![]()
Nel 1973,
Huynh Cong Út vinse il premio Pulitzer con una foto che sarebbe
stata destinata ad imprimersi nella memoria collettiva come un'icona della
guerra e delle sue efferatezze. È la foto di una bambina vietnamita, Kim Phuc,
che corre nuda per la strada, terrorizzata e disperata dopo un attacco con bombe
al napalm sul suo villaggio. La foto fece il giro del mondo e riportò alla
coscienza dell'opinione pubblica la crudeltà di una guerra che (soprattutto a
partire dal 1968) diventava via via sempre più impopolare.
Si sa che la
guerra è sempre sporca ma finché agli spettatori ne viene risparmiata la diretta
visione risulta più facile continuare le operazioni belliche incontrando minori
resistenze. L'attenzione governativa per l'informazione in tempo di guerra non
nasce certo con il conflitto vietnamita ma per molti versi quest'ultimo ha
rappresentato una sorta di spartiacque. Non solo lo si può considerare la prima
guerra autenticamente televisiva ma è stato percepito dall'establishment
politico-militare e dagli stessi giornalisti come un conflitto i cui esiti e
sviluppi furono ampiamente influenzati dai mass media. Sarebbe eccessivo
addossare a quest'ultimi la sola responsabilità degli esiti finali del conflitto
(molti altri fattori hanno concorso) cosi pure negarne ogni rilevanza, ma sta di
fatto che la percezione generale attribui ai media il ruolo maggiore nel
determinare la sconfitta statunitense. Conseguentemente, i successivi governi
americani non lasceranno al caso la copertura mass mediatica di un'operazione
bellica che entrerà a pieno titolo tra i molteplici aspetti della sua
pianificazione (Kumar 2006. p. 50).
Un sistema di controllo dell'informazione
di guerra è stato approntato e affinato nel corso degli ultimi trent'anni.
Testato con l'invasione di Grenada (1983), Panama (1989) e nella Prima Guerra
del Golfo, trova ora la sua piena e vincente applicazione nell'attuale conflitto
iracheno.
L'intervento armato in Iraq è stato giustificato e legittimato
dall'amministrazione Bush sulla base di due principali tesi:
Il possesso di "weapons of mass destruction" (WMD) (armi di distruzione di massa) da parte del governo iracheno.
Legami tra il regime di Saddam Hussein e al-Qaeda.
In Italia il
dibattito ha preso direzioni leggermente diverse: si è parlato abbondantemente
dei presunti armamenti non convenzionali iracheni e della brutalità del regime
di Baghdad, molto meno di presunti collegamenti tra il governo iracheno e
al-Qaeda.
A distanza di più di quattro anni dall'inizio delle ostilità non
sono state ritrovate armi di distruzione di massa su territorio iracheno né si è
avuta la prova dei presunti link tra Saddam e al-Qaeda. Potrebbe anche trattarsi
di un grossolano errore di valutazione ma in realtà elementi per una più attenta
e ponderata analisi del "pericolo" Iraq erano disponibili ben prima del 19 marzo
2003, data d'inizio della guerra. Il 7 marzo 2003 il Direttore Generale del IAEA
(International Atomic Energy Agency), l'organo incaricato delle ispezioni
in Iraq dall'ONU, rilasciava una nota
in cui si legge:
"After three months of intrusive inspections, we have no date found no evidence or plausible indication of the revival of a nuclear weapons programme in Iraq".
(Dopo tre mesi di ispezioni intrusive non abbiamo nessuna evidenza o indicazione plausibile di una ripresa irachena di un programma di armamenti nucleari)
"There is no indication that Iraq has attempted to import uranium since 1990".
(Non c'è nessuna indicazione che l'Iraq abbia tentato di importare uranio dal 1990 in poi)
Non solo le motivazioni addotte a supporto della guerra si basavano su dati falsi (e falsati) ma anche le conseguenze sono state ben diverse da quelle pubblicizzate dalla propaganda interventista. Si doveva combattere il terrorismo ma un recente frammento declassificato del National Intelligence Estimate avverte quello che non solo era prevedibile ma che oggi è sotto gli occhi di tutti:
The Iraq conflict has become the "cause celebre" for jihadists, breeding a deep resentment of US involvement in the Muslim world and cultivating supporters for the global jihadist movement.
(Il conflitto iracheno e diventato la "cause celebre" per gli jihadisti, generando un profondo risentimento per il coinvolgimento degli Stati Uniti nel mondo mussulmano e alimentando il numero di sostenitori del movimento globale jihadista.)
Il rapporto prosegue identificando nell'intervento
militare una delle cause che hanno alimentato il radicalismo e portato ad una
nuova generazione di terroristi dotati di una rete più decentralizzata e
difficilmente individuabile.
Sul piano del bilancio delle vittime, un
rapporto ("The
Human Cost of the War in Iraq") dell'università di Baltimora e Baghdad,
prendendo in considerazione il periodo 2002-2006, parla di un totale di 655.000
vittime dall'inizio dell'invasione (cifre ben distanti dalle 30.000 vittime
dichiarate dalla Casa Bianca per lo stesso periodo) mentre il numero dei soli
militari americani morti dall'inizio delle ostilità ha superato abbondantemente
quota 3000 (grossomodo lo stesso numero di persone che persero la vita negli
attentati del 11 settembre). Anche sul piano della stabilità il bilancio non è
certo roseo: Il New York Times (1/11/2006 "Military Charts Movement of
Conflict in Iraq Toward Chaos") entra in possesso e pubblica una parte di un
documento classificato del Commando Centrale degli Stati Uniti. Un'unica slide,
parte di un documento dedicato ad un breefing interno in cui da un grafico si
evince facilmente come la situazione interna irachena sia prossima al caos.
Risultato anche in questo caso non sorprendente se si pensa che l'attuale
territorio iracheno non ha nessuna legittimazione dal punto di vista storico e
culturale risultando, almeno in parte, un'invenzione dell'imperialismo
britannico che con confini tracciati a tavolino, sancì l'attuale forma dello
stato nazione comprendente tre distinte culture (Curdi, Sciiti e Sunniti) che
storicamente non avevano molto a che spartire. (Cfr. Strika 1993. p. 36 e
successive).
Un recente rapporto
del Comitato Internazionale della Croce Rossa insiste sugli stessi punti
denunciando lo stato drammatico di un paese gravemente minato nelle sue
infrastrutture (sistema sanitario, acqua e elettricità in particolare) e di una
popolazione civile che sta pagando il prezzo più alto del protrarsi del
conflitto.
Cercherò di dimostrare nelle sezioni che seguono come i media
americani abbiano fallito nel loro ruolo di controllore (watchdog) della
democrazia rendendosi in buona parte responsabili degli esiti funesti
dell'invasione e aggregando il consenso interno alla politica
dell'amministrazione Bush.
Il Project
for the New American Century (PNAC) (Progetto per un nuovo
secolo americano) è un'associazione no-profit fondata nel 1997 "whose goal is
to promote American global leadership" (il cui scopo è di promuovere la
leadership americana a livello globale).
Espressione del conservatorismo
americano, la PNAC conta (o contava) tra le sue fila molti nomi illustri
dell'attuale amministrazione Bush e del partito repubblicano in generale: Dick
Cheney (vice presidente), Donald Rumsfeld (ex-segretario della difesa), Paul
Wolfowitz (ex-sottosegretario della difesa) sono probabilmente i nomi più
conosciuti. Dopo l'elezione di Bush alla Casa Bianca nel 2000 circa una ventina
di membri della PNAC trovarono posto all'interno dell'amministrazione Bush a
testimonianza, almeno, di una comunanza di vedute tra i principi della PNAC e le
linee del governo. I primi sono stati definiti, e non senza ragione, espressione
di un nuovo imperialismo americano. Negli statement of principles
(dichiarazioni di principio) dell'organizzazione, leggiamo:
We need to strengthen our ties to democratic allies and to challenge regimes hostile to our interests and values.
(Dobbiamo rinforzare i nostri legami con gli alleati democratici e sfidare regimi ostili ai nostri interessi e valori.)
Più in generale, nella PNAC
trovavano una realizzazione compiuta le idee che diversi falchi
dell'amministrazione repubblicana erano venuti maturando dalla fine della Guerra
Fredda. Già nel 1992 Wolfowitz e Libby, nel
documento classificato del Pentagono Defense Planning Guidance, gettarono
le basi di quella che da allora sarebbe stata conosciuta come "Dottrina
Wolfowitz". Ripresa dalla PNAC, la dottrina Wolfowitz, teorizzava il ritorno
ad una politica estera aggressiva sul modello reaganiano che avrebbe dovuto
mirare a sbarrare la strada ad ogni potenziale sfida all'egemonia statunitense
impedendo a poteri ritenuti ostili o contrari agli interessi americani di
esercitare un controllo su risorse strategiche (Cfr. Ryan 2002). E che questa
posizione comportasse come corollario anche una risoluzione del "problema" Iraq
sembra evidente dalla lettera
pubblica inviata al presidente Clinton il 26 gennaio 1998 (firmata tra gli
altri da Wolfowitz e Rumsfeld):
We urge you to seize that opportunity, and to enunciate a new strategy that would secure the interests of the U.S. and our friends and allies around the world. That strategy should aim, above all, at the removal of Saddam Hussein's regime from power. We stand ready to offer our full support in this difficult but necessary endeavor.
(La incoraggiamo a cogliere questa opportunità e a enunciare una nuova strategia che garantirebbe gli interessi degli Stati Uniti e dei nostri amici e alleati nel mondo. Questa strategia dovrebbe mirare soprattutto alla rimozione del regime di Saddam Hussein dal potere. Siamo pronti a fornirle il nostro pieno supporto in questo difficile ma necessario compito.)
It hardly needs to be added that if Saddam does acquire the capability to deliver weapons of mass destruction, as he is almost certain to do if we continue along the present course, the safety of American troops in the region, of our friends and allies like Israel and the moderate Arab states, and a significant portion of the world's supply of oil will all be put at hazard.
(Non c'è bisogno di aggiungere che se Saddam acquisisse la capacità di distribuire armi di distruzione di massa, come quasi certamente farà se continuiamo nell'attuale linea politica, la sicurezza delle truppe americane nella regione, dei nostri amici e alleati come Israele, degli stati arabi moderati e di una significativa porzione delle scorte mondiali di petrolio verrebbe messa a rischio.)
We believe the U.S. has the authority under existing UN resolutions to take the necessary steps, including military steps, to protect our vital interests in the Gulf. In any case, American policy cannot continue to be crippled by a misguided insistence on unanimity in the UN Security Council.
(Crediamo che gli Stati Uniti abbiano l'autorità d'intraprendere i necessari passi (incluse azioni militari) conformemente alle esistenti risoluzioni ONU al fine di proteggere i nostri interessi vitali nel Golfo. In ogni caso, la politica americana non può continuare ad essere bloccata da una fuorviante insistenza sull'unanimità [di voto] nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU.)
Già nel 1998, la PNAC identificava nell'Iraq il principale
obiettivo di quella che sarebbe dovuta essere la politica americana. Nessuna
menzione del rispetto dei diritti umani, né del carattere dittatoriale del
governo iracheno. Circa un mese dopo i membri della PNAC furono tra i principali
sostenitori del "Iraqi Liberation Act" con cui il Congresso autorizzava
lo stanziamento di 97 milioni di dollari di aiuti ai gruppi dell'opposizione
irachena (ivi incluso l'Iraqi National Congress: in una certa misura una
creazione artificiosa sponsorizzata con aiuti statunitensi). La volontà di
occuparsi di Saddam Hussein era dunque ben presente prima degli attacchi del 11
settembre e fu ulteriormente ribadita in una successiva lettera inviata al
presidente Bush il 20 settembre 2001 (9 giorni dopo l'attacco):
It may be that the Iraqi government provided assistance in some form to the recent attack on the United States. But even if evidence does not link Iraq directly to the attack, any strategy aiming at the eradication of terrorism and its sponsors must include a determined effort to remove Saddam Hussein from power in Iraq.
(Potrebbe essere che il governo iracheno abbia fornito una qualche forma di assistenza ai recenti attacchi agli Stati Uniti. Ma anche se non c'è nessuna evidenza che colleghi l'Iraq all'attacco, ogni strategia tesa ad eradicare il terrorismo e i suoi sponsor deve includere un deciso sforzo indirizzato alla rimozione di Saddam Hussein dal potere.)
Documento interessante nella misura in cui
testimonia la propensione per un intervento armato in Iraq anche in assenza di
una diretta evidenza di connessioni tra Baghdad e al-Qaeda (Cfr. Calabrese
2005). Nel meeting del 12 settembre 2001 (il giorno dopo l'attacco terroristico
al World Trade Center) del National Security Council (NSC), Rumsfeld e
Cheney si dichiararono a favore di un'immediata azione nei confronti di Saddam
Hussein incontrando però l'opposizione di Powell che ammonì il presidente
ricordando come ogni azione necessiti dell'appoggio dell'opinione pubblica
(Altheide and Grimes 2005, Foyle 2004). L'intervento in Iraq fu rimandato al
fine di guadagnare il tempo necessario per organizzare e raccogliere il consenso
necessario.
In conclusione, l'invasione del Iraq e il cambiamento di regime
erano già stati pianificati e messi in agenda prima degli attacchi terroristici
e prima della vittoria repubblicana alle elezioni del 2000. Bush in in certo
senso ha ereditato o sposato una linea di politica estera che aveva avuto la sua
gestazione tra le fila della PNAC.
Steven Kull (insieme a Clay Ramsay e Evan Levis) dell'Università del Maryland hanno pubblicato un articolo su Political Science Quarterly che ha avuto molta risonanza in ambiente accademico. Avvalendosi di una serie di sondaggi, Kull ha condotto una studio finalizzato a rintracciare la presenza di tre principali misperceptions (false credenze) nel pubblico americano mettendole di volta in volta in correlazione con i mass media a cui i soggetti erano esposti e con la decisione finale di accordare o meno il loro supporto all'intervento militare in Iraq. Sono state prese in considerazione tre misperceptions:
1- È stata trovata una chiara evidenza di una collaborazione tra il governo di Saddam Hussein e al-Qaeda.
2- Armi di distruzione di massa (WMD) sono state trovate in Iraq.
3- L'opinione pubblica mondiale, nel suo complesso, supportava la decisione degli US di una guerra in Iraq.
Tutte queste credenze sono
false e contrarie ai fatti. Prima dell'inizio della guerra la credenza che
l'Iraq possedesse WMD, propriamente parlando, non poteva considerarsi una
credenza falsa perché mancavano prove della sua falsità. In analoga misura,
mancando prove a sostegno della sua validità, andava considerata semplicemente
come una credenza infondata e non supportata da nessuna evidenza, solo
probabilmente falsa dati i resoconti degli ispettori dell'IAEA. Diverso è il
caso della credenza "Sono state ritrovate WMD in Iraq": dopo l'inizio del
conflitto ad oggi, questa affermazione è semplicemente falsa e contraria ai
fatti. Misperception è da intendersi in quest'ultima accezione. Le tre credenze
sopra elencate sono quindi da considerarsi tutte allo stesso modo false (per un
quadro sugli andamenti dell'opinione pubblica mondiale sull'intervento armato in
Iraq si veda Goot 2004).
Il primo risultato, se vogliamo il meno
interessante, è una diretta proporzionalità tra la presenza di false credenze in
un campione di riferimento e la sua propensione a dichiararsi favorevole ad un
intervento armato in Iraq. I soggetti il cui giudizio era inficiato da una o più
delle misperceprions prese in esame si è dimostrato 4,3 volte più favorevole
alla guerra rispetto a soggetti che non presentavano nessuna di queste
misperceptions (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.580). Il passo successivo
consisteva nell'investigare la possibile fonte delle false credenze: il campione
(3334 soggetti) preso in esame ha dichiarato per il 19% di informarsi
principalmente attraverso i quotidiani e per un 80% attraverso telegiornali
televisivi. I risultati mostrano come i soggetti che seguivano e ottenevano le
loro informazioni attraverso alcuni network erano più soggetti al formarsi di
false credenze rispetto ad altri. Una classifica globale delle tre
misperceptions in questione assegna la maglia nera dell'informazione a Fox News:
l'80% dei suoi ascoltatori presentava una o più false credenze, seguita da CBS
(71%), ABC (61%), CNN (55%), NBC (55%), quotidiani e carta stampata (47%),
NPR/PBS (23%) (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.582). Sfortunatamente Fox News è il
più seguito mentre i due network pubblici NPR e PBS sono il fanalino di coda in
termini di ascolti.
Sorprendentemente, quando si è passati all'analisi del
livello di attenzione nel guardare o leggere le news, si è notato come non vi
fosse nessuna significativa correlazione tra esso e la probabilità di sviluppare
false credenze con una singola eccezione: Fox News. In questo caso all'aumentare
del grado di attenzione con cui i soggetti seguivano le news, si è riscontrato
un aumento percentuale delle false credenze (sull'atteggiamento parziale di Fox
News si veda anche Ryan 2006 e Kellner 2004a). Lo studio di Kull identifica
nella presenza delle false credenze il fattore più importante nel predire il
supporto alla guerra (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.596) tallonato a breve
distanza dall'intenzione di votare per il presidente Bush e il fatto che i media
americani siano la principale fonte di queste false credenze non può non
risultare preoccupante.
I media (in buona parte) hanno fallito nel loro
ruolo di watchdog della democrazia assumendo posizioni in alcuni casi
schiettamente filo governative (es. Fox News) e abbandonando ogni pretesa di
obbiettività e ogni spirito critico. Noi ci basiamo su informazioni nei nostri
processi decisionali più semplici: se dobbiamo sbrogliare una certa pratica
burocratica cerchiamo di informarci preventivamente sugli orari di apertura
dell'ufficio preposto e pianifichiamo la nostra agenda di conseguenza. Se questa
informazione dovesse risultare falsa rischiamo di trovare l'ufficio chiuso. Una
decisione come quella di accordare o meno il supporto all'intervento armato in
Iraq non è sotto questo rispetto molto differente: le informazioni ottenute dai
media (semplificando) andranno a costituire gli assiomi o le premesse dei
ragionamenti che addurremo pro o contro una tale decisione ma se queste premesse
sono false è ovvio che la correttezza della conclusione non può più essere
garantita.
Senza quanto accaduto l'11 settembre nessun intervento armato (in
Afghanistan o in Iraq) sarebbe stato possibile (Cfr Foyle 2004). L'opinione
pubblica americana è tradizionalmente contraria a interventi armati contro altri
stati ammenoché non vi sia una minaccia diretta per la sicurezza nazionale.
Nei giorni immediatamente seguenti l'attacco, il supporto interno per un
intervento armato era molto alto: il 15 settembre (quattro giorni dopo
l'attacco) un sondaggio condotto per Gallup/CNN/USA Today indicava in Osama bin
Laden il principale responsabile dell'attacco (64%) seguito dall'Iraq (41%)
mentre parte del campione nominava anche i palestinesi (35%) e il Pakistan (31%)
(Foyle 2004). L'opinione pubblica, nonostante identificasse come primo
responsabile bin Laden, era per certi versi pronta a supportare una reazione
contro l'Iraq (Cfr. Althaus, Largio 2004). Data la volontà dell'amministrazione
di occuparsi della questione Iraq (preesistente agli attacchi del 11 settembre:
vedi sezione sulla PNAC) rimane aperta la questione del perché il governo non
abbia colto la palla al balzo e attaccato immediatamente Baghdad. A questo
proposito va detto che scegliere di non occuparsi di al-Qaeda e attaccare
direttamente l'Iraq avrebbe suscitato molte perplessità: se è vero che il
supporto per un'azione militare fu molto alto nei giorni seguenti all'attacco
terroristico alle Twin Tower è altrettanto vero che il principale responsabile
venne individuato in bin Laden. Un attacco diretto all'Iraq sarebbe risultato
incomprensibile non solo per gran parte dell'opinione pubblica americana ma
anche e soprattutto per l'opinione pubblica mondiale. Non ultimo sarebbe
risultato estremamente problematico ottenere una qualche forma di legittimazione
dall'ONU. In un sondaggio (del 12/8/2002) dell'ABC News/Washington Post il 75%
del campione ritenne che Bush dovesse ottenere il consenso del Congresso prima
di intraprendere un'azione militare contro l'Iraq e in un altro sondaggio
commissionato da Gallup/CNN/USA Today, il 68% degli intervistati ritenne
necessaria un'approvazione dell'ONU (Foyle 2004, p.278). Un'azione unilaterale
contro Baghdad nelle prime settimane o mesi seguenti l'attacco dell'11 settembre
sarebbe quindi risultata estremamente problematica dal punto di vista della
raccolta del consenso sia interno che internazionale e un attacco simultaneo ad
entrambi gli obiettivi (Afghanistan e Iraq) troppo dispersivo e rischioso (Foyle
2004, p.275). Nell'amministrazione americana ha prevalso quindi una tattica più
prudente e accurata: nelle parole di Colin Powell: "Any action needs public
support. It's not just what the international coalition supports; it's what the
American people want to support. The American people want us to do something
about al Quaeda" (Foyle 2004, p.275).
La raccolta del consenso attuata
dall'amministrazione Bush non è stata quindi lasciata al caso ma ha assunto la
forma di un piano particolarmente curato che possiamo riassumere nei seguenti
punti:
Uso di artifici retorici o di vere e proprie fallace logiche nei discorsi ufficiali
Uso di giornalisti embedded
Uso di informazioni false, parziali o decontestualizzate
Se l'intervento armato in
Afghanistan ha trovato ben poche resistenze, l'intervento in Iraq andava
preparato. I discorsi ufficiali dell'amministrazione si sono appoggiati su
artifici retorici (non tutti originali e molti precedentemente collaudati)
ripresi e riverberati acriticamente dai media. La dicotomia good vs. evil (bene
vs. male) è stata una costante nei discorsi del presidente Bush fin dai primi
momenti dopo l'attacco. Il terrorismo è stato dipinto come il male da estirpare
dove altri l'hanno definito più prosaicamente come l'arma dei poveri (Cfr.
Eisman 2003 p.63). La stessa definizione di terrorismo, già di per sé
problematica (Cfr. Ryan 2006 p.9), da metodo di lotta è passata a quella di
paura simbolica incarnata nell'idea di un nemico a volte altrettanto simbolico e
vago (Altheide and Grimes 2005). Il manicheismo dell'Amministrazione Bush è poi
proseguito con altre dicotomie: free vs. oppressed (libero vs. oppresso),
security vs. peril (sicurezza vs. pericolo), human vs. animal (umano vs.
animale). Scelte retoriche che producono una polarizzazione semplicistica frutto
di un pensiero binario. L'imminente intervento armato diventa una guerra per la
libertà, una guerra della civiltà contro la barbarie (altra dicotomia molto
gettonata) e alcuni notano come i discorsi ufficiali dell'amministrazione Bush
rasentino il bipensiero orwelliano: si va alla guerra in Iraq per la pace,
l'occupazione del territorio iracheno è la sua liberazione, la distruzione delle
sue infrastrutture e l'uccisione di migliaia di civili è per la democrazia e la
libertà del paese (Kellner 2004).
Sempre nella retorica dell'Amministrazione
Bush, alcuni aspetti sono stati smussati ed edulcorati con eufemismi: il "cambio
di regime" a cui il governo americano ha più volte fatto riferimento, altro non
è, stando al diritto internazionale, che un tentativo di sovvertire un governo,
dittatoriale si, ma ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale
alla stregua di molti altri governi non meno dittatoriali. Per la stessa ragione
"Iraq Freedom" è un eufemismo per "occupazione" e "coalizione dei volenterosi"
un altro eufemismo, se vogliamo un po' risibile, teso a nascondere la
Realpolitik: come se appoggiare o meno l'intervento USA fosse una
faccenda di buona volontà o amicizia degli alleati (Cfr. Chambers 2003 p.
176-177).
La "demonizzazione" o "hitlerizzazione" del nemico (terzo punto
del war programming esposto da Altheide and Grimes 2005 p.622) è sempre un
prerequisito ad ogni guerra (stratagemma utilizzato anche dall'altra parte
contro gli Stati Uniti. Kellner 2004 p. 48). Per quanto riguarda Saddam Hussein,
era già stata in parte svolta in occasione della Prima Guerra del Golfo. Si
ricorderà la vicenda dei soldati iracheni, rei di aver tolto i bambini dalle
incubatrici di un ospedale kuwaitiano e averli lasciati morire sul pavimento. Un
atto di gratuita crudeltà che contribuì non poco alla
disumanizzazione-demonizzazione degli iracheni e di Saddam. Forse pochi
americani invece ricorderanno come la notizia si sia rivelata completamente
infondata, e come l'unica testimone oculare sia poi risultata essere la figlia
dell'ambasciatore kuwaitiano negli Stati Uniti (Cfr. Ryan 2006 p.13).
L'obiettivo dichiarato era quello di presentare Saddam non solo come un
dittatore ma, per quanto possibile, come l'incarnazione stessa del male. Al fine
di raggiungere l'obiettivo, l'amministrazione (non sorprendentemente) e i media
(colpevolmente) hanno taciuto il supporto militare fornito dai governi USA (in
buona compagnia di altri governi occidentali e non) a Saddam fino all'indomani
della Prima Guerra del Golfo e prima e dopo il massacro dei Kurdi con i gas,
dimentichi anche del fatto che Saddam non è stato che uno dei tanti barbari
dittatori che il '900 ha conosciuto e probabilmente nemmeno tra i più
sanguinari.
Nei discorsi ufficiali non sono mancate vere e proprie fallace
argomentative. Ragionamenti apparentemente plausibili ma formalmente sbagliati.
L'argomento "con noi o conto di noi" o la sua variante "con noi o con i
terroristi" o anche "non fare niente o intervenire militarmente" sono stati uno
dei cavalli di battaglia della propaganda governativa (Cfr. Ryan 2006, p. 8). La
struttura formale del ragionamento è la seguente:
1. È vera solo una delle due affermazioni X e Y
2. L'affermazione Y è falsa
3. Quindi l'affermazione X è vera
Dato che nessuno accetterebbe di
essere annoverato tra gli spalleggiatori del terrorismo internazionale, la
seconda premessa veniva implicitamente aggiunta dai destinatari
dell'argomentazione che pervenivano naturalmente alla conclusione: "con noi".
Tale ragionamento rappresenta un tipo di fallacia conosciuta come falso dilemma. Da un punto
di vista meramente formale il ragionamento è valido: la verità delle premesse ci
consente di affermare la verità della conclusione ma il trucco si gioca sulla
prima premessa e consiste nel presentare le due affermazioni (X e Y) come
esaustive di tutte le possibilità: è qua che il retore dimostra tutta la sua
abilità. Nella fattispecie, non è vero che un individuo debba per forza essere
contro il Governo degli Stati Uniti o contro il terrorismo internazionale,
potrebbe semplicemente essere neutrale, non interessarsi di questioni di
politica internazionale preferendovi una birra con gli amici o essere critico
verso entrambi. E ancora, non è vero che non ci siano altre alternative tra
l'intervenire militarmente e il non far niente: Le ispezioni dell'IAEA erano
sicuramente un'ulteriore opzione (e non la sola).
Per persuadere dei legami
tra al-Qaeda e il governo iracheno di Saddam, l'amministrazione Bush è ricorsa
ad un altro tipo di fallacia ad
consequentiam con un appello alle passioni più che alla logica: "Se
Saddam vende armi a Bin Laden allora questi distruggerà l'America". L'enormità
della conclusione (la distruzione dell'America) viene usata per introdurre
surrettiziamente la verità dell'antecedente (Saddam vende armi a Bin Laden) che
invece dovrebbe proprio essere la tesi da dimostrare (Cfr. Gershkoff, Kushner
2005, p. 528).
L'uso di artifici retorici è stato costruito sull'assenza di
ogni prospettiva storiografica (Eisman 2003 p.64, Altheide and Grimes 2005): la
questione palestinese, il problema degli insediamenti ebraici dal primo
dopoguerra in poi, l'appoggio allo stesso Saddam in funzione di contenimento
della rivolta degli ayatollah, Mossagued e il colpo di stato in Iran, il
nazionalismo arabo e in generale gli assetti geopolitici che gli Stati Uniti
hanno perseguito nel Golfo prevalentemente influenzati dal petrolio e sul ruolo
di Israele, tutte queste questioni non hanno trovato spazio nei mass media. I
risultato è stato un quadro stravolto dalla sua semplicità come se la storia
fosse una tragedia manzoniana in cui si muovono figure a tutto tondo: o
completamente buone o completamente cattive. Su questo terreno fallace la
retorica ha costruito le sue tesi: semplici e facilmente digeribili da chiunque.
L'adozione acritica e incondizionata del paradigma di Hundington ne è un esempio
calzante. L'articolo di Samuel Hundington "The clash of civilizations?"
("scontro di civiltà?") venne pubblicato su Foreign Affairs nel 1993 e
generalmente liquidato dalla comunità accademica come erroneo (Cfr. Abrahamian
2003). Dopo gli attacchi terroristici il concetto di "scontro di civiltà" fu
ripreso dai media (non solo americani) e il libro di Hundington dal quasi
omonimo titolo si ritrovò in vetta alle classifiche dei libri più venduti.
L'appeal del paradigma era ovviamente quello di offrire una chiave
interpretativa dell'accaduto semplice e facilmente spendibile sul mercato
mediatico. Lo scontro di civiltà sorvola su ogni retroterra storico e trascura
il fatto che:
[...] International politics [...] are still made by governments, and governments pursue state and national interests - not cultural ones. (Abrahamain 2005, p.530)
(Le politiche internazionali sono decise dai governi e i governi perseguono interessi nazionali e statali - non culturali.)
Si presenta come un paradigma onnicompensivo ma in
realtà non spiega come mai l'idea di pianificare un tale attentato terroristico
non sia venuta ai mussulmani del Ciad o dell'Indonesia (tra i tanti paesi a
maggioranza islamica), né perché il bersaglio dovessero essere proprio gli Stati
Uniti. Forse i mussulmani algerini non hanno nessuna buona giustificazione per
motivare uno scontro di civiltà con la Francia visto il burrascoso e sanguinoso
passato coloniale? E ancora, perché lo scontro di civiltà dovrebbe portare a uno
scontro diretto con i mussulmani afgani e iracheni mentre dovrebbe risolversi in
amichevoli rapporti con Arabia Saudita (alleato e principale fornitore di
petrolio per gli USA) e Pakistan (stato non certo democratico)? Bizzarro anche
il fatto che il regime iracheno di Saddam Hussein fosse un regime laico con un
ministro degli interni (Tariq Aziz) cristiano, inviso a molti integralismi
islamici e non ultimo allo stesso Osama bin Laden.
Nonostante la sua
limitata utilità esplicativa, il paradigma dello scontro di civiltà ha trovato
ampio spazio nei media (al contrario del conflitto arabo-israeliano) alimentando
anche vari dibattiti televisivi conseguentemente alle prese con la farsesca
distinzione tra mussulmani "buoni" e mussulmani "cattivi". L'amministrazione
Bush (e con essa buona parte dei media) ha implicitamente assunto la validità
del paradigma di Hundington suggerendo la "reale" motivazione dietro gli
attacchi dell'11 settembre: Gli Stati Uniti sarebbero stati attaccati da "enemies
of freedom" (nemici della libertà) non certo per qualcosa che gli Stati
Uniti hanno fatto ma per qualcosa che gli Stati Uniti sono, per la loro libertà,
per la loro tolleranza. È all'interno di questo quadro che l'attacco dell'11
settembre è stato volutamente interpretato come una attacco alla democrazia e
alla libertà che gli Stati Uniti rappresentano. Il pubblico americano è stato
portato a chiedersi "perché ci odiano così tanto?" e la risposta alla domanda è
stata quella fornita dal presidente Bush nei suoi discorsi ufficiali:
"Because of our freedom, our democracy" (per la nostra libertà, per la
nostra democrazia). Eppure lo stesso interessato, Osama bin Laden, nella sua "Letter
to America" (largamente ignorata dai media americani) fornisce ben altre
motivazioni:
As for the first question: Why are we fighting and opposing you? The answer is very simple:
(1) Because you attacked us and continue to attack us.
(a) You attacked us inPalestine[...]
(b) You attacked us in Somalia; you supported the Russian atrocities against us in Chechnya, the Indian oppression against us in Kashmir, and the Jewish aggression against us in Lebanon.
(c) Under your supervision, consent and orders, the governments of our countries which act as your agents, attack us on a daily basis;
(d) You steal our wealth and oil at paltry prices because of you international influence and military threats. This theft is indeed the biggest theft ever witnessed by mankind in the history of the world.
(e) Your forces occupy our countries [...]
(f) You have starved the Muslims of Iraq, where children die every day. [...] 1.5 million Iraqi children have died as a result of your sanctions, and you did not show concern. Yet when 3000 of your people died, the entire world rises and has not yet sat down. [...]
(Per quanto riguarda la prima domanda: Perché stiamo combattendo contro di voi? La risposta è molto semplice:
(1)Perché voi ci avete attaccato e continuate ad attaccarci.
(a) Ci avete attaccato in Palestina
(b) Ci avete attaccato in Somalia; avete appoggiato le atrocità russe contro di noi in Cecenia, l'oppressione indiana contro di noi in Kashmir e l'aggressione ebrea contro di noi in Libano.
(c)Sotto la vostra supervisione, consenso e ordini, i governi dei nostri paesi, che agiscono come i vostri agenti, ci attaccano giornalmente.
(d) Voi rubate la nostra ricchezza e il nostro petrolio a prezzi ridicoli approfittando della vostra influenza internazionale e minacce militari. Questo furto è il più grande furto mai visto nella storia dell'umanità.
(e) Le vostre forze armate occupano i nostri paesi
(f) Avete ridotto alla fame i mussulmani dell'Iraq dove bambini muoiono ogni giorno. 1.5 milioni di bambini sono morti per via delle vostre sanzioni e non avete mostrato nessun interesse. Quando 3000 persone della vostra gente muoiono, l'intero mondo si solleva e non si è ancora seduto.)
La lettera di bin Laden dimostra che l'attacco al World Trade Center non era certo rivolto agli ideali di libertà e tolleranza che gli Stati Uniti rappresentano e che i "nemici della nostra libertà" è stato più che altro un soggetto inventato dalla propaganda.
Il 7 settembre 2002, durante una conferenza stampa con Tony Blair, il presidente Bush citò un rapporto IAEA (presumibilmente rilasciato nel 1991 secondo ulteriori precisazioni della Casa Bianca) stando al quale, in quel periodo, l'Iraq si trovava a sei mesi dal completo sviluppo di armi atomiche concludendo il suo intervento con le parole: "I don't know what more evidence we need" (non so di quale altra evidenza abbiamo bisogno). Nei giorni seguenti tuttavia pervenne la smentita ufficiale dell'International Atomic Energy Agency per voce di Mark Gwozdecky (portavoce IAEA): "There's never been a report like that issued from this agency" (non c'è mai stato un tale rapporto rilasciato da quest'agenzia) (Joseph Curl, The Washington Times 27/9/2002). Gwozdecky prosegue nelle sue dichiarazioni:
"There is no evidence in our view that can be substantiated on Iraq's nuclear-weapons program. If anybody tells you they know the nuclear situation in Iraq right now, in the absence of four years of inspections, I would say that they're misleading you because there isn't solid evidence out there."
(Joseph Curl, The Washington Times 27/9/2002)
(Per quanto ci riguarda non c'è evidenza che possa sostenere l'idea di un programma di armamento nucleare iracheno. Se qualcuno vi dice che conosce qual è l'attuale situazione degli armamenti nucleari in Iraq, dopo quattro anni in assenza di ispezioni, direi che vi stanno fuorviando in quanto non disponiamo di nessuna evidenza.)
"I don't know where they have determined that Iraq has retained this much weaponization capability because when we left in December '98 we had concluded that we had neutralized their nuclear-weapons program." (Joseph Curl, The Washington Times 27/9/2002)
(Non so da dove sono arrivati alla conclusione che l'Iraq abbia mantenuto tutta questa capacità militare visto che, quando abbiamo lasciato [l'Iraq] nel dicembre '98, abbiamo concluso di aver neutralizzato il loro programma di sviluppo di armamenti atomici.)
Non solo il fantasticato rapporto allarmista dell'International Atomic Energy Agency (del 1991) citato da Bush e Blair non esisteva, ma era invece disponibile un rapporto della stessa IAEA più recente. In quest'ultimo rapporto del 1998 si legge:
"[...] there are no indications that there remains in Iraq any physical capability for the production of weapon-usable nuclear material of any practical significance"
(non c'è nessuna indicazione che in Iraq rimanga ogni effettiva capacità di produzione di materiale nucleare utilizzabile per la produzione di armamenti nucleari di qualsiasi rilevanza).
Più che una svista, sembra trattarsi di una vera e propria strategia: un episodio analogo si verificherà anche con il caso Iran. Il 23 agosto 2006 esce un rapporto del House Permanent Select Committee on Intelligence (un comitato della United States House of Representatives, l'equivalente della nostra Camera dei Deputati) dal titolo "Recognizing Iran as a Strategic Threat: An Intelligence Challenge for the United States" e l' International Atomic Energy Agency si vede costretta ad intervenire con una risposta in cui definisce tale rapporto come erroneo (erroneous) e fuorviante (misleading) nel riportare i dati resi pubblici dall'IAEA sull'attività nucleari iraniane. Come già ricordato nell'introduzione, la nota del 7 marzo 2003 rilasciata dall'IAEA (poche settimane prima dell'attacco) ribadiva come non vi fosse nessuna evidenza atta a supportare le affermazioni della Casa Bianca e riverberate a gran voce da buona parte dei media. In particolare, stando alla nota:
Non vi è nessuna evidenza di ripresa di attività nucleari in quei siti identificati attraverso i satelliti né in nessun altro sito soggetto alle ispezioni
Non c'è nessuna indicazione che l'Iraq abbia cercato di importare uranio dal 1990 in poi
Non vi è nessuna evidenza che l'Iraq abbia cercato di importare tubi in alluminio o magneti da usare nelle centrifughe per l'arricchimento dell'uranio
I rapporti di intelligence forniti da vari stati e tesi a dimostrare il tentativo di acquisizione di uranio dal Niger sono da considerarsi non autentici e l'accusa infondata
Sulle stesse conclusioni si assesta un dettagliato rapporto del Carnegie Endowment for International Peace pubblicato nel gennaio 2004. Il rapporto prende in considerazione le fonti di intelligence disponibli prima dell'inizio della guerra in Iraq confrontandole con le affermazioni ufficiali della Casa Bianca. Il rapporto conclude che non solo le fonti di intelligence avrebbero sovrastimato il "pericolo" Iraq ma i discorsi ufficiali dell'amministrazione avrebbero travisato le già allarmistiche fonti:
[...] numerous statements by the president, vice president, and the secretaries of state and defense to the effect that "we know" this or that when the accurate formulation was "we suspect" or "we cannot exclude". (pag. 53)
(Numerose affermazioni del presidente, vice presidente, del segretario di stato e della difesa traducevano con "sappiamo" questo o quello, dove l'accurata formulazione [nei rapporti di intelligence] era "sospettiamo" o "non possiamo escludere").
Per quanto riguarda l'altra
principale ragione addotta dall'amministrazione americana a sostegno
dell'intervento armato, il collegamento tra Saddam e al-Qaeda, la situazione è
solo leggermente differente. Possiamo dire che, se nel primo caso l'accusa è
stata montata su premesse false, in quest'ultimo caso l'accusa è semplicemente
stata montata sul nulla. Prendendo in esame una vasta rassegna degli articoli
comparsi sulla carta stampata statunitense pubblicati tra l'attacco del 11
settembre e l'agosto del 2003 si evince chiaramente come il principale bersaglio
della Casa Bianca fosse, almeno fino a settembre 2002, Osama bin Laden. Il picco
viene raggiunto intorno a Novembre 2001 in cui Osama viene nominato in circa
5000 articoli. Nello stesso periodo si può notare come Saddam e l'Iraq non
vengano praticamente nominati. Nei mesi successivi questa percentuale scema fino
a quando intorno a settembre 2002 il nome di Saddam Hussein inizia ad essere più
presente sulla stampa di quello di bin Laden raggiungendo l'acme intorno a marzo
2003 con circa 6000 articoli (Althaus, Largio 2004 p.796). Passando dai numeri
ai contenuti, il collegamento tra Osama bin Laden e Saddam Hussein fu prima di
tutto stabilito e appurato nei discorsi di esponenti dell'amministrazione a
partire dallo stesso Bush che nell'ottobre del 2002 dichiarava: "We know that
Iraq and the al Qaeda terrorist network share a common enemy" (sappiamo che
l'Iraq e la rete terroristica di al Qaeda condividono uno stesso nemico)
(Calabrese 2005, p. 156). Il collegamento tra bin Laden e l'Iraq è stato
principalmente un mantra ripetuto instancabilmente dalle fonti ufficiali del
governo statunitense, ripreso e diffuso dai media fino a generare false credenze
nell'opinione pubblica americana: in sondaggi effettuati alla fine del 2002 ed
inizio 2003 appare come quasi metà del campione credesse in una connessione tra
l'Iraq e gli attacchi del 9/11 con una percentuale consistente di soggetti
addirittura convinti che alcuni dirottatori fossero iracheni (la lista dei 19
dirottatori fu resa disponibile dal FBI il 14 settembre, 3 giorni dopo
l'attacco, e messa a disposizione dei media. Tra i dirottatori quindici erano di
nazionalità saudita, un egiziano, un libanese e due degli Emirati Arabi Uniti,
nessun iracheno) (Kumar 2006 p.54). Tra le poche "prove" addotte, figura un
supposto incontro tra Mohamed Atta (uno dei dirottatori) e un Ahmad Khalil
Ibrahim Samir al Ani (un diplomatico iracheno) avvenuto nel aprile 2001 a Praga.
Questo supposto incontro fu inizialmente proposto come prova (proveniente da
fonti d'intelligence ceche) da James Woolsey (ex direttore della CIA, membro
fondatore della PNAC e firmatario della lettera della PNAC inviata a Clinton) ma
scartata come non credibile dai servizi segreti
americani, britannici, francesi,
israeliani (Kumar 2006 p.54) e in ultimo dagli stessi cechi da cui
era partita la voce. Alla stessa conclusione arriverà la National Commission
on Terrorist Attacks Upon the United States (conosciuta anche come 9-11
Commission) che nel suo rapporto finale
(p. 229) dichiarerà priva di fondamento l'intera vicenda:
"The available evidence does not support the original Czech report of an Atta-Ani meeting"
(L'evidenza disponibile non supporta il rapporto originale ceco di un incontro Atta-Ani).
Non c'è nessuna prova dell'incontro tra Atta e il diplomatico iracheno, figuriamoci se si possa avere anche solo un'idea approssimativa su quello che ipoteticamente si sarebbero detti.
Nelle parole di Charles David, direttore del Freedom of
Information Centre dell'Università del Missouri School of Journalism,
osservare una guerra attraverso le telecamere dei giornalisti embedded è come
osservarla attraverso l'estremità di una cannuccia: frammenti di azione
completamente decontestualizzati e senza nessun tentativo di comprendere ciò che
accade (Altheide, Grimes 2005. p. 630). I giornalisti embedded (incorporati)
sono quei giornalisti aggregati all'esercito: partecipano in una certa misura
alla vita militare e viene ad essi permesso di raggiungere il fronte con le
truppe. Questo sistema di controllo dell'informazione è il risultato più
compiuto di quello definito da Kumar system of war information management
(Kumar 2006) già accennato nell'introduzione.
Nell'invasione di Grenada
(1983) si cercò di centrare l'obiettivo impedendo ai giornalisti di recarsi sul
posto. Sei anni dopo, 1989, nell'invasione di Panama, il segretario della difesa
Dick Cheney cercò di formare un pool di giornalisti con base a Washington
tenendo i reporters (per quanto possibile) lontano dal fronte e dalle sue
possibili efferatezze (Kumar 2006, p.50): prove generali di un sistema di
controllo dell'informazione proveniente zone di guerra che si andava via via
affinando. Un sistema di questo tipo dovrebbe almeno permettere di centrare i
seguenti punti:
1. L'informazione deve riflettere il punto di vista ufficiale e conseguentemente deve essere ridotta al minimo la possibilità, nei reportage, dell'assunzione di un altro punto di vista: critico nei confronti di quello ufficiale o addirittura simpatizzante per quello avversario.
2. Manipolazione dei fatti: vale a dire la possibilità di censurare certi fatti e di decidere se e come darli in pasto all'opinione pubblica.
3. Ridurre al minimo il rischio di un effetto "Kim Phuc": i corpi delle vittime, il sangue e i particolari più cruenti di un conflitto devono poter essere filtrati ed eventualmente smussati o eliminati.
I primi tre punti non rappresentano una sostanziale novità: ogni guerra necessita di supporto e consenso interno e in questa funzione anche i totalitarismi del '900 non hanno esitato a implementarli in un tentativo di controllo. Gli Stati Uniti non sono un regime totalitario e non possono attingere agli strumenti di controllo capillare dall'alto di una dittatura e, forse più importante ancora, i conflitti in cui si sono trovati impegnati dal secondo dopoguerra hanno ricevuto una massiccia copertura dalla stampa internazionale. Volenti o nolenti, sia durante la Guerra Fredda che dopo, gli Stati Uniti hanno ricoperto un ruolo da protagonisti sulla scena della politica internazionale agendo sotto i riflettori della stampa internazionale. A questi tre punti andrebbe quindi aggiunto il seguente:
4. Per quanto possibile, tutta l'informazione proveniente dagli scenari di guerra deve soddisfare i precedenti tre requisiti.
È quest'ultimo punto a diventare importante in un contesto in cui anche l'informazione tende ad essere globalizzata. L'uso di giornalisti embedded rappresenta uno degli risultati più evoluti verso la realizzazione di tale system of war information management. I giornalisti embedded devono firmare un contratto di 50 punti che regola quello che può o non può essere riportato (Kumar 2006, p. 60). Capiamo meglio cosa questo significhi dalle parole di Richard Gaisford, giornalista embedded della BBC:
"We have to check each story we have with [the military]. And the captain, who's our media liaison officer, will check with the colonel, and they will check with the Brigade headquorters as well" (citato da Kumar 2006, p.63).
(Dobbiamo controllare ogni storia che abbiamo con i militari. Il capitano, che è il nostro ufficiale di collegamento per i media, controllerà con il colonnello e insieme controlleranno la storia con il quartier generale di brigata).
Non solo i giornalisti embedded
partecipano della vita militare delle truppe di cui sono al seguito ma sono
prevalentemente della stessa nazionalità dei militari, mangiano insieme, dormono
insieme, condividono con loro parte del tempo libero e non possono non essere
inclini ad adottarne il punto di vista (punto 1). A questo va aggiunto che i
reportage filmati dai giornalisti embedded, essendo a seguito delle truppe,
vengono filmati in soggettiva inducendo lo
spettatore ad assumere il punto di vista delle truppe americane (o inglesi),
mettendo subito in chiaro chi sono i "buoni" e chi i "cattivi" e il tutto a
discapito di una obiettività a questo punto irrimediabilmente compromessa (Kumar
2006, p. 61).
Per realizzare il quarto punto del programma,
l'amministrazione USA ha lavorato anche su altri fronti. Subito dopo l'attacco
del 11/9 (esattamente il 30 ottobre 2001), è stato formato un gruppo al
pentagono chiamato Office of Strategic Influence (OSI) con lo scopo di
sviluppare piani al fine di fornire informazioni (eventualmente anche false) ai
media
stranieri (Calabrese 2005, p. 163). L'intento era quello di limitare il
rischio che i media americani potessero raccogliere informazioni sconvenienti
dai media internazionali e darne risalto all'interno del paese. L'ufficio si
proponeva anche di istruire ex militari che sarebbero poi stati proposti in
qualità di esperti per interviste con i media (Kumar 2006. p. 63). In seguito ad
un articolo del New York Times che ne rivelò l'esistenza, l'ufficio venne chiuso
(nel febbraio 2002) e parte dei suoi incarichi passati ad un'altra istituzione,
l'Information Operations Task Force, ed è quindi lecito dubitare che i
propositi di tale organismo siano stati abbandonati con la sua chiusura.
La
grossa sfida è stata rappresentata da Al Jazeera: il network televisivo con sede
in Quatar ha costituito una importante novità rispetto all'analogo scenario
della Prima Guerra del Golfo. Se durante quest'ultima, gran parte degli stessi
media arabi dipendevano dalle news della CNN, durante la Seconda Guerra del
Golfo, Al Jazeera salirà ai clamori della cronaca trasmettendo alcuni clip di
Osama bin Laden che verranno poi ripresi e ritrasmessi da alcuni media
occidentali. Il rapporto, per certi versi sembra essersi invertito e anche negli
Stati Uniti, nel frattempo, alcune cose sono cambiate: il più seguito canale di
news è Fox che ha scalzato la CNN dal primo posto. Al Jazeera in più occasioni
si è dimostrata una voce fuori dal coro dei media occidentali (e statunitensi in
particolare) dando voce anche alle posizioni dei terroristi (la dove
l'amministrazione Bush aveva esplicitamente richiesto ai network americani di
non trasmettere tali filmati) e portando sullo schermo gli orrori della guerra
con corpi di civili e militari ben presenti nei reportage a testimonianza delle
conseguenze del conflitto (dove invece al pubblico americano veniva presentato
un reportage edulcorato) (Cfr. Altheide, Grimes 2005).
Al Jazeera ha
rappresentato forse una delle sfide più serie al quarto punto del programma
(Cfr. Calabrese 2005, p. 163) e la risposta del governo Bush è stata tutt'altro
che transigente. Nel novembre 2001 un aereo americano sgancia due bombe
sull'ufficio di Al Jazeera in Kabul. Fortunatamente non si registrerà nessuna
vittima e fonti ufficiali americane affermeranno di disporre di prove secondo le
quali gli uffici sarebbero stati utilizzati da al Qaeda e di ignorare che il
sito fosse utilizzato da Al Jazeera. Memore dell'accaduto, Al Jazeera informerà
più volte i vertici militari americani sull'esatta locazione dei loro uffici in
Baghdad. Nel aprile del 2003 tuttavia un missile americano colpisce gli uffici
dell'emittente araba uccidendo un giornalista giordano di 34 anni (Calabrese
2005, p. 162). Lo stesso giorno le truppe USA aprono il fuoco sul Palestine
Hotel dove risiedevano gran parte dei giornalisti non embedded della stampa
internazionale con un bilancio di due morti (Kumar 2006, p. 64). Nel novembre
2005 il The
Daily Mirror pubblica un articolo in cui si sostenevano le intenzione
del governo americano di bombardare la sede centrale di Al Jazeera in Quatar
(intenzioni ovviamente smentite dalla Casa Bianca). Stando ad una fonte anonima,
il piano sarebbe stato frustrato dalle obiezioni di Blair.
I risultati e le tesi di Matthew Baum nel suo Sex, Lies,
and War: How Soft News Brings Foreign Policy to the Inattentive Public
(Sesso, Bugie e Guerra: Come le Soft News Portano la Politica Internazionale ad
un Pubblico Disimpegnato) costituiscono un importante approccio per capire quali
fattori abbiano contribuito alla propaganda e alla formazione del consenso
attorno alle linee dell'amministrazione Bush.
Soft News è un termine
definito in relazione al panorama statunitense delle news (in prevalenza
televisive). In Italia forse il telegiornale che assume un taglio da soft news
più marcato potrebbe essere Studio Aperto di Italia 1. Con soft news si intende
tutto un insieme di news che vanno dal gossip ai delitti di cronaca (vedi caso
Cogne per la realtà italiana), scandali, disastri naturali e storie umane
drammatiche e/o particolarmente toccanti. Il panorama italiano potrebbe
includere anche i vari servizi su cosa mangeranno gli italiani per il pranzo di
Natale o il cenone di capodanno, dove andranno in vacanza per ferragosto e
quanto sarà calda l'estate entrante (evitando possibilmente ogni riferimento al
global warming).
Negli Stati Uniti, a partire dagli anni '80, prima con
l'affermarsi della TV via cavo e successivamente la tecnologia satellitare e
Internet si è arrivati ad un crescente livello di competitività con la
conseguente esigenza da parte dei grossi network (soprattutto televisivi) di
massimizzare i profitti sia aumentando l'audience, sia diminuendo i costi di
realizzazione. In questo quadro le soft news si sono affermate essenzialmente
perché la loro produzione e realizzazione è sensibilmente più economica di
prodotti che richiedono inchieste giornalistiche o professionisti qualificati e
al tempo stesso riscuote il gradimento di spettatori che altrimenti vi avrebbero
preferito un talk show. I network commerciali preferiscono così selezionare news
che possano in qualche modo sposarsi con il punto di vista dei loro spettatori e
che vadano incontro alle loro aspettative (Altheide, Grimes 2005, p. 628-629).
La percentuale di soft news è gradualmente aumentata dagli anni '80 ma sono
anche aumentate le trasmissioni che offrono tale tipo di informazione (Cfr. Baum
2002, p. 94 e Altheide, Grimes 2005, p. 620). In una ricerca sui trends dei
network dell'informazione tra il 1977 e il 1997 le hard news hanno avuto un
declino passando da una percentuale complessiva del 67.3% al 41.3% a cui
corrisponde un massiccio incremento della presenza di soft news passate da un
13.5% a un 25% (Altheide, Grimes 2005, p. 621). Divario che si è ulteriormente
accentuato negli ultimi anni. Non è solo l'argomento trattato che decide se una
notizia è soft o meno ma anche il taglio di un servizio: argomenti importanti
che si prestano ad un'analisi critica possono essere trattati con un taglio
"soft": il salvataggio del soldato Jessica Lynch in seno al più ampio e
complesso conflitto iracheno ne può essere un esempio. La vicenda di Jessica
Lynch, catturata dalle truppe irachene, è stata confezionata dai media americani
come una classica soft news. Una sorta di storia nella storia, presentata
facendo leva sull'emotività e con tanto di lieto fine è risultata di facile
appeal anche per chi non segue normalmente vicende di politica internazionale né
forse ha un'idea chiara dell'esatta collocazione geografica dell'Iraq. Otto
giorni dopo la cattura vari media americani trasmisero il filmato della sua
"liberazione": le truppe statunitensi entrano nell'ospedale come se fossero
sotto il fuoco della controparte irachena, si muovono con circospezione,
seminano il panico e strappano Jessica dalle grinfie del nemico a sprezzo del
pericolo. I dottori presenti nell'ospedale, successivamente intervistati da
alcuni media, forniranno una versione completamente differente dichiarando che:
Iraqi troops had left the hospital two days before, that the hospital staff had tried to take Jessica to the Americans but were fired on, and that in the "rescue" the US troops shot through the doors, terrorized doctors and patients, and created a dangerous scene that could have resulted in deaths, simply to get some dramatic rescue footage for TV audiences. (Kellner 2004, p. 56)
(Le truppe irachene avevano lasciato l'ospedale due giorni prima, che il personale dell'ospedale aveva provato a riportare Jessica agli americani ma gli hanno sparato addosso e che nel "salvataggio" le truppe USA hanno sparato attraverso le porte terrorizzando dottori e pazienti solo per ottenere un filmato del salvataggio da mostrare al pubblico televisivo).
Anche se la guerra in Iraq in sé non è un argomento da soft news,
può comunque essere confezionata come tale ritagliando certi particolari
avvenimenti dal contesto: i "soft news media are in the business of packaging
human drama as entertainement" (Baum 2002, p. 91). La pratica di
confezionare un pezzo di informazione come intrattenimento riduce il costo
cognitivo per lo spettatore. Anche soggetti che normalmente non seguono le news
potrebbero essere interessati a un tale tipo di informazione-intrattenimento che
richiede un basso livello di attenzione. Anche l'intervento americano in Bosnia
(soggetto di per sé più da hard news che da soft news) è stato affrontato in due
maniere differenti. I media che hanno prediletto un approccio più hard hanno
dato spazio a una serie di questioni dal peso dell'appartenenza etnica nel
conflitto al ruolo della NATO ad aspetti di strategia militare. Contrariamente i
media che adottarono l'approccio soft, si concentrarono quasi esclusivamente
sulla storia del pilota Scott O'Grady e di come sopravvisse per cinque giorni
dietro le linee nemiche cibandosi solo di insetti e erba (Baum 2002 p.94).
Baum individua e argomenta quattro tesi principali. Cito e traduco
direttamente dall'articolo le prime due (p. 96):
1.le persone guardano le soft news come intrattenimento non per essere informate su politica o affari internazionali.
2.le persone che non sono interessate in politica o affari internazionali ma consumano soft news sono più attente alle crisi internazionali (o simili argomenti) della controparte che similmente non è interessata a simili questioni ma non consuma soft news.
La visione del pubblico americano sulle faccende e le crisi di politica internazionale è essenzialmente quella presentata dai newscasts serali di ABC, NBC, CBS, CNN, Fox e via dicendo (Altheide, Grimes 2005, p. 619). Le soft news espongono (per il target a cui si rivolgono) soggetti ad argomenti a cui probabilmente non si sarebbero mai interessati se non fossero stati confezionati alla stregua di intrattenimento e conseguentemente spingono questi soggetti al formarsi di un opinione su tali questioni. Nel caso specifico del conflitto iracheno, per la loro stessa natura, le soft news costituiscono una breccia per la propaganda dell'amministrazione americana e prestano il fianco a tutti gli argomenti della retorica che abbiamo passato in rassegna. Il basso costo di realizzazione spinge tali format ad usufruire dell'informazione preconfezionata messa a disposizione dal governo (senza passarle al vaglio di inchieste e verifiche più o meno impegnative) e al tempo stesso le dicotomie e gli altri strumenti della retorica di facile digeribilità si sposano con il target ti tale tipo di news più interessato ad una forma di intrattenimento che ad una vera e propria informazione. In conclusione le soft news si sono rivelate uno strumento per propagare la linea ufficiale dell'amministrazione Bush senza frapporre nessun filtro critico all'informazione veicolata e raggiungendo segmenti di potenziale consenso che altrimenti sarebbero rimasti contrassegnati da una certa indifferenza verso il conflitto. Non a caso la contrapposizione "noi vs. loro" (ampiamente utilizzata nei discorsi ufficiali) è al tempo stesso uno dei temi preferiti dai soft news media. La dove un informazione hard avrebbe forse concesso uno spazio ad un approfondimento storiografico e al problema mediorientale, le soft news hanno funzionato, più o meno inconsapevolmente, come cassa risonanza per la propaganda ufficiale.
Dan Guthrie, un colonnista del Oregon Daily
Courier e Tom Gutting del Texas City Sun furono licenziati per aver
criticato la reazione di Bush all'attacco dell'undici settembre (Ryan 2006, p.
14). Nel 2002 è la volta di Tim McCarthy, licenziato dal settimanale The
Courier, verosimilmente per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti
della politica irachena dell'amministrazione Bush.
In alcuni casi la
decisione di licenziare le voci fuori dal coro non è partita come iniziativa
dalla testata giornalistica o del network televisivo ma è stata il risultato di
pressioni provenienti dall'alto, da pressioni da parte degli sponsor che hanno
minacciato di ritirare le loro inserzioni pubblicitarie (per la possibile
impopolarità in cui sarebbe incorsa la testata o il programma)(Cfr. Calabrese
2005, p.171) o per proteste da parte degli stessi lettori-spettatori. Peter Arnett,
per esempio, (premio Pulitzer 1966 per i suoi reportage dal Vietnam) fu
inizialmente difeso dalla NBC ma questo non gli evitò il licenziamento. Arnett
era in Iraq come reporter per la NBC e per il National
Geographic e fu licenziato da entrambi in seguito ad alcune sue
dichiarazioni rilasciate in un'intervista alla TV irachena in cui esprimeva
forti perplessità sulle aspettative USA di aver ragione della resistenza. Il
National Geographic, in particolare, ammise senza problemi che la causa del
licenziamento era da attribuirsi alle opinioni espresse da Arnett (Cfr. Kumar
2006). Lo show di Phil
Donahue per MSNBC fu cancellato ufficialmente per bassi ascolti anche se
nell'ultimo mese aveva registrato ottime performance che lo avevano portato ad
essere il più seguito show per MSNBC. Nel suo show Phil Donahue presentava
spesso pacifisti o ospiti critici o scettici verso le motivazioni ufficiali
della Casa Bianca (Kumar 2005, p. 60). Robert Scheer, giornalista
del Los Angeles Times fu licenziato l'undici novembre 2005, dopo trent'anni di
lavoro per la testata e tredici spesi come uno dei suoi migliori articolisti.
FAIR (Fairness and Accurancy in Reporting) avvalla le accuse del giornalista che
imputa il licenziamento a pressioni provenienti da ambienti conservativi e
motivate dalle sue aspre critiche verso la Casa Bianca e la guerra in Iraq.
Singoli episodi senza pretese di completezza che probabilmente costituiscono
la punta dell'iceberg a cui corrisponde la parte sommersa di tutti quei
giornalisti che hanno preferito tacere per non rischiare sanzioni. Il clima
generale in cui i giornalisti statunitensi si sono trovati ad operare dopo
l'undici settembre, viene perfettamente restituito nelle parole di Dan Rather,
anchorman della CBS:
It is an obscene comparasion ... but you know there was a time in South Africa that people would put flaming tyres around people's neck if they dissented. And in some way the fear is that you will be necklaced here, you will have a flaming tyre of lack of patriotism put around your neck. It is that fear that keeps journalists from asking the toughest of the tough questions. (citato in Altheide, Grimes 2005, p. 629)
(È un paragone mostruoso... ma sai, c'era un tempo in Sud Africa in cui le persone usavano mettere un copertone infiammato intorno al collo di quelli che dissentivano. In un certo senso la paura è che ti possa succedere lo stesso qua e ritrovarti con il copertone infiammato della mancanza di patriottismo attorno al collo. È questa paura che trattiene i giornalisti dal porre le domande più scomode.)
Le parole di Rather ricordano gli ammonimenti di Tocqueville sulla possibilità di una "tirannide della maggioranza", pericolo insito in ogni democrazia:
In America la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero. Nell'interno di quei limiti lo scrittore è libero, ma guai a lui se osa sorpassarli. Non già che egli abbia da temere un autodafé, ma è esposto ad avversioni di ogni genere e a quotidiane persecuzioni. La carriera politica è chiusa per lui, poiché egli ha offeso la sola potenza che abbia la facoltà di aprirgliela. Tutto gli si rifiuta, anche la gloria. [...]
La potenza che domina gli Stati Uniti non vuole essere presa in giro. Il più leggero rimprovero la ferisce, la minima verità piccante la rende feroce e bisogna lodarla dalle forme del suo linguaggio fino alle sue più solide virtù.
[...] La maggioranza vive dunque in una perenne adorazione di sé medesima; soltanto gli stranieri, o l'esperienza, possono far giungere alcune verità all'orecchio degli americani. (Alexis de Tocqueville. La democrazia in America, Bur, Milano, 2005, parte I, pagg. 260-261)
Negli Stati Uniti il pericolo di una "tirannide della maggioranza" sembra essersi concretizzato immediatamente dopo gli attacchi dell'undici settembre. Una volontà politica preesistente ha trovato un prolungamento nei mass media. In alcuni casi questa alleanza è stata esplicita e cosciente (Fox News) arrivando ad omettere fonti contrarie alla versione ufficiale, presentando prove facilmente riconoscibili come false e ridicolizzando in alcuni casi le voci pacifiste o contrarie all'intervento armato che pur hanno caratterizzato la società americana. In altri casi l'alleanza è stata il risultato, almeno in parte, di un clima generale teso a stigmatizzare come anti patriottiche le voci fuori dal coro.
L'effetto "rally 'round the flag" (stringersi attorno
alla bandiera) sarebbe stato inspiegabile senza quanto successo l'undici
settembre: gli attacchi terroristici, in tutta la loro simbolicità, si
prestavano ad essere percepiti come una nuova Pearl Harbor. L'amministrazione
Bush ha cavalcato l'inevitabile coesione dell'opinione pubblica di fronte alla
scioccante percezione di un nuovo nemico esterno, alimentando e sovrastimando
l'idea di una nuova minaccia per il popolo americano nell'era post Guerra
Fredda.
Il successo dell'amministrazione Bush è però consistito nel
presentare l'intervento in Iraq come una estensione della risposta americana
alla proclamata "guerra al terrorismo" basandola su premesse infondate. A questo
successo politico fa da contrappeso un fallimento mediatico: i media americani
hanno in gran parte fallito nei loro ruolo di guardiani della democrazia
limitandosi a presentare acriticamente le tesi ufficiali dell'amministrazione
nel loro doppio ruolo di vittime e artefici dell'effetto rally 'round the flag.
I fattori e le variabili che hanno contribuito a questo risultato sono stati
molteplici (in parte esaminati nelle precedenti sezioni), senza voler
semplificare un quadro così composito va però notato come anche un sistema
autenticamente democratico come gli Stati Uniti con un sistema mediatico
pluralistico non sia stato in grado di impedire ad una compagine di governo di
presentare la sua linea come l'unica linea marginalizzando e minimizzando il
dissenso. Il caso
Fox News è stato indicato come l'esempio più evidente di convergenza tra i
media e gli interessi politici dell'amministrazione ma mette in luce anche una
più generale vulnerabilità delle grosse media corporations. Da un lato,
interessi economici tesi alla massimizzazione del profitto non sembrano essersi
sposati in questo caso ad un'etica dell'informazione portando i grossi media
commerciali a presentare le news in modo che potessero raccogliere i favori del
pubblico e un taglio soft e narrativo ha sovente prevalso a discapito di
approfondimenti e inchieste (Cfr. Altheide,and Grimes, 2005 p. 628-629).
Dall'altro lato i grossi gruppi si sono dimostrati più sensibili al "richiamo
del potere" la dove esistevano convergenze tra i loro interessi economici e
interessi politici dell'amministrazione (Cfr. Kumar, 2006 p.51). Di fronte al
fallimento dei media "tradizionali", chi ha resistito all'effetto centripeto
della "tirannide della maggioranza" dopo gli attacchi terroristici dell'undici
settembre e stata Internet (Cfr. Kellner 2004 p.59). La struttura
decentralizzata di quest'ultima si è rivelata più resistente permettendo di
accedere direttamente alle informazioni e alle fonti ponendosi come il miglior
mezzo d'informazione anche se solo per un pubblico più attento e attivo.
Abrahamian, Errand. 2003. "The US Media, Huntington and September 11". Third World Quarterly. Vol. 24 No. 3. 529-544.
Althaus, Scott L. and Largio, Devon M. 2004. "When Osama Become Saddam: Origins and Conseguences of the Change in America's Public Enemy #1". PS -WASHINGTON. Vol. 37 Part. 4, pages 795-800. (Disponibile on line: http://www.apsanet.org/imgtest/WhenOsamaBecameSaddam-Althaus.pdf)
Altheide, David L. and Grimes, Jennifer N. 2005. "War Programming: The Propaganda Project and the Iraq War". The Sociological Quarterly. 46. 617-643.
Baum, Matthew A. 2002. "Sex, Lies, and War: How Soft News Brings Foreign Policy to the Inattentive Public". American Political Science Review. 96 (March): 91-108.
Calabrese, Andrew. 2005. "Casus Belli. U.S. Media and the Justification of the Iraq War". Television & New Media. Vol. 6 No. 2 (May): 153-175.
Chambers, Ross. 2003. "The War of the Words: The Rhetoric of 'Operation Iraqi Freedom' (An Informal Survey)". Culture, Theory & Critique. 44(2). 171-181.
Curl, Joseph. "Iraq Report Cited by Bush Does Not Exist: Agency Disavows Report on Iraq Arms". The Washington Times 2002 Sep 27.
Eisman, April. 2003 "The Media of manipulation: Patriotism and Propaganda - Mainstream News in the United States in the weeks following September 11". Critical Quarterly. Vol. 45 No. 1-2. 55-72.
Foyle, Douglas C. 2004. "Leading the Public to War? The Influence of American Public Opinion on the Bush Administration's Decision to Go to War in Iraq". International Journal of Public Opinion Research. Vol. 16 No. 3. 269-294.
Gershkoff, Amy. Kushner, Shana. 2005. "Shaping Public Opinion: The 9/11-Iraq Connection in the Bush Administration's Rhetoric". Perspectives on Politics. Vol. 3 No.3. 525-537.
Goot, Murray. 2004. "Introduction: World Opinion Surveys and the War in Iraq". International Journal of Public Opinion Research. Vol. 16 No. 3. 241-268.
Kellner, Douglas. 2004. "9/11, Spectacles of Terror, and Media Manipulation. A critique of Jihadist and Bush media politics". Critical Discourse Studies. Vol. 1 No. 1. (April): 41-64.
Kellner, Douglas. 2004a. "Media Propaganda and Spectacle in the War on Iraq: A critique of U.S. Broadcasting Networks". Cultural Studies - Critical Methodologies. Vol. 4 No. 3. 329-338.
Kull, Seven., Ramsay, Clay., and Lewis, Evan. 2003-04. "Misperceptions, the Media, and the Iraq War". Political Science Quarterly. Vol. 118 No. 4. 569-598.
Kumar, Deepa. 2006. "Media, War, and Propaganda: Strategies of Information Management During the 2003 Iraq War". Communication and Critical/Cultural Studies. Vol.3 No. 1. (March): 48-69.
Lehmann, Ingrid A. 2005. "Exploring the Transatlantic Media Divide over Iraq. How and why U.S. and German Media Differed in Reporting on UN Weapons Inspections in Iraq, 2002-2003". Press/Politics. 10(1). 63-89.
Palmer, Michael. 2003. "News: ephemera, data, artefacts, and ... quality control - Iraq now and then". Journalism. Vol. 4. 459-476.
Ryan, Maria. 2002. "Inventing the 'Axis of Evil': The Myth and Reality of US Intelligence and Policy-Making After 9/11". Intelligence and National Security. Vol. 17 No. 4. 55-76.
Ryan, Michael. 2006. "Mainstream News Media, an Objective Approach, and the March to War in Iraq". Journal of Mass Media Ethics. 21(1). 4-29.
Strika, Vincenzo. 1993. "La Guerra Iran-Iraq e la Guerra del Golfo". Liguori Editore.
Yamani, Mai. 2003. "Saudi Arabia: The 'Arab Street' , the Media and Popular Agitation Since September 11". Asian Affairs. Vol. 34 No. 2. 143-147.