Soli, di fronte alle dichiarazioni di Bush
di Ramzy Baroud

 

 

 

Fianco a fianco con il primo ministro israeliano Ariel Sharon, George W. Bush ha decretato che i profughi palestinesi non possono aspettarsi di ritornare alla loro terra,

Il viso di Sharon rifulgeva di sollievo e gratitudine, mentre i palestinesi si lanciavano in un delirio di proteste e condanne. "Abbiamo il diritto di tornare ad Haifa, Jaffa e Gerusalemme", recitava uno striscione portato da bambini di scuola del campo profughi di 'Ain al-Helwe, in Libano. Ed un altro prometteva: "Non venderemo la terra dei nostri avi".

Mentre gli slogan dei profughi echeggiavano in ogni angolo del Medio Oriente, i leaders politici restavano in silenzio, persino muti, tranne il presidente dell'Autorità Palestinese Yasser Arafat, il quale disse ai giornalisti che non tocca a Bush garantire o negare il "sacro" diritto dei profughi.
Ma questa volta, la provocazione israelo-americana e l'irata risposta palestinese sono stati insoliti. Il 14 aprile 2004 e' accaduto qualcosa, a Washington, che ha completamente cambiato le regole del gioco.

Nella sua "storica visita" a Washington per incassare nuovo appoggio politico, questa volta per il suo piano di disimpegno unilaterale - un parziale ritiro da Gaza e la annessione dei maggiori insediamenti della Cisgiordania - Sharon ha siglato l'accordo di una vita.

"La soluzione al problema dei profughi consiste nel rilocarli all'interno di un futuro stato palestinese, non in Israele", ha esclamato Bush alla Casa Bianca. Naturalmente Bush non possiede l'autorità, né morale né legale, di realizzare questo desiderio di Israele, desiderio che contraddice le aspirazioni di un'intera nazione e della legalità internazionale.

Valga per tutte la Risoluzione ONU 194 dell'11 dicembre 1948, la quale non dava spazio ad alcuna ambiguità dichiarando solennemente il diritto dei profughi palestinesi e dei loro discendenti a fare ritorno alla loro terra, se desideravano esercitare tale diritto.
La risoluzione e' ancora legalmente vincolante, sebbene Israele da tempo insista sulla sua invalidità, asserendo che il diritto dei profughi al ritorno "mira a distruggere Israele dall'interno".

Significherebbe ingannare sé stessi, comunque, asserire che la dichiarazione di Bush abbia generato orrore e shock, dal momento che tutti i discorsi del presidente sono contrassegnati dal supporto incondizionato per Israele, contro i diritti dei palestinesi e la stessa legge internazionale che ha sancito l'inviolabilità di tali diritti.

Tuttavia, le sue affermazioni sono di un'importanza sconcertante e meritano ampiamente la definizione "Seconda Dichiarazione Balfour" loro data da un commentatore, in riferimento all'impegno preso nel 1917 dalla Gran Bretagna di garantire una "patria" in Palestina al sionismo mondiale.
Il punto di vista di Bush, rafforzato dal ruolo-guida giocato dal suo governo in tutto il mondo, e' forse il più consequenziale considerato lo stato attuale del conflitto israelo-palestinese. Dopo tutto, se non fosse stato per l'inqualificabile consenso di Bush, il governo israeliano non avrebbe mai tentato una così illegale politica di assassinio e furto delle terre.

Eppure, la posizione collettiva araba sulla questione palestinese negli ultimi anni - che serviva come ossatura politica alla leadership palestinese ed aiutava ad attivare un ruolo europeo in qualche modo prezioso, non esiste più. 
Di conseguenza, la risposta - o, meglio, la sua assenza -  alla dichiarazione di Bush e' stata una farsa, come al solito.

In un articolo pubblicato dal quotidiano israeliano Ha'aretz, Amnon Rubinstein, non riusciva ad essere contenuto nei toni, ed esultava: "C'e' stata un'ovvia mancanza di riserve verso gli espliciti commenti di Bush sulla questione del non-diritto al ritorno dei profughi palestinesi".
Ahimè, l'affermazione di Rubinstein era corretta, dal momento che gli europei, ad esempio, hanno limitato le loro riserve alla nuova dottrina Bush "alla questione delle frontiere ed alla necessità di un accordo tra i palestinesi ed Israele su questa questione, ma non hanno proferito parola sulla questione del diritto al ritorno".

Ciò era prevedibile, dal momento che il diritto al ritorno e' stato lasciato cadere da tutte le iniziative di pace per il Medio Oriente lanciate dagli arabi negli anni più recenti.
Persino la reazione forte del presidente dell'Ap, Yasser Arafat, alle dichiarazioni di Bush e' apparsa priva di sostanza ed ha contribuito ad evidenziare maggiormente la totale inconsistenza dell'Ap e di tutti coloro che operano sotto i suoi auspici.
Gli Accordi di Ginevra, firmati da politici israeliani e palestinesi, hanno ridotto la soluzione della questione dei profughi a meri gesti simbolice e, infatti, si sono dimostrati più in sintonia con la "visione di Bush" che con la legge internazionale. Arafat ed altri dirigenti palestinesi hanno dato la loro benedizione ai firmatari di Ginevra. Inoltre, non e' un segreto il fatto che l'Ap non abbia più considerato la questione dei profughi come prioritaria fin dalla firma degli Accordi di Oslo, nel 1993. E' lecito chiedersi, dunque, fino a che punto siano sincere queste lamentele a proposito delle dichiarazioni di Bush.

La necessità di implementare la legge internazionale - dando cioè ai palestinesi il diritto di scegliere tra il rimpatrio e l'indennizzo - e' l'essenza di qualsiasi soluzione durevole al conflitto palestinese-israeliano.
Se i palestinesi continueranno ad ereditare questo senso di perdita senza che una soluzione comprensiva ponga fine alla loro Diaspora, le generazioni future ospiteranno una eguale amarezza, ed il conflitto si inasprirà  col tempo. Dopo tutto, e' l'elemento umano a dare a questo conflitto la sua apparente eternità.

E comunque la questione non e' solo sentimentale.
Ciò che si e' verificato recentemente in Iraq - l'evacuazione forzata di migliaia di palestinesi dalle loro case dopo la caduta di Baghdad - ed altri azioni simili in altri governi arabi, non lasciano spazio alle illusioni: i profughi palestinesi appartengono alla Palestina.
Resta il fatto che, a parte che usare l'opportunità per dare fuoco alle effigi di Bush e Sharon, gli arabi sembrano impotenti di fronte a questa nuova sfida.

E' vero, le assicurazioni verbali e scritte di Bush a Sharon non metteranno fine alla richiesta dei profughi di tornare, ma neppure l'inconsistenza dell'Ap e la mancanza di unità e di coerenza politica degli arabi porteranno i profughi più vicino alla Palestina.

Di fronte alla dottrina Bush ed all'incompetenza delle leadership arabe e palestinesi, i palestinesi saranno spinti ancora di più nella disperazione.
I pianificatori strategici di Israele nel 1948 immaginarono un futuro senza palestinesi.

Secondo lo scrittore israeliano Avi Shlaim, che cita archivi governativi israeliani, essi immaginavano che i palestinesi fossero assimilati altrove o "fossero schiacciati". "Alcuni moriranno, mentre la maggior parte di essi si trasformerà in polvere umana, in scarto della società, ed ingrosserà i ranghi delle classi più immiserite dei paesi arabi".

E' la volontà di quei profughi che ancora si aggrappano ai documenti delle loro terre ed alle chiavi delle loro case a dimostrare quanto siano state errate le previsioni di quei primi strateghi israeliani.
Tuttavia, senza che vi sia una politica araba collettiva ed incisiva, unita ad una posizione consistente della leadership palestinese, ci si può solo chiedere per quanto tempo ancora i profughi potranno aggrapparsi alle loro chiavi, alle bandiere, alla speranza di tornare.

traduzione a cura di www.arabcomint.com
da Palestine Chronicle