto ciò non sia una bella notizia per tutti noi, non pretendiamo di stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato estrapolandolo dal contesto.
Ma i padroni del discorso contestualizzano solo se fa comodo all’America: la guerra all’Iraq era quindi giusta e sacrosanta perché «l’America è stata attaccata l’11 settembre». E se servono missili balistici, bombe a grappolo e atomiche tattiche, gli esperti di turno sono pronti a giustificarle. C’è la «guerra al terrorismo»!
Peccato però che l’Iraq, oltre che non spedire le letterine all’antrace autarchico, non avesse alcuna parte in quegli attacchi. E che diranno allora quando attaccheranno l’Iran, o la Siria, o il Sudan? Che c’è stato l’11 settembre? Sì, sono riusciti a far passare l’idea che «l’Islam» ha compiuto l’11 settembre!
Massimo Fini ha scritto che con l’intervento armato della Nato del 1999 nella ex Jugoslavia a fianco di uno dei contendenti, i popoli sono stati espropriati – con la scusa dell’«intervento umanitario» - anche dell’elementare diritto a farsi la guerra, che risolve con un vincitore, un vinto ed una successiva pace controversie altrimenti insanabili. Con l’invasione dell’Iraq si vuole spogliarli anche del diritto a ribellarsi e, nel migliore dei casi, impartire loro lezioni morali su come possono farlo.
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