IL SIONISMO E LA CITTA’ PALESTINESE

                                   

di Eli Aminov

 

 

 

Nel periodo in cui iniziò l’insediamento Sionista, il popolo Palestinese venne interrotto nel bel mezzo di un intenso processo di attuazione delle caratteristiche che conformano una moderna nazione all’interno della propria patria.

 

 

Il processo di colonizzazione in Palestina – includendo la sostituzione della sua popolazione originaria con immigrati Ebrei, la trasformazione delle terre Palestinesi in terre del popolo Ebraico e il trasferimento degli abitanti con la trasformazione della maggior parte di loro in rifugiati – è divenuto, negli anni recenti, materia di partenza per una seria ricerca e di un interesse accademico assai diffuso. Tuttavia, nella ricerca  relativa alla storia della Palestina ed al processo di espropriazione del popolo Palestinese, è stato trascurato o ignorato un aspetto centrale: un esame della relazione tra il movimento Sionista e la città Palestinese.

 Nella coscienza collettiva Israeliana, I Palestinesi erano visti come fellahin (contadini) da tempo immemorabile, o tutt’al più come Beduini, banditi e pastori. Non è questo il caso: si dovrebbe ricordare che fu solo nel 1948 che la società Palestinese (all’interno dei confini del nuovo stato d’Israele) divenne una società rurale in modo così schiacciante, con la scomparsa o l’espulsione della popolazione urbana Palestinese, come vedremo sotto.

Nel periodo in cui iniziò l’insediamento Sionista, il popolo Palestinese venne interrotto nel bel mezzo di un intenso processo di attuazione delle caratteristiche che conformano una moderna nazione all’interno della propria patria. La società Palestinese era certamente per la maggior parte una società agricola, ma la stratificazione sociale che si produsse a seguito della penetrazione del capitale Europeo si estrinsecò nella formazione di nuove classi sociali sulla base dei rapporti capitalistici. Già all’inizio del Mandato Britannico, sotto il cui patrocinio l’insediamento Sionista crebbe e si sviluppò sul territorio, un quarto della popolazione locale Palestinese risiedeva nelle città. Alla fine del Mandato la stessa popolazione era salita al 34%. Il grado di urbanizzazione dei Palestinesi era particolarmente elevato per un paese del Medio Oriente. La Palestina, inoltre, era uno dei paesi più sviluppati, nel campo tecnologico, dell’intero Medio Oriente. Ad esempio, il livello di mobilità – il numero di automobili per mille abitanti, tra gli Arabi Palestinesi era più alto che in ogni altro paese della regione, fatta esclusione per il Libano, ed era più elevato che in Bulgaria ed in Polonia in quello stesso tempo. La media di famiglie con apparecchi radio ( per quanto oggetti recenti e costosi ) era quattro o cinque volte superiore a quella dell’Egitto e Siria. Le città servivano da connessione, collegando la società locale alle trasformazioni, alle innovazioni, alle invenzioni e alle nuove idee del mondo intero, divenendo al tempo stesso laboratorio per lo sviluppo delle idee nazionalistiche.

Nel 1946, in Palestina, c’erano 11 città con più di 10.000 abitanti; di esse tre avevano una popolazione Araba di circa 70.000 ciascuna : Jaffa , Haifa  e Gerusalemme. Nelle grandi città non erano sviluppati solo il commercio, le banche, l’industria leggera ed i trasporti, ma anche la vita culturale di una società ricca e variegata: c’erano cinema, caffè, clubs sociali, organizzazioni giovanili e femminili, giornali, settimanali, clubs sportivi, teatri, istituti per lo studio di lingue straniere e perfino un club aeronautico (a Gerusalemme). Tali fenomeni non erano presenti solo nelle grandi città, ma anche in città di medie dimensioni come Tsafat, Tiberias, Beit Shean, Acco, Lod, Ramleh e Beersheba, che avevano la funzione di centri urbani, sociali ed amministrativi per la popolazione Palestinese.

La classe lavoratrice Palestinese e le sue organizzazioni giocavano una parte importante nella vita delle grandi città, ma la vita culturale era stimolata e sviluppata principalmente ad opera di un ampio strato della classe piccolo-borghese che vi stava emergendo. Questo strato era avverso al Sionismo e spesso criticò la dirigenza Palestinese feudal-borghese che era legata al capitale straniero, al regime coloniale, alle monarchie Arabe e perfino al Sionismo. Ciò nonostante, la piccola-borghesia mai si dissociò dalla guida politica o sviluppò opinioni politiche indipendenti. Tuttavia questo strato fornì la guida ideologica al movimento nazionalista in ambedue le versioni, pan-Araba e Palestinese. L’importanza di questo strato nella struttura nazionale Palestinese divenne concretamente percepibile quando si esamina la sua disponibilità a pagare le tasse al Comitato Direttivo Arabo, perfino prima della grande sollevazione [1936-39, diretta contro il Colonialismo Britannico ed I suoi atteggiamenti politici filo-Sionisti].  Il Comitato Direttivo fece fronte alle spese tramite la contribuzione volontaria ed impose tariffe nelle varie regioni. Jaffa, ad esempio, riuscì a raccogliere l’ 84 % delle tariffe imposte ad essa, Ramleh e Lod l’86 %. Jaffa, la cui popolazione costituiva l’8 % della popolazione totale della Palestina, nel 1929-30 contribuì a più del 20 % del bilancio del Comitato Direttivo. Perciò non è sorprendente che data l’importanza di questo settore della popolazione nella struttura nazionale Palestinese, esso – e la sua incubatrice, la città Palestinese – si conquistarono l’odio sfrenato del movimento Sionista.

Questa avversione entrò in azione nella guerra di ripartizione del 1947-48: la maggior parte delle città Arabe venne conquistata e “purificata” prima del 15 maggio 1948, data alla quale ufficialmente si scatenò la “guerra d’indipendenza”. La popolazione urbana Araba di Haifa, Tiberias e Tsfar, così come dei dintorni Arabi meridionali e occidentali di Gerusalemme, venne allontanata prevalentemente nell’Aprile del 1948,  proprio sotto il naso dell’Amministrazione Mandataria Britannica. Al fine d’incoraggiare la fuga dei residenti Arabi che restavano nelle loro case di Gerusalemme, l’Agenzia Ebraica si dette da fare per spargere la voce che le proprietà di quegli Arabi che avrebbero abbandonato le loro case a causa degli scontri, sarebbero state restituite loro alla fine dei combattimenti (Yediot Aharanot   5/4/1948). Naturalmente ciò era solo una favola. Quando gli scontri terminarono, soltanto il 5 % della popolazione Araba originaria restò nelle città Arabe, includendo Jaffa, Lod, Ramleh e le altre città citate in precedenza – e questo numero comprendeva addirittura anche i rifugiati dai villaggi Arabi dei dintorni. Queste città vennero popolate da Ebrei ed i rifugiati Palestinesi che rimasero furono concentrati in quartieri Arabi separati, come Wadi Nissnass ad Haifa, Ajami a Jaffa e la città vecchia a Ramleh. La città Palestinese cessò di esistere come fattore di risveglio e fermento di progresso a partire da una prospettiva nazionalistica. La sua assenza rese possibile l’istituzione di un’amministrazione militare, economica e conveniente per le autorità, ad una società che venne costretta a ripiegare su se stessa indietro di molte generazioni. La scomparsa della città Palestinese trasformò la società Araba in Israele da una società organica con una stratificazione in classi sviluppata, in una società marginale subordinata ai centri urbani Ebraici, compresa la totale dipendenza del proletariato Palestinese dai siti d’impiego nelle comunità Ebraiche.

Le uniche città nelle quali rimase una consistente popolazione Palestinese furono Nazareth e Mijdal Gad. I Sionisti ebbero paura nel portare a termine la “purificazione” etnica  di Nazareth, per l’importanza della città nel mondo Cristiano perciò, dai villaggi circostanti, spinsero i rifugiati entro la città, per inquinare in tal modo le sue istituzioni grazie ad una nuova popolazione rurale.

La logica d’intervento adottata dalle autorità a Mijdal fu, invece, completamente diversa.  Questa città, dove, dopo la guerra del 1948, era rimasto un quarto della sua popolazione, era divenuta una sorta di centro di soccorso per quei rifugiati che tornavano furtivamente indietro oltre i confini per fare il raccolto dei loro campi o per ricuperare le proprietà mobili che erano state lasciate addietro. L’amministrazione militare vi spostò dalle tribù Beduine di Jawarish un clan (hamula) di collaboratori allo scopo di controllare i residenti della città. Ciò non permise di portare a termine l’assistenza offerta dai residenti della città ai loro fratelli e quindi il loro destino fu segnato. Il 17 Agosto 1950 i residenti di Mijdal Gad ricevettero gli ordini di espulsione e, in presenza dei soldati Israeliani, fu richiesto loro di sottoscrivere la dichiarazione che essi stavano abbandonando le loro case di loro spontanea volontà. Nell’Ottobre dello stesso anno, tutti i residenti erano stati tradotti nella Striscia di Gaza. Sulle rovine delle loro case venne costruita la città di Ashkelon.

La distruzione delle città Palestinesi ed il blocco delle loro ricrescita, per il loro ruolo di punti focali al concretarsi della coscienza nazionale Palestinese, fu uno degli obiettivi principali di coloro che ebbero la responsabilità degli “Affari Arabi” nei successivi governi Israeliani. La città Palestinese che, in contrapposizione al villaggio fatto di tribù e clan (hamula ), si sviluppa popolata da individui che formano nuove connessioni sociali, personali e culturali, è stata sempre una minaccia per l’identità Israeliana che si è costruita sui miti del Sionismo. Questo processo affrettato ed artificiale di edificazione di una nazione Ebraico-Israeliana poteva tener testa alla presenza di una popolazione nativa di carattere agricolo, nomade e primitiva. L’esistenza invece di una Palestina urbana, nel passato così come nel presente, scuote ripetutamente le fondamenta dell’esistenza reale del colonialismo Sionista e ne distrugge tutte le giustificazioni; Israele ha perciò utilizzato svariati metodi e stratagemmi per ostacolare l’urbanizzazione della società Palestinese.

A dispetto della crescita della popolazione Palestinese, fin dal 1948, come risultato di un naturale incremento, non si è manifestata alcuna migrazione verso le città miste o Ebraiche. Il dr. Rassem Hameisi nei suoi studi descrive la situazione in questo modo: “L’aumento di popolazione nei villaggi fu accompagnato da una crescita economica senza però migrazioni verso le città, contrariamente ai fenomeni che sono avvenuti in tutti gli altri paesi. Ci fu aumento della popolazione senza l’abbinamento di uno sviluppo dell’economia, dei servizi e delle infrastrutture… Invece, fu messo in atto un piano di regolazione e di limitazione. Tutto ciò portò alla riproposizione nelle comunità dei caratteri di rusticità e di sottosviluppo, anche se quella popolazione stava attraversando un processo di urbanizzazione.” E più avanti: “La ‘promozione’ in termini convenzionali-legali dello status municipale di una comunità non porta alla sua trasformazione in una città in senso urbano, funzionale, amministrativo ed economico”. Perciò “perfino le comunità  Arabe grandi, quelle riconosciute in senso formale quali città o cittadine, come Nazareth, Shafaram, Sakhinin, Taibeh, Tamra, Tira e Rahat, sono di fatto dei grandi villaggi, se si classificano nei termini del livello delle loro infrastrutture, dei servizi, delle relazioni sociali e della loro base economica”.

L’arretratezza accentuata, tuttavia, si manifesta non solo nel blocco degl’investimenti e dello sviluppo industriale, ma anche nella cultura di una guida patriarcale basata sul clan (hamula). Cioè, l’uso della separazione e della frammentazione della popolazione Palestinese in comunità etniche, del separatismo e dell’isolamento come mezzo per rappresentare le relazioni sociali. E’ assolutamente chiaro che il successo di tali metodi fra i cittadini Palestinesi d’Israele ha incoraggiato ad applicare la stessa politica a tutta la Palestina.

 

 

1967: GERUSALEMME, HEBRON E RAMALLAH

 

Con la conquista del West Bank nel 1967, Israele cercò ancora una volta, sotto la copertura della guerra, di “pulire” dei loro abitanti le città del West Bank vicine al confine. Kalkiliya, ad esempio, fu distrutta e parte della sua popolazione trasferita. La distruzione venne bloccata immediatamente a seguito di un ordine degli Americani apparentemente tranquillo, ma esplicito, e  la parte distrutta della città venne ricostruita.

 

L’occupazione di Gerusalemme Est marcò l’inizio di un processo di distruzione urbana della città Araba ed, insieme ad essa, il consolidamento delle istituzioni urbane della città Ebraica che fu destinata a prendere il posto di quella precedente.

La prima “purificazione” etnica avvenne nel Quartiere Ebraico (nella città vecchia) e nel sobborgo di Mugrabi, vicino alle mura occidentali, il quale venne completamente demolito. A quel tempo, sotto il patrocinio dell’Autorità Israeliana delle Terre, venne costituita un’unità segreta, dal nome Igum, il cui scopo era quello di cercare di trasferire terre e proprietà in Gerusalemme dalle mani Arabe a quelle dei vari corpi Ebraici. Le linee guida operative di questa unità affermavano. “Noi dobbiamo spezzare il nucleo dei residenti Musulmani della Città Vecchia ed incoraggiare l’emigrazione degli stessi residenti verso altri paesi” (Ha’aretz,10/5/98).

 Nei primi mesi dopo la guerra, Israele si assicurò di controllare le arterie del traffico da Gerusalemme ai ponti sul fiume Giordano ed incoraggiò l’uscita (senza ritorno) degli Arabi di Gerusalemme. Soldati, allora dislocati lungo il fiume Giordano, hanno testimoniato che essi impedivano il ritorno ai residenti e quelli che erano riconosciuti come residenti di Gerusalemme venivano fucilati. L’interruzione della contiguità residenziale Araba divenne una politica praticata in tutte le parti di Gerusalemme, convertendola in un’aggregazione di quartieri disconnessi.  Quartieri Ebraici, tutti con contiguità territoriale, vennero costruiti rapidamente.

Dopo la firma degli Accordi di Oslo, le comunicazioni tra la Gerusalemme Est Araba come centro commerciale e la sua periferia rurale furono quasi completamente tagliate. La Gerusalemme Araba alla fine fu convertita in una città moribonda, senza cinema o vita notturna – o affatto senza alcuna vita urbana. Questo processo di distruzione è stato pianificato e portato a termine con totale rigore fino ad oggi giorno. Per esempio, fin dal 1996 il Ministero dei Trasporti ha rifiutato il rinnovo delle licenze delle Compagnie di Autobus di proprietà Araba che servono la popolazione Araba. La distruzione del trasporto pubblico danneggia anzitutto la persona povera, così come le donne e le ragazze. Un trasporto irregolare e non garantito riduce la loro possibilità di lasciare le case per motivi di studio, di lavoro o per godere delle attività di svago ed aumenta la loro dipendenza dagli uomini della famiglia – padri, fratelli, mariti (questo fenomeno è avvenuto anche, in anni recenti, nei villaggi Arabi della Galilea a causa della costruzione delle strade di attraversamento riservate – bypass roads - che servono solo alle comunità Ebraiche e la concomitante riduzione del numero delle fermate degli autobus di servizio per le comunità Arabe).  Uno dei fenomeni sociali degli ultimi anni è stata la reintroduzione in Gerusalemme di tribunali che applicano la legge consuetudinaria – istituzioni patriarcali che in passato esistevano nella società rurale e nomade, sotto la guida di sheikh e capi clan (hamula). Questi processi stanno venendo incoraggiati dall’ANP così come dalle Autorità Israeliane.

Ad Hebron, la distruzione urbana è stata portata a termine tramite lo sviluppo degli insediamenti Ebraici, una crescita cancerosa che iniziò in una zona, ma che dilagò con nuove propaggini – trasformando il centro di Hebron in un altro pianeta per la popolazione locale. Fin dall’inizio, i coloni di Hebron hanno ottenuto un consistente sostegno da parte dei  servizi segreti di sicurezza (per esempio, le armi contrabbandate ai coloni dal Ministro degli Esteri Yagal Allon nel suo ufficio al Park Hotel, nel 1968, furono consegnate a Levinger [capo dei coloni di Hebron] in evidente violazione di una decisione governativa). Il cuore della città Araba fu distrutto e fu trasformato in una zona a “segregazione” Ebraica. Ciò ha trasformato il centro della città in un luogo che molti Palestinesi hanno cominciato ad abbandonare a causa delle vessazioni quotidiane introdotte dai coloni. E, meraviglia delle meraviglie: per molti anni l’amministrazione militare ha permesso ai Palestinesi che hanno abbandonato il centro della città di costruire case nei sobborghi della città, senza il pericolo della loro demolizione o di altri impedimenti.

Ad Hebron, sono state messe in pratica tutte le forme di penetrazione Sionista, così come controllare la popolazione Palestinese che Israele vi ha raccolto fin dal 1948, limitando in particolar modo la moderna mobilità ed impedendo il processo di urbanizzazione e di industrializzazione. Gli insediamenti, il furto della terra, le strade di attraversamento riservate – bypass roads -  la divisione della città, il blocco allo sviluppo e la mancanza  di connessione tra la città e la sua periferia rurale per la quale essa funge da capoluogo regionale, hanno trasformato Hebron in un insieme di quartieri separati senz’alcuna integrazione. Nell’analisi finale, la politica d’Israele di de-urbanizzazione è parte di un processo di genocidio il cui scopo è l’estirpazione del popolo Palestinese come entità nazionale.

Tutti i malanni dovuti agli Accordi di Oslo sono evidenti ad Hebron. Sebbene la ripartizione delle responsabilità tra Israele e l’ANP acquisti un aspetto territoriale nella città, la distinzione reale è nella misura delle responsabilità per l’ordine sociale. La parte della città che gl’Israeliani con arroganza chiamano “Quartiere Ebraico” include circa  400 Ebrei e circa 20.000 Palestinesi, i quali mancano di tutti i diritti. In questa città, sezionata e lacerata, alla quale gli Accordi di Oslo sono designati ad assicurare la progressiva disintegrazione, l’odio del movimento Sionista e la paura della città Palestinese si esprimono in modo particolarmente intenso.

Altre città Palestinesi stanno ugualmente sottostando al processo di distruzione urbana – Ramallah, ad esempio. Come nel caso di Hebron, così pure a Ramallah, nei sobborghi della città sono stati costruiti insediamenti Israeliani e strade di attraversamento riservate – bypass roads -  derubando la sua terra e le sue risorse di acqua, soffocandola e condannandola ad una sistematica degradazione. Inoltre, quale aggiunta, come trattamento speciale, Israele costringe Ramallah, città che la stampa Israeliana descrive come il Gush Dan [più ricca regione di Israele] dell’Autorità Palestinese, a soffocare sotto le sue immondizie. Ventiquattro anni fa la Municipalità di Ramallah costruì una struttura per lo smaltimento delle immondizie nel sud della città. La struttura conteneva quattro vasche acide, che erano sufficienti a quel tempo per le necessità della città, ma che oggi giorno non sono neppure approssimativamente adeguate. Il piano cittadino di ampliamento della struttura fu proibito da Israele, affermando che la strada di attraversamento riservata – bypass road – per la base militare Israeliana di Ofer doveva passare esattamente sul sito dove si dovevano costruire le vasche acide aggiuntive.

 Tutte le istanze dei funzionari dell’ANP  perché Israele sposti di un poco la programmata bypass road, sono cadute nel vuoto. Un funzionario ha affermato: “Fra altri cinque anni Ramallah assomiglierà ad un campo profughi a causa delle immondizie buttate nelle strade” (Ha’aretz  5/2/98 ).  Questo funzionario, come pure Amira Hass, la giornalista che riferì i fatti, apparentemente credono che se le cose si deterioreranno con tale ampiezza, ciò sarà conseguenza della prova di forza muscolare e della corruzione dell’occupante piuttosto che il frutto di una politica segreta Sionista, perdurante da molti anni, il cui scopo è evidenziato nella distruzione della città Palestinese.

 

                                                          

(traduzione di Mariano Mingarelli)

                                                                     

21 – NEWS FROM WITHIN,  vol. XIII, N° 7, Agosto 1998

 

www.arabcomint.com