Quintessenza d'irresponsabilità
| Il collasso del processo di pace dà il colpo definitivo ad una delle giustificazioni principali adottate da Bush per ottenere il supporto dell'aggressione all'Iraq, e cioè che defenestrare Saddam Hussein avrebbe contribuito a creare un clima di pace tra israeliani e palestinesi. | ![]() |
Le ultime
settimane sono state testimoni delle quintessenze d'irresponsabilità
simboleggianti il fallimento dei politici e dei pacificatori auto-definitisi.
Una lotta interna per il potere ha lasciato i palestinesi senza leadership; le
operazioni israeliane di assassinio hanno assicurato la rigidità della
violenza, mentre il disimpegno americano seppelliva il Medioriente sotto una
coltre d'indifferenza.
Il dilettantesco e, francamente parlando, incompetente modo di maneggiare gli
eventi pone grossi interrogativi sulla praticabilità di un qualsiasi piano di
pace in questo stadio.
Una facciata della promessa che si supponeva Mahmud Abbas dovesse realizzare, non era in grado di contraffare l'impraticabilità di base che manifestava. L'ambiguità dei suoi poteri, unita alla sua immagine di persona perennemente soccombente di fronte alle pretese americane ed israeliane, ha eroso la piccola credibilità che egli aveva nella piazza palestinese. Forse il suo più grande errore e' stato quello di non anticipare il braccio di ferro che e' sorto tra lui ed il presidente Arafat quasi istantaneamente dopo il suo insediamento. La posizione di primo ministro così come essa era stata definita richiedeva un'azione di equilibrio da parte di un politico avveduto, in modo da evitare il campo minato su cui Mahmud Abbas ha pesantemente camminato.
Naturalmente, Arafat ha giocato un ruolo significativo nel crollo dell'attuale governo. E' plausibile che le clausole poste da Abbas siano servite solo per mostrare alla comunità internazionale l'impossibilità a mettere da parte Arafat. E, in effetti, più imbarazzi provava Abbas, più cresceva la popolarità di Arafat. Eppure, nell'arena internazionale, Arafat continua ad essere isolato, e le sue opzioni per una rappresentanza intermediaria sono state dimezzate dalle dimissioni di Mahmud Abbas, con un solo possibile candidato rimasto, Ahmad Qureya (Abu Ala). Se quest'ultimo non dovesse ottenere l'approvazione degli USA, o, peggio, dovesse fallire come il suo collega Abu Mazen, Arafat avrebbe effettivamente isolato il popolo palestinese dalla comunità internazionale.
Sharon ed i suoi estremisti hanno anch'essi rappresentato miserabilmente gli interessi del loro popolo. Dopo aver trovato in Abbas un "partner di pace", hanno predisposto la sua distruzione con un assalto a base di coprifuoco continuati, chiusure, arresti e omicidi extra-giudiziari. E, se questo non fosse stato abbastanza, la costruzione accelerata del muro di separazione che si insinua profondamente in tutti i Territori Occupati e' servita solo ad aggiungere insulto all'ingiuria. Israele ha scartato la "road-map" credendo che la sua accettazione del piano di pace in "linea di principio" era un'offerta più che generosa. Le pressanti richieste di esilio per Arafat che rimbombano in tutto il governo israeliano, con estremisti del calibro di Yuval Steinetz, presidente della Commissione di Difesa ed Affari Esteri della Knesset, il quale chiede l'espulsione di tutti i politici palestinesi coinvolti negli "Accordi di Oslo", dimostrano la quintessenza dell'irresponsabilità e dell'avventurismo praticato dallo stato d'Israele in questo periodo estremamente sensibile e fragile.
Washington dovrebbe farsi carico di parte della colpa del fiasco avvenuto, invece che puntare il dito contro Arafat. La road-map e' a pezzi non perché ha avuto luogo un braccio di ferro interno tra palestinesi, ma perché gli USA hanno fallito nel farne rispettare gli obblighi. La posizione ambigua adottata dagli USA e la mancanza di un supporto visibile verso le richieste di Abbas, unite al continuo attacco contro Arafat e al fatto di considerare Abbas come unico leader palestinese, hanno causato il suo assassinio indolore.
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Il collasso del processo di pace dà il colpo definitivo ad una delle giustificazioni principali adottate da Bush per ottenere il supporto dell'aggressione all'Iraq, e cioè che defenestrare Saddam Hussein avrebbe contribuito a creare un clima di pace tra israeliani e palestinesi. Invece, i problemi causati dall'Iraq post-guerra fanno sì che Bush non abbia alcuna voglia di prestare attenzione al conflitto israelo-palestinese. Inoltre, i progressi nei negoziati richiedono sempre una certa quantità di pressioni USA su Israele, che Bush non ha alcuna intenzione di esercitare proprio mentre si avvia all'inizio del suo anno elettorale. La Casa Bianca continua a promettere alla comunità internazionale di impegnarsi nel processo negoziale in Medioriente, distanziandosene, in realtà, per scopi pratici. |
Mentre i palestinesi si affrettano a nominare nuovo primo ministro Ahmad Qureya per evitare il collasso dell'Autorità Nazionale Palestinese, i veri problemi e le soluzioni della politica interna palestinese restano sullo sfondo. Il problema non e' il governo, né il primo ministro, né il presidente. Esso e' all'interno di Fatah e nella cultura politica esistente oggi nella società palestinese. L'unica soluzione e' indire elezioni genuine che liberino il popolo palestinese dalla vecchia guardia. Presto o tardi bisogna imparare il concetto di "graziosa uscita". A breve termine, la leadership palestinese dovrà a tutti i costi evitare i conflitti interni e lotte di potere personale, e focalizzarsi su come costruire un sistema di governo che rafforzi il popolo palestinese e lo metta in grado di affrontare le sfide esterne, gravissime, rappresentate dal super-protetto Israele, dalla sua occupazione sanguinaria e dalla sua sete di espansione.