Raglio d’asino non sale in cielo ma vola via etere

di H R P

 

 

Un versetto nel Corano ci avverte che: “La voce più sgradevole è quella dell’asino”. Creatura misera e sgraziata, invero questo equino non ha grande responsabilità per il suo raglio.   Questa è la voce che il Creatore gli ha dato, della quale, invero, si avvale con una certa parsimonia, emettendo il suo verso quasi come un lamento che cresce per poi calare come sconsolato di sè.

Altrettanto sgraziati ma per nulla umili gli animali che frequentano i salotti televisivi, dai più prestigiosi (in termini di audience, ovviamente) e popolari fino a quelli di (bassa) Lega, i cui squallidi spettacoli altro non inscenano che la loro umana miseria e il penoso squilibrio mentale che li sottendono.

Di questi giorni il tormentone della rissa televisiva che ha opposto Carlo Pelanda   alla maggioranza dei membri della cosiddetta Unione dei Musulmani Italiani guidati dal loro fondatore e vate Adel Smith. Il fatto avvenuto nella serata di sabato 4 gennaio è stato riproposto nei quattro giorni successivi con gran scandalo per i comportamenti e le affermazioni che in quel contesto sono state esplicitate.

A questo punto sono legittime due domande.

Chi è e cosa rappresenta Adel Smith e la sua Unione?

In Italia l’associazionismo è libero e, fintanto che le associazioni non siano “riconosciute” attraverso una personalità giuridica di prefettizia o presidenziale concessione, lo Stato non mette naso nelle loro denominazioni, statuti e forme organizzative. Per tali ragioni, se io e mio cugino fondassimo un associazione dal nome “Califfato d’Italia” e scrivessimo in statuto che il legale rappresentante ha   prerogativa e potere di assumere il titolo di Califfo, ecco che potrei stampare carta intestata e presentarmi con tale appellativo. Non si rida, due musulmani hanno recentemente fondato a Torino una simile associazione: per statuto il presidente ha diritto di essere chiamato amir al mumin (Principe dei credenti   titolo attribuito al secondo dei successori del Profeta Muhammad e attualmente rivendicato solo dai sovrani della dinastia alauita regnante sul Marocco).

Adel Smith sostenuto da un manipolo (nel senso di quattro o cinque) accoliti, ha fondato un’associazione che ha ben pensato di chiamare Unione dei Musulmani d’Italia. E dopo aver fatto parlare di sé per aver scritto una lettera al papa invitandolo a convertirsi all’islam e protestato platealmente per un dipinto del XVI secolo che rappresenta una scena dell’Inferno dantesco è stato individuato dai media come l’estremista musulmano tipico.

Forte della sua cittadinanza italiana Smith non teme di essere espulso come qualche altro par suo straniero, insulta senza remore, è scostante, sottilmente minaccioso, personalmente antipatico.

Per queste caratteristiche dovrebbe essere isolato, ridotto mediaticamente al silenzio e invece la sua irresistibile ascesa nello spazio pubblico è folgorante.

Nella prima settimana del novembre 2001, le macerie delle torri fumavano ancora e il dibattito sulla compatibilità dei valori islamici e quelli occidentali è al suo culmine.

Bruno Vespa sta preparando una puntata di Porta a Porta su quegli argomenti e prevede di avere Smith tra gli ospiti in studio. La notizia filtra e tramite un notissimo inviato della Repubblica la redazione del talk show viene informata delle posizioni di Smith, del suo carattere, dell’assoluta inconsistenza dell’associazione da lui fondata e del fatto che il suo discorso sarebbe stato probabilmente offensivo nei confronti della religione cristiana.

Vespa se ne infischia e quella sera Adel Smith insulta il simbolo più importante del cristianesimo, offendendo milioni di fedeli e gettando nella costernazione la stragrande maggioranze dei musulmani in Italia.

L’indomani mattina l’effetto Smith raddoppia, un' intera pagina del Corriere della Sera riporta la sua conversazione con Gian Antonio Stella, prestigioso articolista del quotidiano di via Solferino. Una bella coincidenza.

Quando il 9 giugno 2002 Smith convoca tutto l’islam militante in un albergo dell’hinterland milanese per annunciare la costituzione di un partito islamico, il quotidiano del Presidente del Consiglio gli dedica un titolone su otto colonne, in prima pagina. Non si cita in numero dei presenti (poche decine) ma si riferiscono le sue iperboliche dichiarazioni sul numero degli aderenti.

Eppure c’era stato il secondo turno delle amministrative e c’erano notizie da dare.

Da allora, Smith imperversa, non sappiamo se a cachet o per sola passione, in diverse emittenti regionali o locali, segnatamente quelle di ispirazione leghista come TeleLombardia e recentemente Serenissima Televisione.

E’ il musulmano che i leghisti avrebbero inventato se non fosse apparso lui a levarli dagli impicci.

Sempre pronto allo scontro, sprezzante nei confronti della religione cristiana e dei suoi simboli, degno portavoce della più fantasiosa “conspiracy theory”.

Ogni suo exploit è sempre ben accolto e doviziosamente amplificato: ed ecco i columnist impegnarsi nello sforzo di spiegarcene l’essenza, i politici indignati invocare lo scioglimento del suo partito[1], le varie associazioni xenofobe pretenderne la deportazione (laddove Smith è italianissimo), tutti uniti per stracciarsi le vesti dopo avergli concesso spazio e la facoltà di rivendicare, senza apparente contraddizione, una leadership invero del tutto inesistente.   E cos? ha inizio il lugubre corteo dei “sepolcri imbiancati”, dal professore-pugile della Columbia University al patetico Sposini di Canale 5, il quale, dalla sua sguaiata e indecente tribuna infarcita di nudi e violenza gratuita, si arroga il diritto di evocare lo spettro di milioni di morti a fronte di un episodio farsesco.

Dovrebbe evidentemente dipendere dalla professionalità e dalla deontologia degli operatori dell’informazione verificare la reale consistenza di simili organizzazioni, il background e la personalità dei loro esponenti prima di accreditarli di fronte al grande pubblico come rappresentanti di quei musulmani d’Italia che, se li conoscono, li aborriscono.

E ora la seconda domanda: perché gli è stato concesso tanto spazio?

Nell’attuale contingenza internazionale e locale non si perde occasione per sviluppare un’azione pervicace e coerente tesa a fomentare nell’opinione pubblica un diffuso senso di fastidio, timore, ostilità, fino al più aperto rifiuto e all’odio indiscriminato nei confronti dei musulmani e dell’Islam.

L’obiettivo perseguito è evidente: rendere del tutto intollerabile alla maggioranza degli italiani la sola idea di dover/poter convivere con i musulmani e, di converso, rendere del tutto impossibile l’esistenza dei musulmani in questo paese.

Si tratta con tutta probabilità di un’azione di consolidamento delle retrovie. Già, perché la posizione geografica dell’Italia e l’allineamento del suo governo sulle note posizioni della Casa Bianca, rendono il suo territorio particolarmente nevralgico e strategicamente importante in vista delle prossime fasi dell’Enduring Freedom, quella “pace perpetua” che nella mente dei teorici dello “scontro di civiltà” (id est, “guerra totale” contro il mondo islamico) ha di mira i nostri coinquilini sull’altra sponda del Mediterraneo.

Niente-quinte-colonne-nelle-retrovie!

Hanno sentenziato i think-tank del Pentagono.

L’unico-musulmano-buono-è –il-musulmano-morto!

Ci ha ricordato qualche epigono texano di Buffalo Bill.

 Per ottenere un concreto sostegno ai faraonici progetti di onnipotenza dell’Impero è necessario ingenerare negli europei in generale e negli italiani in particolare un disprezzo, un timore e un odio viscerale nei confronti dei loro vicini musulmani, al punto che ogni azione contro di loro venga poi salutata da una parte cospicua della popolazione come giusta e liberatoria, per non dire sacrosanta e necessaria.

Ogni evento di massa, festa o svago generalizzato e atteso viene quindi subito inficiato dalle minacce dei famigerati estremisti islamici che i solerti servizi segreti amano propagandare. Siano Olimpiadi, o Mondiali di calcio, ricorrenze o viaggi papali, persino il capodanno a Times Square sempre incombe l’angoscia per gli occulti progetti di quei “maledetti rompic…che ci odiano per quello che siamo e quindi non è questione di trattarli meglio ma proprio di levarli da mezzo cosi' potremo finalmente stare tranquilli”.

Un banale episodio di comune criminalità diventa, sulle pagine dei principali quotidiani nazionali, un segno inquietante di una sorta di strisciante contropotere islamico operante nelle nostre città. Si paventa un’applicazione extragiudiziaria di una pena sharaitica (applicata peraltro in un solo paese al mondo) e si scomodano esperti e commentatori che pontificano sulla sostanziale, immutabile, definitiva incompatibilità tra ogni forma di islam vissuto e i “valori” occidentali.

Quando poi, col passare dei giorni, dalle balbettanti confessioni della vittima emerge in tutta evidenza che l’islam e la shariah non hanno nulla a che fare con quanto è accaduto, quando l’FBI definisce “falso allarme”   la notizia dei cinque terroristi islamici che si sarebbero infiltrati dalla frontiera canadese per   dinamitare Times Square a Capodanno[2],   nessuno si sente in dovere di porgere le scuse dovute.

E a che pro, se il male è già stato compiuto. Provate a chiedere a cento persone a caso chi abbia commesso l’attentato del 19 aprile 1995 ad Oklahoma City, 168 vittime tra cui 19 bambini? La maggior parte di quanti se ne ricordano addebiteranno tale infamia agli estremisti islamici perché tale era stata la versione ufficiale prontamente propagandata dalla nostra stampa nazionale, laddove quella USA si mostr? ben più prudente, per poi puntare decisa verso Timothy McVeigh (giudicato, condannato e giustiziato) e la sua banda di pazzi.

In questi frangenti, i vaneggiamenti a sfondo islamico dei personaggi più equivoci assurgono al rango di preziose testimonianze volte a dimostrare le tesi utilmente precostituite.

Esiste il terrorismo islamico in Italia? Certo, e la conferma ci viene proprio dal più improbabile degli imam, un   tale che afferma di essere stato all’uopo addestrato in Libia e di aver servito in Africa occidentale, il quale, come altre centinaia, forse migliaia (almeno un paio di migliaia secondo il citato Stella[3] e il citatissimo Magdi Allam)[4] di suoi simili, sarebbe pronto a scatenarsi non appena giunga l’atteso ordine.

Questi personaggi sono il triste risultato di un disordine mentale e spirituale che trova il suo degno contraltare soltanto nelle sconsiderate filippiche della Fallaci o nelle grottesche blaterazioni di un Borghezio.

Insomma ognuno usa la voce che possiede e gli asini non son da meno, talvolta oltre a ragliare scalciano.

 

   

[1] Proposta di Silvia Ferretto Clementi consigliere alla Regione Lombardia (AN)

[2] La Stampa del 8 gennaio ‘03

[3] Corriere della Sera 8 ottobre 2002

[4] “Bin Laden in Italia” di Magdi Allam, Mondadori