Sfrecciando verso l'abisso
Intervista con Hanan Ashrawi*

"Eravamo stati spinti verso l'oblio nel 1948, ci era stato detto che non esistevamo. La gente credeva che saremmo scomparsi, ci saremmo dissolti, avremmo accettato la realtà della nostra negazione. Non e' accaduto. Abbiamo persistito, resistito, siamo rimasti nella nostra terra, con la nostra cultura, la nostra storia, i nostri diritti. E continueremo a farlo".

 

 

 

 

La lobby filo-israeliana ha dato vita ad una rabbiosa campagna di diffamazione ed intimidazione allorché fu annunciato che lei era la vincitrice del Premio per la Pace di Sydney del 2003. Ha ottenuto alcuni risultati simbolici: l'Università di Sydney ha ritirato l'uso della sua Aula Magna per la cerimonia, il sindaco ha dissociato la città dal premio. Sono state citate le parole dell'ex presidente della Sydney Peace Foundation   a Stuart Rees, l'attuale direttore: "Devo parlare in maniera logica. O Hanan Ashrawi o la Fondazione per la Pace. Tocca a noi scegliere, Stuart. La mia impressione e' che, se tu persisti nell'averla qui, essi (sic) ti distruggeranno" (Robert Fisk, "Quand'e' che 'arabo' e' diventata una parola sporca?", Independent, 6 novembre 2003). E' rimasta sorpresa dalla reazione alla sua scelta?

Sono rimasta sorpresa dall'intensità della reazione e da ciò che definisco "campagna d'odio". Ho ricevuto molti premi ed ho parlato in tutto il mondo, e questa e' la prima volta che una comunità così piccola riesce a spargere così tanto veleno, bugie, disinformazione, calunnie, diffamazione ... Non riesco a comprenderne l'impulso, la motivazione di poche centinaia di persone che sono riuscite a creare nubi di disinformazione in Australia.

Sapevo che non era l'intera comunità ebraica - la comunità ebraica non e' monolitica - e difatti ho ottenuto il sostegno di molti. C'e' stata poi una minoranza di estremisti, entusiasti del fanatismo, zeloti, che hanno deciso che nessun palestinese debba ricevere alcun riconoscimento. E' stato un processo di disumanizzazione e di esclusione.
Ma si e' ritorto contro di essi. Ha causato la mobilitazione di gente intimidita o poco attiva. Ha portato la gente che riteneva che questa strada non era percorribile, anche della comunità ebraica, ad uscire allo scoperto. Ha portato allo scoperto i palestinesi e la comunità arabo-australiana, come pure il campo della pace in Australia, così che, alla fine, e' stato a loro sfavorevole.

Sono rimasta stupita - sono arrivate migliaia di persone. Due sale erano zeppe, e vi era anche gente fuori. Le proteste negative erano un pugno, mentre quelle positive erano migliaia. Così, al solito, si sono sparati nel piede: molti di loro hanno ammesso di aver scelto una battaglia errata, e che non avrebbero mai dovuto farla.

Vi e' un certo grado di disperazione in queste campagne d'odio?

Sì, e credo che vi sia un livello di escalation dovuto al fatto di avere un governo così estremista - il più estremista e fanatico governo, il più militarista ed ideologico nella storia di Israele. A parte Sharon: vi sono i militari, gli ideologi ed i fondamentalisti tutti insieme in un governo. E' stupefacente.
Così in un certo senso essi hanno legittimato un linguaggio d'odio e di esclusione che non e' accettabile per nessun altro governo. Il linguaggio di questo governo, le sue tattiche e tutto ciò che ha fatto, hanno rafforzato il linguaggio dell'odio all'estero.
Credo che vi sia un grado di disperazione nel fatto che l'occupazione israeliana e' stata esposta per ciò che essa e'. Non possono più fare in segreto le loro cose, all'oscuro, siano esse gli assassini, le demolizioni, gli assedi, l'orribile muro di apartheid, la giornaliera e deliberata crudeltà verso i palestinesi. La pubblica opinione in occidente sta mutando, non importa quanto essi cerchino di mobilitare i loro alleati e di assoldare costose aziende di pubbliche relazioni. La verità comincia a venire fuori.

Un esempio di ciò e' il recente sondaggio della Commissione Europea su 7.500 cittadini di 15 stati membri dell'Unione, il 59% dei quali ha dichiarato che Israele e' "la più grande minaccia alla pace mondiale". Accusato di anti-semitismo, il presidente della Commissione Europea si e' effettivamente scusato con Israele per l'opinione dei suoi cittadini. Quanto e' significativo questo tipo di capitolazione dell'UE come attore e mediatore nel processo di pace - dato soprattutto il suo importante ruolo in un momento in cui il rifiuto israelo-americano e' al suo massimo?

L'UE e' stata esclusa e spinta nell'angolo dagli americani e da Israele. Persino il Quartetto nella sua interezza, come meccanismo, e' stato messo da parte. Gli USA pensano di avere il monopolio del processo di pace. E, naturalmente, questo fa parte delle 14 riserve che Israele ha posto sull'accettazione della Road-map: non trattare con nessuno che non sia l'Amministrazione americana. L'UE ed il Quartetto sono stati esclusi persino dal monitoraggio e dalla verifica, per non parlare del processo politico.

Dunque, io non parlo del livello ufficiale dell'UE, poiché abbastanza spesso essa fonda le sue relazioni con gli USA sulla base dell'interesse. Non entrerà mai in conflitto con gli USA per la Palestina, ad esempio. Può farlo per la questione dell'Iraq - a causa degli interessi personali, il problema dei fondi e così via. Ma, per ciò che concerne il processo di pace, ha permesso agli USA di dettare legge, limitandosi a  giocare secondo le regole degli americani. E dice: "Noi non siamo in competizione con gli USA, non siamo un'alternativa agli USA, non li mineremo". E ciò si ripete costantemente.
Invece sono gli USA che l' hanno minata ed esclusa. Quindi, anche se molte persone credono che la posizione ufficiale dell'Europa sia migliore di quella americana per ciò che riguarda il riconoscimento del diritto palestinese all'auto-determinazione e così via, ciò non viene tradotto in politica, e l'UE continua ad avere un ruolo marginale rispetto agli USA.

La pubblica opinione europea e' molto più informata ed attiva. E' più vicina, più consapevole, più coinvolta, e' una pubblica opinione attivista. Perciò si vedono manifestazioni oceaniche, non solo contro la guerra, ma per la pace, per i diritti umani. Ciò si riflette anche nel sondaggio che ha rivelato che il 59% dei cittadini vede Israele come una minaccia alla pace mondiale, perché essi sanno che Israele ha un arsenale di armi di distruzione di massa, e che ciò non e' assolutamente trasparente ed e' inspiegabile, e si comporta impunemente. Essi sanno cosa Israele sta facendo ai palestinesi, e sanno che esso e' il maggiore fattore destabilizzante dell'area, ed una fonte di estremismo.
Nessuno dovrebbe chiedere scusa per un sondaggio dell'opinione pubblica, nessuno può punire un'intera popolazione - si tratta della loro opinione. E' ridicolo.

In un'intervista di Ha'aretz intitolata "Il massimo di ebrei, il minimo di palestinesi", il ministro israeliano Ehud Olmert ha detto che, a causa delle ragioni demografiche, i palestinesi stanno perdendo interesse verso la soluzione dei due stati. Egli ha invocato una ridefinizione unilaterale delle frontiere dello stato palestinese da parte di Israele, poiché, tra non molto, gli ebrei saranno la  minoranza in questa terra. "Ciò significherebbe la fine dello stato ebraiche" (Ha'aretz, 14 novembre 2003). Può commentare?

Vede, non e' la questione della demografia che gioca secondo regole razziste. La Palestina e' storicamente pluralista. Non e' mai stata esclusiva di un'etnia o di un gruppo religioso. E' stata sempre aperta e diversa. Quindi ridurre la questione a semplice demografia non e' solo razzista: manca l'obiettivo. Non credo che debba esserci alcun approccio esclusivista, né palestinese né israeliano. 
Ad ogni modo, l'essenza del sionismo come fondatore di uno stato esclusivamente o maggiormente ebraico viene negata dalla stessa politica estremista di Sharon - ogni ideologia portata all'estremo si auto-nega. Il sionismo si e' auto-negato, poiché continua ancora a rubare terre pensando che possa averle senza il popolo. Non saranno più in grado di eseguire la massiccia pulizia etnica, o di ripetere la tragedia del 1948. I palestinesi non scompariranno, non si auto-espelleranno né si trasformeranno in una nuova ondata di profughi. E, in quel senso, sì, i palestinesi nella Palestina storica diverranno  infine  la maggioranza. Ma ci sono palestinesi musulmani, palestinesi cristiani e palestinesi ebrei - questa e' la questione. Questo e' ciò che spaventa la gente come Olmert e coloro che intendono preservare la purezza dello stato ebraico mediante l'apartheid.

Le dichiarazioni di Olmert sono estremamente razziste, perché lui desidera la terra senza popolo. Vuole ridisegnare unilateralmente i confini da una posizione di potere e di occupazione, per annettere più del  50% della Cisgiordania da luoghi in cui vi e' più terra e meno popolazione.
Finiranno con il realizzare la politica sharoniana dei bantustan, dei ghetti isolati, dei "centri per la popolazione" - puoi chiamarli come vuoi - purché Israele annetta il 58% della Cisgiordania.
Vogliono lasciarci il 42% della Cisgiordania in questi ghetti, e vogliono circondarci di insediamenti e barriere ... Saremo come animali in uno zoo. E ciò distruggerà di certo qualsiasi chance di una soluzione di due stati.
Non ho alcun problema con la soluzione dei due stati, ma voglio che la Palestina sia pluralista, anche solo il 22% della Palestina storica. Ma non chiameremo mai questi bantustan uno stato. E non vi e' alcuna soluzione unilaterale basata sulla forza o la violenza.

Quale ruolo gioca il Muro in tutto ciò?

Il Muro crea confini unilaterali. E' un muro politico, un muro di annessione, di apartheid, di imprigionamento. Imprigiona i palestinesi e crea fatti sul terreno che mettono fine alla possibilità di uno stato palestinese con continuità territoriale e praticabilità. Ruba le fonti idriche, le terre fertili, isola interi villaggi e comunità palestinesi. E creerà otto ghetti separati, riserve per palestinesi, totalmente circondati. Pensano che i palestinesi accetteranno la loro prigionia, ed accetteranno la trasformazione della Cisgiordania da gigantesca prigione ad una serie di celle d'isolamento.

Un recente sondaggio ha rivelato che, secondo l'85% dei palestinesi, l'Autorità palestinese e' corrotta ed il 90% chiede che essa venga riformata. Ma possono avere luogo elezioni e riforme vere sotto l'assedio israeliano? E' verosimile che la presenza di una leadership incompetente continui fino a che continui l'assedio?

Dovremmo avere dei sistemi di responsabilità in Palestina. Non vi sono scuse per corruzione, abuso di potere e cattivo uso dei fondi pubblici. Non giustifico questo tipo di abusi. Non li accetto. Ci sono aree che sono sotto il nostro controllo, questioni che sono sotto il nostro controllo e che dovremmo affrontare con onestà, integrità e responsabilità. 
Il popolo palestinese merita un sistema di governo onesto, che sia trasparente e che badi agli interessi del popolo, più che agli interessi personali ed alla lotta per il "potere". Così ritengo che una riforma interna non sia solo possibile, ma imperativa, anche sotto l'occupazione.

Viviamo sotto occupazione da decenni ed abbiamo avuto sempre elezioni, anche clandestine. Abbiamo insegnato clandestinamente quando scuole ed università venivano chiuse, abbiamo costruito la nostra realtà e mostrato il significato reale della resistenza civile - non per accettare la realtà distorta imposta con la forza delle armi, con l'occupazione, ma per creare la nostra realtà, una realtà umana, democratica, vibrante ed attiva, per sopravvivere e prosperare.
Ora dobbiamo affrontare due problemi. Da una parte, all'interno dell'Autorità - ma non voglio generalizzare - abbiamo gente che ha abusato del suo piccolo potere e della fiducia pubblica. All'opposizione abbiamo persone che hanno deciso di rispondere con attacchi kamikaze a nome di tutto il popolo palestinese.
Agli occhi dell'opinione pubblica internazionale, dunque, veniamo visti attraverso il duplice marchio di corruzione e "terrorismo". Globalmente, intendo dire in termini di percezione della gente, abbiamo perso l'umanità, l'integrità e la giustezza insite nella nostra causa. La gente ci vede attraverso questi riduttivi  stereotipi e marchi. Questo e' ingiusto. Sia l'Autorità che l'occupazione dovrebbero, in primo luogo, rivolgersi alla gente, alla società civile e siamo anzi noi che dovremmo responsabilizzare loro.  

Dal punto di vista israeliano, il "processo di pace" e' stato sempre un accordo sulla sicurezza, più che una soluzione  politica al conflitto.

Sì, questa e' la questione. E definiscono la sicurezza solo in termini militari.  Noi definiamo la sicurezza in termini umani - non solo da un punto di vista personale, ma territoriale, economico, geografico, storico, identitario, esistenziale, dal momento che vi sono molti aspetti diversi nella sicurezza umana.
Gli israeliani hanno definito la loro sicurezza come un fattore puramente militare, una sicurezza personale basata sulla forza militare. Questo non e' solo regressivo, e' controproducente. Hanno posto la loro versione della sicurezza come diritto esclusivo, nonostante l'occupazione e la totale distruzione della sicurezza palestinese in tutte le sue forme.  Questo non e' modo di garantire sicurezza per nessuno. 
La sicurezza non e' il pre-requisito per la pace. Se fossimo tutti sicuri e felici non ci sarebbe bisogno di processi di pace, né di soluzioni. Si firmano accordi proprio per garantire sicurezza a tutti. Un occupante non può aspettarsi un'occupazione piacevole, sicura, morale e felice, e non può aspettarsi di tenere sotto controllo un popolo occupato, o aspettarsi che esso accetti la sua prigionia e muoia tranquillamente. Non può mai esistere un'occupazione morale o sicura. Tutti i comportamenti negativi sono risultato diretto dell'occupazione stessa. E' un colonialismo post-neocoloniale, e questa e' la causa. E, naturalmente, deve esserci una correzione storica della tragedia palestinese. Ecco come si risolve il problema della sicurezza per tutti.

Vorrei chiederle in merito all'iniziativa di Ginevra. Ho appena trascorso tre mesi in Palestina e molta gente mi ha detto che l'iniziativa di Ginevra non prende in considerazione la questione dei profughi palestinesi, non tratta adeguatamente la diaspora palestinese che comprende il 60% del popolo palestinese. Può commentare? Può esserci un accordo di pace che non tratti giustamente del problema dei profughi palestinesi?

No, non c'e' alcun modo di ottenere una pace genuina se non si risolve in maniera giusta e comprensiva la questione dei profughi palestinesi. Questo e' un aspetto umano essenziale, non una questione demografica. Non si può dire a cinque milioni e mezzo di palestinesi: "Abbiamo una soluzione che vi esclude e che perpetua l'ingiustizia contro di voi". Deve esserci una soluzione giusta al problema dei profughi se si vuole una soluzione legittima e duratura al conflitto.
L'iniziativa di Ginevra, come molte altre del genere, e' utile in un modo, perché spezza il monopolio del discorso politico che hanno gli estremisti. Dice ad elementi di entrambi i popoli che si può parlare di pace, che c'e' voglia di pace, che vi sono partners su entrambe le sponde. Probabilmente e' un punto di partenza. Non penso sia un punto d'arrivo. Non penso che dovrebbe essere considerata come una trattativa conclusiva. E' forse solo una dichiarazione che genererà dei negoziati. Non so quanto lontano possa arrivare, ma di certo quando vi saranno seri negoziati ufficiali molte saranno le questioni da porre sul tavolo, per le quali ricercare soluzioni legali e giuste.

Dopo tre mesi in cui sentiamo dire che la road-map e' morta, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ieri l'ha approvata all'unanimità. 

Israele si e' impegnato a massacrare sistematicamente la road-map. L'inclusione delle 14 riserve nell'implementazione, se non nel testo, ha minato l'essenza stessa della road-map. Gli americani hanno detto che non avrebbero cambiato il testo secondo le riserve poste da Israele, ma che le avrebbero prese in considerazione al momento dell'implementazione. Così, hanno cominciato ad adottare l'approccio israeliano - un approccio sequenziale, condizionato, che chiede l'esclusione degli europei, delle Nazioni Unite e del Quartetto.
Ed ora si pretende che i palestinesi porgano l'altra guancia, e diventino perfettamente stoici mentre Israele può uccidere, distruggere, rubare terre e costruire muri senza avere nessuna responsabilità. La road-map e' stata distorta e dirottata da Israele.
Sia Israele che gli USA hanno lottato affinché la Road-map non andasse al Consiglio di Sicurezza - nonostante il fatto che proprio gli USA sono stati i maggiori pianificatori della stessa. Gli USA si sono ripetutamente rifiutati di permettere che qualsiasi questione andasse al Consiglio di Sicurezza e passasse senza opporvi il veto, o senza che venisse inclusa una nuova formula alle varie risoluzioni, in cui venisse condannato il "terrorismo palestinese", nominando i vari gruppi, come Hamas e Jihad Islami. Dunque mi chiedo se la road-map soffrirà dello stesso fato delle altre risoluzioni, a cominciare dalla 181, passando per la 242, 338, 33, fino alla 1397, 1402, 1403 ...
Israele ha immediatamente detto che non se ne preoccupa, che non obbedirà, che andrà avanti nella costruzione del muro, che non si ritirerà, che non rimuoverà insediamenti ed avamposti. Che fare, dunque? Abbiamo chiaramente uno stato-canaglia, che si e' storicamente rifiutato di implementare una sola delle risoluzioni ONU. Ed ora c'e' un'altra risoluzione. E' un altro tassello di un sinistro tracciato o c'e' una volontà politica di costringere Israele ad obbedire? Ne dubito. 
Nel suo discorso di Londra, Bush ha detto che Israele dovrebbe smettere la costruzione del Muro. Basta, però, che gli israeliani storcano il naso e Bush riprenderà a dire che "Sharon e' un uomo di pace".

Lei ha chiuso il suo discorso di accettazione, a Sydney, dicendo: "Stiamo sfrecciando verso l'abisso". Cosa prospetta il futuro alla più lunga occupazione militare dei tempi moderni?

Beh, se parlo di abisso vuol dire che non mi sento molto ottimista. Ma ho speranza che, nonostante tutto il male, c'e' una determinazione, una volontà, uno spirito che e' dalla parte dei palestinesi e nelle loro controparti in tutto il mondo, coloro che credono nella giustizia, in una pace giusta, che non si arrendono, che non si abbandonano alla disperazione e alla distruzione, che non mollano la loro volontà. Questa e' la mia speranza. Essa deriva da una fede vera nella giustezza della causa e nell'inevitabilità di una giusta soluzione. Non può esserci stabilità, né sicurezza, né pace per nessuno nella regione se non vi e' una giusta risoluzione al problema palestinese. E' una questione di tempo e determinazione.

Eravamo stati spinti verso l'oblio nel 1948, ci era stato detto che non esistevamo. La gente credeva che saremmo scomparsi, ci saremmo dissolti, avremmo accettato la realtà della nostra negazione. Non e' accaduto. Abbiamo persistito, resistito, siamo rimasti nella nostra terra, con la nostra cultura, la nostra storia, i nostri diritti. E continueremo a farlo.

Tutte le esperienze coloniali sono fallite, e tutti i colonizzatori hanno imparato che non si può soggiogare per sempre un popolo, una nazione. Gli eserciti possono sconfiggere altri eserciti, ma non possono sconfiggere la volontà di un popolo. Questa e' la lezione che Israele deve imparare. Spero che vi sia una nuova leadership in Israele. La fallimentare e tragica politica di Sharon, di Mofaz e della loro cricca apparirà in tutta la sua letalità agli israeliani ed a tutti gli altri.

Sono certa che ci sarà un risveglio, di cui siamo già testimoni, all'interno della pubblica opinione israeliana. Ci sarà un cambiamento e ci sarà globalmente genuina solidarietà e supporto per il popolo palestinese. Ed alla fine Israele sarà trattato come chiunque altro: non come uno stato al di sopra della legge, titolare di trattamenti preferenziali.

*Hanan Ashrawi, laureata in Letteratura Inglese, e'insegnante dell'Università di Bir Zeit. Parlamentare palestinese, e' uno dei membri più prominenti della scena politica ed intellettuale palestinese. Portavoce della Lega Araba, in qualità di donna, cristiana e palestinese  contribuisce a sfatare molti falsi miti con la sua sola immagine.

  
Intervista condotta a Ramallah il 21 novembre 2003
Jon Elmer e' l'editore del giornale online "From Occupied Palestine".
L'articolo ci e' giunto via Palestine Chronicle
traduzione a cura di www.arabcomint.com