Ritorno all'occupazione
indiretta?
di Ran HaCohen
antiwar.org
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Non c'e' nulla di complicato o misterioso nel conflitto israelo-palestinese. Diffidate di coloro che lo presentano come una questione estremamente complessa, con infinite ripercussioni politiche, storiche, religiose e culturali, su cui non e' possibile prendere una posizione se non si possiede una laurea in storia e tre decenni di militanza politica nell'AIPAC. E' piuttosto semplice: gli stati arabi e la leadership palestinese hanno in effetti riconosciuto il diritto di Israele di vivere in pace, se si ritira dai territori palestinesi occupati nel 1967, mentre Israele vuole tenersi questi territori, anche se non sa esattamente come. Il conflitto e' proprio questo.
Entro la cricca di governo israeliana - sia a livello politico che militare - ci sono due attitudini su come governare quei territori: l'attitudine diretta e quella indiretta. L'attitudine diretta vuole che sia l'esercito israeliano a fare il lavoro; quella indiretta preferisce la cooperazione di elementi palestinesi. Ci sono, naturalmente, miriadi di sfumature tra queste due posizioni - dopo tutto, ogni politico ed ogni opinionista cerca di essere originale - ma questi sono i due approcci basilari. Nessuno di essi vuole mettere fine all'occupazione: vogliono piuttosto edulcorarla.
Ciascuna attitudine ha i suoi pro e contro. L'attitudine diretta ha fiducia nei militari israeliani, che sono affidabili e sempre pronti ad estendere la loro sfera d'influenza; ma questa attitudine e' negativa sul fronte della pubblica opinione, ed inoltre i costi finanziari sono elevati. Usare i militari israeliani per governare milioni di civili porta ad una serie di attriti con la Corte Suprema e con i gruppi dei diritti umani. L'attitudine indiretta risolve molti di questi problemi: la politica e' delegata a palestinesi non soggetti alla legge israeliana, e' economica ed ha un aspetto più gradevole; ma i collaboratori palestinesi non sempre sono affidabili e potrebbero tradire gli interessi di Israele per il bene del loro popolo.
OSLO E DOPO
Gli anni di Oslo - 1993-2000, sotto i primi ministri Rabin, Peres e Netanyahu - furono senz'altro l'esperimento più elaborato per implementare l'attitudine indiretta, utilizzando l'Autorità Palestinese come il braccio lungo di Israele. Fu in effetti un esperimento piuttosto riuscito: sotto la copertura di un continuo "processo di pace", gli insediamenti israeliani crebbero a dismisura, e l'occupazione si radicò sempre più. Fu il primo ministro Barak, che si era opposto agli accordi di Oslo in favore di un'attitudine diretta, che - temendo forse che l'Autorità Palestinese potesse divenire troppo indipendente - riuscì in effetti a mettere fine all'esperimento (e ne diede poi la colpa ai palestinesi). Per distruggere le realtà create dall'attitudine indiretta, Barak ed il suo successore Sharon lanciarono il più globale assalto militare contro i territori palestinesi, rioccuparono direttamente quasi gli interi territori e demolirono le strutture dell'auto-governo palestinese, distruggendone le installazioni, schiacciandone i simboli di sovranità ed uccidendo i poliziotti palestinesi ogni volta fosse possibile.
MISTURA UNICA
L'occupazione e' una situazione intrinsecamente instabile. Quindi, né l'attitudine diretta né quella indiretta possono essere mai implementate in pieno. Ad esempio, anche quando Israele, secondo i principi dell'attitudine diretta, confina Arafat all'interno dei suoi devastati uffici di Ramallah, impiega la propaganda dell'attitudine indiretta ogni volta che accusa il "presidente" prigioniero di "non combattere il terrorismo", come se egli fosse ancora impiegato al servizio degli interessi di Israele. Cosa più importante, durante il passaggio dall'occupazione indiretta a quella diretta, dopo Oslo, Israele e' riuscito - in maniera unica e senza precedenti - a non riesumare le sue responsabilità per la vita quotidiana della popolazione occupata, lasciando alla devastata Autorità Palestinese, ed a qualche "stato donatore" il compito di badare all'istruzione, alla sanità etc: una conveniente reliquia dell'attitudine indiretta, che persino i più fervidi sostenitori dell'occupazione diretta stanno ben attenti a mettere in pratica, per ovvie ragioni finanziarie.
LA TENDENZA CAMBIA?
Dopo quattro anni di occupazione diretta, vi sono segni che Israele stia cercando di invertire la tendenza e ritornare ad un tipo di occupazione più indiretto. Ecco perché questi giorni stanno diventando una reminiscenza del periodo di Oslo.
La sconvolgente similarità con gli anni di Oslo e' divenuta chiara poche settimane fa, quando in Israele si e' aperta una controversia sulla questione di "riarmare la polizia palestinese" negli stessi termini di Oslo. La destra e' tornata al vecchio slogan di Oslo, "Non dategli armi", mentre i sostenitori della misura spiegavano che, se non veniva reinstallata un'occupazione parzialmente indiretta, Israele sarebbe stato considerato responsabile del "caos" nei Territori palestinesi. Ad ogni modo, solo pochi capirono che la misura (nel frattempo sospesa) non aveva nulla a che vedere con il "riarmo", ma piuttosto con il cambiamento delle regole d'ingaggio: i poliziotti palestinesi, armati durante gli anni di Oslo con il pieno consenso israeliano - le loro armi erano tutte registrate in Israele - divennero legittimi bersagli militari durante l'Intifada (Newspeak definì così questa licenza di uccidere: "uomini armati identificati ed uccisi dall'esercito israeliano"), una decisione che oggi Israele può invertire.
"DISIMPEGNO"
Il cambiamento più visibile nel discorso pubblico, anch'esso reminiscenza di Oslo, e' dovuto al "Piano di disimpegno" di Sharon, che consta di tre parti:
(a) radicare l'occupazione israeliana in Cisgiordania rafforzando ed espandendo i "blocchi degli insediamenti", con l'aiuto del Muro di Apartheid.
(b) rafforzare l'assedio a Gaza dal di fuori, nella maniera tipica dell'occupazione indiretta, culminato nel folle piano di scavare un fossato lungo la frontiera di Gaza per separarla dall'Egitto, e
(c) smantellare gli insediamenti israeliani a Gaza.
Ufficialmente questo piano viene presentato come "unilaterale", dal momento che entrambe le parti sono restie ad essere viste come desiderose di tornare all'occupazione indiretta; in effetti, però, i media riportano di una crescente cooperazione tra le agenzie di sicurezza israeliane e palestinesi. La cooperazione sembra essere così soddisfacente che, cosa del tutto insolita, Israele ha messo da parte la sua abitudine di puntare il dito contro l'Autorità Palestinese per il recente attacco kamikaze a Beersheba (lo ha puntato, stavolta, contro la Siria).
Cosa non sorprendente, le parti (a) e (b) del Piano di Disimpegno sono già state implementate, con il pieno supporto americano. Per quanto riguarda la terza parte - lo smantellamento degli insediamenti - l'unica questione che ha spazio nel discorso pubblico - l'unica decisione finora presa dal governo stabilisce che "solo nel marzo 2005 vi sarà un voto sullo smantellamento delle colonie", cioè nessun insediamento sarà per ora toccato.
FATTI, NON PAROLE
Il possibile ritorno ad un'occupazione più indiretta, e le similarità con Oslo, dovrebbero essere un monito. La cosa più allarmante e' la resa totale dell'intera schiera dei media e degli intellettuali liberali alla leggenda del "cambiamento spirituale di Sharon", trasformatosi da militare sanguinario ad "uomo di pace". Proprio come negli anni di Oslo, quando Israele riuscì a raddoppiare la popolazione colonica, la "conversione" di Sharon e' presa per vera, a dispetto di tutte le prove contrarie.
Il premier che avrebbe dovuto smantellare 20 colonie a Gaza non ha sinora mantenuto le sue promesse e non ha smantellato alcun avamposto in Cisgiordania, con l'esercito che viene definito "indifeso" di fronte alla violenza dei "coloni estremisti" ogni qual volta si arrivi al punto (com'e' facile, invece, distruggere le case palestinesi en masse!). L'enorme espansione e le ingenti sovvenzioni delle colonie vanno avanti come al solito: con il cosiddetto "supporto di Oslo", dato agli insediamenti ebraici fin dagli anni '90, un insediamento come Kiryat Arba riceve sussidi governativi pro-capite 12 volte maggiori rispetto a Bet Shemesh, in Israele, economicamente e socialmente simile a Kiryat Arba (Ha'aretz 25.8.04). E l'assassinio quotidiano del popolo palestinese prosegue, questa volta con il pretesto della "preparazione per il Piano di Disimpegno".
I pacifisti, in Israele e nel mondo, devono stare attenti a non ricadere nella trappola di Oslo. Un'occupazione indiretta e' malvagia come quella diretta, ed il campo della pace non dovrebbe dare credito alla "nuova immagine" di Sharon. Invece di citarne le belle ma vuote parole, dovrebbero esporre le sue azioni atroci. In caso contrario potremo risvegliarci di nuovo, troppo tardi, e scoprire che, mentre supportavamo le inutili promesse di Sharon, le sue azioni preparavano il terreno per altri decenni di sangue ed odio.
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traduzione a cura di www.arabcomint.com