Si e' spenta la voce di Edward Said
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Piangiamo con grande tristezza la morte di Edward Said, portavoce della cultura e della letteratura palestinese nel mondo. Da quasi dieci anni lottava contro una terribile malattia, che l'ha stroncato stamane, 25 settembre, nella sua casa di New York, a 68 anni. Nato nel 1935 a Gerusalemme, quando la città faceva parte del protettorato britannico, trascorse la maggior parte della sua vita adulta negli Usa, dapprima come studente a Princeton e Harvard, poi diventando un celebre critico letterario specializzato in letteratura inglese. Si occupava di numerose aree culturali: dalla letteratura alla musica alla politica. Voce potente e molto ascoltata tra gli intellettuali coinvolti nell'analisi del conflitto israelo-palestinese, si schierò sempre con nettezza dalla parte delle "vittime delle vittime", così lui - in un suo libro - definì i palestinesi. Acuto, attento, estremo, giunse a scagliare una pietra contro un militare israeliano di guardia sul confine libanese durante una visita in Terra santa, nel 2000. Fu, quello, un gesto di ribellione e di amara impotenza, il gesto di un uomo che aveva avuto il coraggio e la radicalità di criticare Yasser Arafat per la firma degli accordi di Oslo, nel 1993, paragonando allora l'autorità palestinese al governo collaborazionista francese di Vichy. |
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Aveva scritto sul settimanale in lingua inglese pubblicato al Cairo, Al-Ahram: «Sono stato spinto a difendere la causa dei rifugiati perché io non ho vissuto quella condizione, e per questo ho sentito il dovere di sottolineare in ogni modo la sofferenza del mio popolo».
Il suo viaggio in Palestina, nel
suo luogo di nascita, nei primi anni '90 dopo decenni di esilio, aiutò molti
palestinesi a venire a patti con la propria esperienza di esilio e dispossesso.
I suoi libri, tra cui "La questione palestinese", "La politica
dell'esproprio" e "Fuori posto", restano capisaldi che danno
personalità ed umanità alla lotta palestinese e la pongono in un contesto
politico. Nelle sue memorie, rivelò la profondità del suo coraggio e della sua
onestà guardando a sé, al suo passato ed alla sua società con occhio critico.
Nonostante la situazione sempre più deteriorata in Palestina, Said non si
arrese mai alla disperazione. Fino a pochi giorni prima di morire, egli si era impegnato
attivamente nell'Iniziativa Nazionale Palestinese, un movimento con l'obiettivo
di mobilitare l'energia dell'intera popolazione verso una resistenza non
violenta per la liberazione nazionale.
Eppure il significato più grande del contributo di Said non si esplica solo nella lotta personale per la giustizia e la pace in Palestina: egli collocò la causa palestinese entro una più vasta lotta per una visione realmente universale ed umanistica, scevra dallo sciovinismo etno-nazionalistico e dal fanatismo religioso. Con il suo esempio, dimostrò che essere fedeli ad una causa non significava essere ciecamente leali verso i leaders ed i simboli. Il suo impegno per il mondo arabo, ed il suo fiero criticismo del suo attuale status quo, era importante tanto quanto il suo lavoro incessante a favore della comunicazione con l'occidente.
Edward Said era una fonte di umanità, compassione, fervore intellettuale e creatività. Mai come oggi, in un momento in cui il rude esercizio di potere e fanatismo minaccia di spegnere il discorso globale, la sua insostituibile voce merita di essere ascoltata.
Proponiamo di seguito uno dei migliori articoli scritti di Edward Said, qualche settimana prima che Bush e la sua amministrazione sferrassero il letale attacco contro l'Iraq.
Quando resisteremo?
di Edward Said
Apriamo quotidianamente il New York Times per leggere l'articolo piu' recente sulla guerra in preparazione negli Stati Uniti. Un altro battaglione, un'altra squadra di portaerei, un numero sempre crescente di aerei, nuovi contingenti militari che si muovono nell'area del Golfo Persico. Un'enorme forza, deliberatamente intimidatoria, viene mostrata all'esterno dall'America, mentre, sul fronte interno, cattive notizie economiche e sociali si moltiplicano con altrettanta continuita'.
La colossale macchina capitalistica sembra barcollare, schiacciando con se' la grande maggioranza dei cittadini. George Bush propone un altro consistente taglio alle tasse dell'1% della popolazione, gia' colossalmente ricco. Il sistema dell'istruzione pubblica e' in crisi e l'assistenza sanitaria non esiste per oltre 50 milioni di americani. Israele chiede un aiuto extra di 15 miliardi di dollari per le spese militari. E la disoccupazione cresce inesorabilmente, con centinaia di posti di lavoro andati perduti ogni giorno.
Eppure, i preparativi per una guerra dai costi inimmaginabili vanno avanti senza ne' pubblica approvazione ne', almeno fino a poco fa, disapprovazioni drammaticamente notevoli. Una indifferenza generalizzata tra la maggioranza della popolazione (nella quale convergono, tuttavia, paura, ignoranza ed apprensione) ha salutato i progetti guerrafondai dell'amministrazione e la sua sostanziale inespressivita' verso la sfida lanciatale dalla Corea del nord. Nel caso dell'Iraq, con nessuna arma di distruzione di massa di cui parlare, gli USA progettano una guerra; nel caso della Corea del nord, viene offerto aiuto economico ed energetico. Che umiliante differenza per gli arabi il caso della Corea del Nord, essa stessa una dittatura ben consolidata!
Nel mondo arabo-islamico, la situazione appare piu' particolare. Da quasi un anno, politici americani, esperti regionali, funzionari dell'amministrazione e giornalisti indegni ripetono accuse che sono divenute uno standard allorche' si parli di Islam e di arabi. Molto di cio' e' precedente all'11 settembre. Al coro praticamente unanime di oggi, si aggiunge il rapporto delle N.U. sullo sviluppo, il quale mette in evidenza le lacune dei paesi arabi nel campo della democrazia, dell'istruzione e dei diritti umani. Bisogna dire che tra quei paesi, ai primi posti vi sono i cosiddetti alleati degli USA.
I solo arabi "buoni" sono quelli che appaiono nei media osannando senza riserve la modernizzazione della cultura e della societa'. Ricordo le cadenze senz'anima delle loro frasi, tipiche di coloro che, non trovando nulla di positivo da dire di se', della loro cultura e del loro linguaggio, regurgitano semplicemente le vecchie formule americane che hanno gia' fluttuato per l'etere e riempito intere pagine di stampa. Manchiamo di democrazia, essi dicono, non abbiamo sfidato l'Islam abbastanza, dobbiamo fare di piu' per allontanare lo spettro del nazionalismo arabo ed il credo dell'unita' araba. Questa non e' altro che screditata spazzatura ideologica. Dell'Islam e degli arabi e' vero solo cio' che diciamo noi ed i nostri istruttori americani - cioe' i cliche' orientalisti vaghi e riciclati di mediocrita' instancabili quali Bernard Lewis -, insistono. Tutto il resto non e' realistico ne' pragmatico. "Noi" dobbiamo modernizzarci - laddove modernizzazione significa occidentalizzazione, globalizzazione, liberalizzazione di mercato, democratizzazione, qualunque cosa questi termini possano significare. Ci sarebbero interi saggi da scrivere su Fuad Ajami, Fawwaz Gerges, Kanan Makiya, Shibli Talhami, Mamun Fandy, il cui linguaggio emana sudditanza, inautenticita' ed imitazione disperatamente artificiosa imposta loro.
LO scontro delle civilta' che George Bush ed i suoi scagnozzi cercano di fabbricare come copertura per una guerra preventiva contro l'Iraq per il petrolio e l'egemonia si suppone che risulti in un trionfo della modernizzazione forzata all'americana. Non importano le bombe e la ferocia delle sanzioni, le quali restano innominate. Questa sara' una guerra purificatoria, il cui scopo sara' quello di scalzare Saddam ed i suoi uomini e sostituirli con una mappa ridisegnata dell'intera regione. I nuovi Sykes-Picot. La nuova Balfour. I nuovi 14 punti di Wilson. Insomma un nuovo mondo. Gli iracheni, ci dicono i loro compatrioti "dissidenti", daranno il benvenuto alla liberazione, e, forse, dimenticheranno tutte le loro passate sofferenze. Forse.
Nel frattempo, la
distruttiva situazione palestinese peggiora sempre piu'. Sembra che non vi siano
forze in grado di fermare Ariel Sharon ed il suo ministro Shaul Mofaz dalla
continua sfida imposta al mondo. Proibiamo, puniamo, assassiniamo, distruggiamo.
Il torrente di una violenza illimitata investe sempre piu' un intero popolo.
Mentre scrivo queste righe, ho avuto notizia del fatto che il villaggio di
al-Daba', nell'area di Qalqiliya, sara' spazzato via da bulldozers israeliani
made in USA da 60 tonnellate: 250 palestinesi perderanno le loro 42 case, 700
dunums di terreno agricolo, una moschea ed una scuola elementare per 132
bambini. Le N.U. assistono impassibili, mentre le sue risoluzioni vengono
sbeffeggiate ogni ora. Ahime', George Bush preferisce identificarsi con Sharon
piu' che con il sedicenne palestinese usato come scudo umano dai militari
israeliani.
In questo contesto, l'Autorita' palestinese si offre per un nuovo processo di pace, sul tipo di Oslo. Dopo essere stato preso in giro per dieci anni, sembra che Arafat ne senta la mancanza. I suoi fedeli luogotenenti fanno dichiarazioni e scrivono opinioni per la stampa, suggerendo la loro piu' o meno marcata disponibilita' ad accettare qualsiasi cosa. Invece, la grande massa di questo popolo eroico sembra voler andare avanti, senza pace e senza respiro, sanguinante, affamato e morente, un giorno dopo l'altro. Ha troppa dignita' e troppa fiducia nella giustezza della sua causa per sottomettersi vergognosamente ad Israele, come hanno fatto i suoi leaders. Cosa puo' essere piu' demoralizzante per un cittadino di Gaza che continua a resistere contro l'occupazione israeliana che vedere i suoi leaders in ginocchio, supplicanti ai piedi degli americani?
In questo panorama di desolazione, cio' che cattura lo sguardo e' la terrificante passivita' ed inadeguatezza dell'intero mondo arabo. Il governo americano ed i suoi servi elaborano una dichiarazione d'intenti dopo l'altra, muovono truppe e materiali, trasportano carriarmati e distruttori mentre gli arabi, individualmente e collettivamente, non riescono ad opporre nemmeno la piu' blanda critica. Riescono solo a dire: no, non userete le basi militari sul nostro territorio, per tornare sui loro passi qualche giorno dopo.
Perche' tanto silenzio e tanta stupefacente passivita'? La piu' grande potenza della storia sta per lanciare una guerra contro un paese arabo sovrano, il cui scopo dichiarato non e' solo quello di abbattere il regime Ba'ath ma quello di ridisegnare l'intera regione. Il Pentagono non ha fatto mistero del suo piano di voler riassettare l'intero mondo arabo, cambiando regimi e frontiere nel corso del processo. Nessuno sara' al sicuro se e quando questo cataclisma arrivera'. E la risposta qual'e'? Silenzio, o, al massimo, qualche vaga ed educata presa di posizione. Milioni di persone saranno influenzate da questi fatti, eppure l'America li ha predisposti senza neppure consultarli. Meritiamo tale razzistica derisione?
Cio' non e' solo inaccettabile: e' incredibile. Come puo' una regione abitata da quasi 300 milioni di arabi attendere passivamente che scoppi la bomba senza tentare uno scatto collettivo di resistenza? La volonta' araba si e' completamente dissolta? Persino un condannato a morte ha, di solito, le ultime parole da pronunciare. Perche' li' non c'e' nessuna testimonianza finale verso un'era della storia, verso una civilta' che sta per essere schiacciata ed orribilmente trasformata, verso una societa' che, nonostante le debolezze, va avanti e funziona?
Neonati arabi
vedono la luce ogni ora, i bambini vanno a scuola, gli uomini e le donne si
sposano, lavorano, fanno figli, giocano, ridono e mangiano, sono tristi, si
ammalano e muoiono. C'e' amore ed amicizia, complicita' ed eccitazione. Si', gli
arabi sono mal governati e vengono repressi, ma riescono ad andare avanti
nonostante tutto. Questa e' la realta' che ignorano sia i leaders arabi che gli
USA quando indirizzano vuoti gesti alla cosiddetta "piazza" araba
inventata da qualche banale orientalista.
Chi pone le domande esistenziali sul nostro futuro come popolo? Il compito non
puo' essere lasciato ne' ai fanatici ne' ai sottomessi. Invece i governi arabi -
anzi, gran parte dei paesi arabi, dalla cima al fondo, - stanno seduti ad
aspettare le minacce di un'America che ammassa truppe per mostrare i pugni. Il
silenzio e' assordante.
Anni di sacrificio
e lotta, di ossa spezzate in centinaia di prigioni e camere di tortura
dall'Atlantico al Golfo, famiglie distrutte, poverta' e sofferenza infinite.
Eserciti imponenti e costosi. Per cosa?
Non e' questione di partito, di ideologia o fazione: e' la questione che il
grande teologo Paul Tillich ha definito "serieta' finale". La
tecnologia, la modernizzazione e la globalizzazione non sono la risposta per
cio' che adesso ci minaccia come popolo. Nella nostra tradizione abbiamo un
intero discorso secolare e religioso concernente l'inizio e la fine, la vita e
la morte, l'amore e la rabbia, la societa' e la storia. E' tutto li', ma nessuna
voce, nessun individuo di grande visione ed autorita' morale sembra in grado di
attingerne e portarlo all'attenzione.
Siamo alla vigilia di una catastrofe che i nostri leaders politici, morali e religiosi riescono a malapena a denunciare mentre, tra sussurri, porte chiuse e ammiccamenti, fanno piani per uscire indenni dalla tempesta, in qualche modo. Pensano alla sopravvivenza, forse al paradiso. Ma chi pensa al presente, alla terra, all'acqua, all'aria ed alle vite che dipendono le une dalle altre per sopravvivere? Nessuno, sembra.
C'e' una meravigliosa espressione che molto precisamente ed ironicamente coglie la nostra inaccettabile impotenza, passivita' ed inadeguatezza a difenderci, proprio nel momento in cui abbiamo bisogno di tutta la nostra forza. L'espressione e': l'ultimo spenga la luce. Siamo vicini ad un genere di stravolgimento che lascera' ben poco al suo posto e, pericolosamente, molto poco persino da annotare, eccetto che l'ultimo ordine che impone l'estinzione.
Non e' ancora
arrivato per noi come collettivita' il tempo di chiedere e formulare
un'alternativa genuinamente araba alla catastrofe che sta per travolgerci? Non
e' una volgare questione di cambiamento di regime, anche se Dio sa che ne
avremmo bisogno. Di certo non puo' essere un ritorno ad Oslo, un'altra offerta
affinche' Israele accetti, per favore, di lasciarci vivere, un'altra
insostenibile, miserabile, disonorevole domanda di grazia.
Ci sara' qualcuno che verra', nella luce del giorno, ad esprimere una visione
per il nostro futuro che non sia basato sui progetti di Donald Rumsfeld e Paul
Wolfowitz, due icone di potere vuoto e smodata arroganza? Spero che qualcuno mi
ascolti.
traduzione a cura di www.arabcomint.com