PRIMA
DI ISRAELE
di Enrico Galoppini
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Nella
vita di coloro che - morsi dalla ‘tarantola’ della sete di conoscenza -
hanno posto come priorità assoluta la coltivazione di sé e la ricerca
d’inediti saperi, l’imbattersi in un libro fuori dal coro della versione
dominante su un qualsiasi argomento è sempre un momento a dir poco
esaltante. Quando ciò accade, si prende un gran respiro e ci si tuffa a
capofitto nelle sue pagine, per riaffiorare magari un po’ in debito
d’ossigeno e mezzi tramortiti, ma certo rinvigoriti e pronti a riprendere
la ‘cerca’ con maggior forza e audacia.
Questa
è, a rifletterci un attimo, l’aurea norma delle persone sinceramente
innamorate della conoscenza, la ‘stella polare’ che indica il sicuro
cammino. E non mi riferisco agli «intellettuali», volutamente. Quelli sono
un'altra cosa. Gli «intellettuali» svolgono un ruolo funzionale al
sistema, per la precisione la definizione di ciò che è ammesso nel
pubblico dibattito e di ciò che ne è escluso. A queste persone la sete di
conoscenza si è prosciugata, intenti come sono a fissare divieti e
scomuniche, sempre per compiacere il sistema che li omaggia e li ossequia
facendoli sentire, appunto, «intellettuali».
E’
questo un punto che va compreso bene: il censore e chi cerca la conoscenza
non possono coesistere nella stessa persona, e chi incarna le due
inclinazioni è senz’altro persona di cui diffidare.
Ciò
premesso, il libro di Piero Sella, Prima
di Israele. Palestina, nazione araba, questione ebraica (Edizioni
dell’Uomo Libero, Milano 1996, pp. 424) non è un libro «politicamente
corretto», di quelli cioè che forniscono una versione edulcorata della
genesi e dello sviluppo della «questione palestinese», che a prima vista
sembrerebbe scaturire unicamente da fattori specificamente mediorientali o
da vicende storiche recenti. Con coraggio e con coerenza, l’Autore ricerca
le radici del problema: “La tempesta che si è addensata e che si sta
scaricando in questi decenni sulla testa del popolo palestinese è in realtà
solo l’ultima manifestazione della questione ebraica” [dalla
quarta di copertina].
Il
Sella, indagando le vicende politiche, militari, culturali e religiose
attraverso cui si è dipanata la storia della presenza israelita
all’interno delle differenti comunità europee, espone al lettore la
storia di una volontaria separazione e di un conseguente rifiuto: è il
fenomeno dell’«antisemitismo», ingiusto ma ineluttabile, le cui cause -
come già illustrato nel 1894 dall’israelita francese Bernard Lazare (cfr.
L’antisemitismo. Storia e cause, trad. it. Sodalitium, Verrua
Savoia 2000) - vengono qui ricondotte ad un pervicace ed esclusivista
razzismo talmudico etnico-religioso del quale anche i palestinesi hanno
potuto assaggiare il fanatismo e la portata distruttiva, e che ha sempre
innescato reazioni di rifiuto da parte di chi ne è stato colpito.
La
responsabilità di quel che è successo e che continua ad accadere in
Palestina è addossata senza mezzi termini ai sionisti ed ai loro
accondiscendenti alleati, ovverosia alla Gran Bretagna, che con il Mandato
controllava il flusso dell’immigrazione israelitica, e agli Stati Uniti
della potente Israeli lobby
(ma anche Francia ed Urss hanno avuto le loro responsabilità), sempre
pronte ad accogliere le crescenti richieste di un gruppo di pressione abile
nel capitalizzare «incomprensibili ingiustizie»; non, come si fa credere
solitamente, al «rifiuto arabo» o al «massimalismo» dei palestinesi, dei
quali la comunità d’israeliti residente in Palestina da lunga data mai
avrebbe avuto motivo di lamentarsi, proprio perché «palestinese» come gli
altri conterranei, musulmani, cristiani ecc.
Ma
un mondo reso impotente dai sensi di colpa per le persecuzioni subite dagli
israeliti da parte della Germania hitleriana (avallate tuttavia dal tacito
assenso di mezzo mondo, compresi Stati Uniti e Urss, paese quest’ultimo
dove misure antisraelitiche erano periodicamente adottate per motivi che il
volume che recensiamo aiuta a comprendere), tenuti sempre vivi da
un’incessante propaganda a tutto campo, ha assistito da spettatore alla
tragedia di un popolo avviatasi quando un gruppo organizzato ed influente,
dall’abile mimetismo, dalle ampie disponibilità finanziarie e dalle
molteplici ramificazioni ha individuato nella Palestina, sulla base di
infondate pretese storico-religiose (come hanno già dimostrato archeologi
d’università israeliane), la sede di un progetto messianico fattore di
perenne e desiderata destabilizzazione regionale (vista l’importanza
economica del Vicino Oriente) e quindi mondiale.
Il
libro affronta argomenti colpevolmente ritenuti tabù,
sui quali gli «specialisti» si guardano bene dal proferire parola, e pone
quelle elementari domande che tutti ci eravamo fatti ma alle quali finora
non si era ricevuta risposta. Se dell’inganno perpetrato dagli inglesi
verso gli arabi in modo da incanalare la loro lotta nazionale nell’alveo
dei loro disegni e di quelli dell’organizzazione sionistica, se
dell’artificioso smembramento della Grande Siria, e se dell’assoluta
noncuranza delle risoluzioni dell’Onu da parte dello Stato d’Israele già
si era letto (malgrado, curiosamente, non si approfondisca mai sui perché
di tali incredibili avvenimenti, ‘spiegandoli’ tutt’al più con le «prepotenze
dei più forti»), questo studio ci parla del Sionismo come risposta alle
tendenze disgregatrici in atto nel giudaismo europeo della seconda metà
dell’Ottocento in seguito alla cosiddetta «emancipazione ebraica», della
quale l’Autore ben individua il carattere dissolvente dell’irriducibile
alterità rispetto alle popolazioni europee e cristiane fin lì coltivata
dalle comunità israelitiche, e che perciò era avvertita come un pericolo
nel generale clima di secolarizzazione incoraggiato dalle «rivoluzioni
borghesi»; ci parla altresì delle mene condotte per giungere al risultato
che tutti abbiamo sotto gli occhi (gli aiuti al Giappone in guerra contro la
Russia zarista, certi passaggi della Rivoluzione in Russia, l’intervento
degli Usa nella Prima Guerra Mondiale eccetera); della presa di coscienza
della dimensione di ciò che andava profilandosi da parte del Sultano
ottomano ‘Abdul-Hamîd II fin dal 1882; dell’ipoteca posta con
l’ambigua formula del «Focolare ebraico» (2 novembre 1917) su un
territorio che all’epoca non apparteneva ancora né agli inglesi, né ai
destinatari del «focolare» (!); del modo assolutamente contrario ad ogni
accordo precedentemente stipulato con cui il Mandato venne gestito dagli
inglesi, e del vero e proprio «governo ombra» insediatosi grazie alla
netta preponderanza nell’amministrazione dell’elemento giudaico-sionista
su quello palestinese autoctono, a partire dalla persona dell’Alto
Commissario Herbert Samuel (1920-25); della provocazione crescente verso la
popolazione palestinese, posta sempre di fronte alla politica del fatto
compiuto, ossia del lento snaturamento etnico-culturale-religioso della
propria terra e della sua lenta estromissione dai gangli vitali del tessuto
socio-economico; della costante attenzione da parte britannica nel garantire
le necessarie garanzie di carattere geopolitico (ad es. lo spodestamento
degli hashemiti dallo Hijâz e la creazione dello Stato-cuscinetto giordano)
allo sviluppo di quello che, ad onta delle dichiarazioni di facciata, fin
dall’inizio venne concepito come lo «Stato Ebraico» (del resto era
questo il titolo della fondamentale opera di Theodor Herzl, il quale - sia
detto per inciso - nel 1901 offrì al Sultano due milioni di sterline per
l’acquisto della Palestina, vedendoseli nobilmente rifiutare; e la
retorica sull’epopea dei kibbutzim non tragga in inganno: «socialismo»
sì, ma solo per loro, come ha ben spiegato Israel Shahak in Storia
ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni, trad. it. Sodalitium,
Verrua Savoia 1997, con prefazione di Gore Vidal); dell’atteggiamento
negativo assunto dalle organizzazioni sionistiche nei confronti
dell’Italia dopo il Concordato del 1929 e della reale identità di parte
dell’antifascismo; del vittimismo di molti maggiorenti delle comunità
israelitiche, che ha fornito l’indispensabile base giustificatoria di ogni
vessazione ai danni dei palestinesi e ricattatoria nei confronti di
un’Europa ridotta all’immobilismo (emblematico il rifiuto opposto tempo
fa dalle autorità israeliane di incontrare il ‘Ministro degli Esteri’
dell’UE Solana, rimandato a casa come «ospite indesiderato»); della
collaborazione tra leaders
nazionalisti arabi sinceramente anticolonialisti e forze dell’Asse (in
merito si legga l’esauriente studio di Stefano Fabei, Il fascio, la
svastica e la mezzaluna, Mursia, Milano 2002, con prefazione di Angelo
Del Boca), mentre gli inglesi insistevano sulla via delle false promesse ai
palestinesi in modo da accattivarsene la benevolenza in vista
dell’imminente conflagrazione bellica (è il caso del «Libro Bianco» del
17 maggio 1939, che prevedeva un rigido contingentamento dell’immigrazione
ebraica e l’indipendenza della Palestina dopo dieci anni, accantonando
momentaneamente l’idea della spartizione – ma più corretto sarebbe dire
«partizione»); del terrorismo sionista operato dentro e fuori i confini
della Palestina (già dal 1944 contro rappresentanti inglesi e non solo; dal
dicembre 1947, in maniera sistematica, contro la popolazione civile): si
rievocano le ‘imprese’ di bande terroristiche come l’Irgun, la banda
Stern eccetera, addestrate dagli inglesi (per vedersi poi sparare addosso!),
e quelle del Mossad, i cui atti criminali perpetrati in tutto il mondo
rimangono sempre impuniti (dagli omicidi ai sequestri di persona: cfr. il
documentatissimo libro di E. Ratier, I guerrieri d’Israele, trad.
it. Sodalitium, Verrua Savoia 1998); della consueta enfasi posta
sull’attacco congiunto arabo del maggio 1948 a sostegno della tesi del «rifiuto
arabo», un attacco che vide 20.000 arabi contro 60.000 sionisti, per giunta
ben armati grazie al canale ‘cecoslovacco’ utilizzato da Stati Uniti ed
Urss dopo l’inspiegabile armistizio del 2 giugno, accettato dagli arabi
quando andava profilandosi una vittoria schiacciante; dei danni causati
dall’infiltrazione sovietica in un mondo arabo alla ricerca di un partner
di peso, che però al momento della verità ha sempre inclinato verso
Israele; dell’Apartheid
messa in atto nei confronti dei palestinesi sulla scorta di una ideologia
razzista già condannata dall’Onu (Risoluzione dell’Assemblea Generale
3379 del 10 nov. 1975; cancellata il 16 dicembre 1991 dopo che l’Iraq ba‘thista,
uno dei suoi promotori, era stato messo K.O.); della propaganda a senso
unico assicurata dal controllo dei mass
media occidentali da parte di esponenti della lobby sionista:
propaganda che, a colpi di «Nobel per la pace», fa indossare i panni della
«colomba» a personaggi la cui coscienza si è macchiata delle più
svariate nefandezze; dell’inesauribile espansionismo israeliano - del
resto simboleggiato nella stessa bandiera dello Stato o nelle carte del «Grande
Israele» effigiate sulle monete oggi in corso - camuffato da «operazioni
preventive» (la «guerra preventiva» non è certo nata oggi…) volte a
garantire il «diritto di esistere», i «confini sicuri» - oltretutto non
quelli fissati a suo tempo dall’Onu - ed altre accattivanti formule
inventate dagli strateghi di marketing
dell’opinione pubblica.
E
si potrebbe andare avanti pagine e pagine elencando la novità dell’opera
del Sella rispetto alla versione che va per la maggiore e, quel che è più
grave se non si vuol pensare che l’Università sia un covo di pavidi,
accademicamente sottoscritta tranne poche e coraggiose eccezioni.
In
sede di giudizio si può quindi sintetizzare il lavoro del Sella come il
tentativo riuscito ed ampiamente documentato di dimostrare che le radici
della «questione palestinese» sono da ricercare nei principi fondamentali
di una determinata concezione del mondo che, nell’evoluzione dei rapporti
tra chi la fa propria e gli altri, ha giustificato un’operazione di vera e
propria «pulizia etnica» messa in opera prima e dopo la guerra del 1948
spesso addotta come puntello alla tesi del «rifiuto arabo», la quale oggi
continua nonostante innumerevoli e fallimentari «piani di pace».
Il
suo limite, invece, a mio avviso risiede nel non tenere in debito conto il
ruolo dell’imperialismo britannico prima, statunitense poi,
nell’incoraggiamento, nella genesi e nel mantenimento di un vero e proprio
corpo estraneo inserito in un’area geopoliticamente fondamentale per la
strategia anglosassone di dominio globale. Che Israele senza il sostegno in
armi, soldi e propaganda da parte degli Usa (ai danni del mitico
contribuente americano, compresa la famiglia di Rachel Corrie, l’attivista
assassinata da un bulldozer israeliano mentre si opponeva alla demolizione
di un’abitazione palestinese!) non andrebbe molto avanti, è una verità
lapalissiana che Prima di Israele non evidenzia adeguatamente. In
altre parole, il libro talvolta comunica l’impressione che l’Autore
sopravvaluti la capacità dei gruppi di pressione giudaico-sionisti di
piegare chiunque ai loro voleri, trascurando che se lo Stato d’Israele ha
potuto prosperare è solo perché ha avuto alle spalle la
benedizione-protezione delle superpotenze.
Inoltre
il libro sottovaluta la forza che costruzioni simboliche molto diffuse nella
cultura statunitense hanno nella mobilitazione delle coscienze a favore
dell’impresa-Israele. Si tratta del «cristianosionismo», un fenomeno
prettamente WASP che spiega perché molti americani stanno con Israele. Il
sionismo è difatti oggigiorno una lobby che ha i suoi più ferventi
sostenitori (molti anche tra i non israeliti, tant’è vero che esiste un
attivo gruppo di «Rabbini contro il Sionismo») soprattutto fuori dal
territorio dello Stato d'Israele (la lettura di Israel Shamir, Carri
armati e ulivi della Palestina. Il fragore del silenzio, Crt, Pistoia
2002, è particolarmente istruttiva in tal senso).
Dopo
queste note critiche, un’ultima annotazione, che si ricollega alla
premessa. Al tempo delle demonizzazioni, degli «appelli alla vigilanza»
(acriticamente ed ingenuamente accettati dai più in virtù di riflessi
condizionati ed autocensure alle quali una propaganda capillare e
martellante educa fin da bambini) e alla richiesta di leggi speciali
continuamente auspicate da chi ha interesse a mantenere una spessa coltre di
omertà, auspicherei che a questo studio facesse seguito un serio confronto
sull’unico terreno degno su cui possono, meglio ancora devono,
confrontarsi opinioni differenti: quello della ricerca storica e non quello
del rifiuto a priori, per non parlare delle aule dei tribunali (si pensi al
caso Garaudy in Francia, filosofo già marxista tenuto in gran conto dall’establishment
culturale francese prima che esso ne decretasse l’ostracismo: in Italia il
suo I miti fondatori della politica israeliana è stato tradotto da
una casa editrice comunista «bordighista», Graphos, ma la ‘sinistra’
ufficiale sembra ignorarlo).
Completano
l’opera un’amplissima bibliografia ragionata ed una documentata
appendice cartografica e statistica curata da Gianantonio Valli. Per chi non
lo trovasse in libreria, il volume può essere richiesto direttamente alle Edizioni
dell’Uomo Libero, C.P. 1658, 20123 Milano (info@uomolibero.com).