Solo una canzone
di Ramzy Baroud

 

E' difficile non pensare a Gaza, e a tutte le miserie che vi avvengono: ai profughi, al campo, ai mucchi di spazzatura, le torrette militari, i cimiteri che si allargano fino a sfiorare i paesi, e mia madre. Gaza comincia sempre con lei e finisce con lei. ...
Comincio' con una canzone. Poi tutto ritorno' indietro. La sua voce riempie ancora i miei ricordi. Il suo sorriso dolce, materno, il solo fatto che esistesse mi dava una buona ragione per credere che le cose sarebbero andate bene, per noi, un giorno.

La morte di mia madre fu piu' di una perdita, per me. Era la fine di qualcosa, ed anche il suo inizio. Ricordo il giorno in cui mi svegliarono da un sonno profondo, dicendomi: "Tua madre e tuo padre stanno tornando dall'Egitto". Non capii pero' che mia madre stava tornando in un feretro.

Questo avvenne oltre dieci anni fa, eppure da allora non ho mai pianto. Cosa mi ha trattenuto cosi' a lungo?

Aveva appena 40 anni, quando mori'. Il suo feretro era stato amorevolmente avvolto in una bandiera, e questo costo' a mio padre un lungo interrogatorio da parte dell'esercito israeliano alla frontiera, mentre la riportava a casa, insieme a due miei fratelli.

"Diventerai un principe", mi diceva spesso. Il giorno in cui parti' per l'Egitto, insieme a mio padre, per un ciclo di cure, promise di portarci regali a tutti. Qualche ora prima che morisse, insiste' affinche' mio padre andasse a comprarli. Quando lui infine usci', mia madre mori'.

C'era un coprifuoco nel mio campo profughi di Nusseirat. L'esercito israeliano ci permise di seppellirla, purche' l'intera operazione non fosse durata piu' di un'ora. Ci precipitammo fuori dal campo, con un furgone sul cui retro era sistemata la salma.

Anche il campo profughi in cui viveva mia nonna, Buraj, era sotto coprifuoco. Un vicino, che guidava il camion dei rifiuti, insiste' per prendere mia nonna per farla assistere alla sepoltura. Io fui incaricato di accompagnarlo, sfidando il coprifuoco. Inizialmente, la nonna credeva fossimo andati a portarle un po' di cibo, che cominciava a scarseggiare nella piccola casa, dopo due settimane di reclusione forzata. Invece la accompagnavamo al funerale di sua figlia. Pianse tutto il tempo.

Umm Ali, una nostra coraggiosa vicina, conosciuta per il fatto che andava a recuperare i ragazzi dalle mani dei soldati israeliani, oso' aprire l'uscio per vedere chi venisse seppellito. Quando si rese conto che era mia madre, lancio' un urlo agonizzante. Non dimentichero' mai la sua eco. In pochi momenti, tutto il vicinato era in lamento. Rimanemmo li' per ore. I soldati si sedettero a guardare da lontano, sicche' mia madre riusci' a dare un po' di liberta' ad un campo profughi assediato, per piangere assieme, un finale gesto di amore che concludeva la sua vita mite.

Da allora, ne sono morti molti altri. Umm Ali, il guidatore del camion dei rifiuti, mia nonna e tanti altri, molti di coloro che, quel giorno, si accalcavano sulla tomba di mia madre, per porgere l'ultimo rispetto ad una cara amica ed una vicina gentile: una che, come loro, era povera ed espropriata, una profuga.

Quelli che sono ancora vivi non dimenticano mai di inviarmi i saluti ogni volta che parlo al telefono con mio padre. Uno di coloro che lo facevano sempre, Abu Musa, e' appena morto. Suo nipote, Fares, era un bambino quando lasciai Gaza. E' cresciuto, ha finito le scuole, e' diventato poliziotto, si e' sposato ed e' stato ucciso, molto lontano dal campo, a Ramallah, presso il Quartier Generale di Arafat.

E' difficile non pensare a Gaza, e a tutte le miserie che vi avvengono: ai profughi, al campo, ai mucchi di spazzatura, le torrette militari, i cimiteri che si allargano fino a sfiorare i paesi, e mia madre. Gaza comincia sempre con lei e finisce con lei.

E' come se li' il tempo si fosse congelato. I bambini crescono nello squallore, diventano grandi, ma tutto resta com'era: le casupole congestionate, i loro sogni e le aspettative, la loro giusta percezione di un mondo apatico che li circonda, e che li percepisce in maniera scorretta. Mi si spezza il cuore ogni volta in cui questa gente coraggiosa viene definita "terrorista", in occidente.

Da quasi dieci anni, tutto cio' che mi collega a Gaza sono occasionali chiamate telefoniche. Ma in quelle occasioni, non importa quanto tempo mi ci voglia, leggo a mio padre la lista di tutti coloro che desidero salutare: "Saluta Abu Ziyad per me, e Abu Nida e Kamal ... e quel bambino, come si chiama?, quello che mangiava sempre il cocomero ... Davvero e' un ufficiale di Fatah, adesso? Se lo vedi, per favore, dagli i miei saluti. Mia madre lo amava cosi' tanto..."

E' strano quello che una canzone riesce a fare.

traduzione a cura di www.arabcomint.com
da "Palestine-Chronicle"