«Come se le granate avessero gli occhi: dove fuggivamo, ci inseguivano»
Amira Hass - Haaretz, 13 novembre 2006
www.haaretz.co.il/hasite/spages/787101.html
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Zahar, Tahani, Hayat e Majdi Athamneh, sopravvissuti al bombardamento israeliano a Beit Hanoun la settimana scorsa, raccontano quel mattino quando 17 membri della loro famiglia sono stati uccisi.
La prima granata è esplosa in mezzo alla casa sollevando una gran nube di polvere e fumo. I genitori e i figli più grandi hanno cercato a tastoni nel buio, che gli era piombato addosso nella luce del mattino, i bambini più piccoli, per verificare se qualcuno fosse ferito, per prenderli, precipitarsi giù con loro in strada. Zahar, 33 anni – che, ferita, è attualmente all'ospedale di Beit Hanoun dove, dopo un’operazione al ventre per estrarre delle schegge di granata, è in attesa di essere operata alla gamba – era ancora incolume dopo questa prima granata. Suo figlio di 9 anni, Saed, era ancora in vita. Abitano al primo piano della casa, nell'ala est. Lei è corsa da lui che dormiva sotto la finestra; la luce filtrava attraverso la nube di polvere e fumo e lei poteva vedere che la coperta era interamente cosparsa di schegge di vetro. Ha scostato la coperta e l'ha visto, rannicchiato, con tutto il corpo tremante. «Non sei ferito», ha detto per tranquillizzarlo, poi gli ha messo fretta a scendere, come agli altri figli – May, Rami e Fadi –. May, 14 anni, l'ha aiutata a trovare mandil (velo), gonna e pantaloni e a vestirsi; non è riuscita a coprirsi col velo; ha preso Maha, il bebè di 5 mesi ed è corsa giù nella stradina. E’ riuscita a passare Maha ad una delle sue cognate per potersi coprire col velo, e una seconda granata è caduta ed è esplosa sul lato est della casa. Suo figlio Saed è stato ucciso da questa granata o dalla terza, esplosa anch’essa in mezzo alla casa? Lei non si ricorda. Anche lei è stata colpita dalla quarta granata esplosa sulla terrazza. Ancora incolume, si è chinata su suo figlio Saed, steso, gettato tra i corpi degli altri uccisi e feriti. Gli altri membri della famiglia si erano precipitati qualche minuto prima in strada, in preda al panico, per non restare nell'edificio mentre una prima granata era già esplosa all'interno. Lei è corsa in strada, chiedendo aiuto. Poi è tornata da Saed ed ha tentato di farlo respirare, di rianimarlo. Ed è allora che la quarta granata ha colpito. Subito lei non ha sentito che era ferita, che perdeva sangue, che la sua gamba era a pezzi, lacerata fino all'osso: non sentiva dolore. Si è seduta tra i cadaveri ed i feriti e ha tentato di riportare suo figlio in vita. Il suo secondo figlio, Fadi, era ferito. Lei non sa quale granata sia stata. Il suo terzo figlio, Rami, è sfuggito alle granate. Era corso nel giardino della casa del vicino, suo zio, il dottor Hussein Athamneh. La sesta granata l'ha inseguito fino a lì. Ma Rami aveva continuato la sua corsa, dal giardino alla strada a fianco della casa del zio, il dottor Ashraf Athamneh, e sua moglie, la dottora Wafa. E la settimo granata l'ha inseguito fin lì ed è esplosa.
«Abbiamo i piedi in fiamme»
«Come se le granate avessero gli occhi: dove fuggivamo, ci inseguivano», ha detto Tahani il cui figlio di 12 anni, Mahmud, è stato ucciso dalla seconda granata. «La prima granata ci ha svegliato. Ho radunato i bambini. Quello che tenevo per mano, Mahmud, è quello che ho perduto. Non sapevamo dove andare. Siamo corsi giù, eravamo a piedi nudi. Mia figlia mi ha detto: 'Abbiamo i piedi in fiamme per il calore dell'esplosione. La seconda granata è arrivata quando eravamo già scesi. Sono andata dai corpi dei bambini. Per vedere chi erano. Ho trovato Mahmud. Non era nemmeno passato un giorno da quando avevamo sepolto mio fratello Mazen. L'esercito lo aveva arrestato, con migliaia di altri uomini. Dopo un breve interrogatorio li hanno liberati. Lui e mio nipote sono stati arrestati insieme e liberati insieme. Gli hanno detto 'tornate a casa', dal luogo dell'arresto,ad Erez. Si sono incamminati verso casa, ma c’era il coprifuoco. E altri soldati hanno sparato contro di loro perché violavano il coprifuoco. Mio nipote è stato gravemente ferito. Ora è all'ospedale. E Mazen, lo zio di mio figlio Mahmud, è stato ucciso. «Mahmud, nemmeno un giorno dopo la sepoltura di suo zio, era steso a terra tra gli altri uccisi. Ho tentato di rianimarlo ma non reagiva. E allora la terza granata è caduta. Sono fuggita in casa. La figlia di mio cognato è fuggita, la granata l'ha inseguita. E’ morta. Il figlio di mia sorella, che ha 14 anni, è fuggito ma la granata l'ha inseguito. C’è stata l'esplosione e lui fuggiva e ha visto la sua mano staccata e trascinata per terra. Ora è all'ospedale in Egitto. Solo persone senza coscienza fanno queste cose».
Hayat Athamneh, 55 anni, suocera di Tahani, ha perso 3 figli e due nipotini nel bombardamento. «Quando le granate si sono saziate con noi, sono passate alla casa dei nostri vicini, ma loro, grazie a Dio, erano fuggiti. I miei figli erano fuggiti anch’essi, ma le granate li hanno riacciuffati. E, a causa del rumore dell'esplosione, sono diventata sorda. Non sentivo niente. Vedevo solamente. Un fumo nero, molto fumo nero. E allora ho visto mio figlio Mahdi a terra. Qui, sul lato ovest della casa, a fianco del giardino». Hayat si è chinata e ha raccolto qualcosa per terra: una pietra macchiata di sangue. Ha stretto a sé la pietra. «E’ il sangue di mio figlio Mahdi. Io l'ho visto a terra morto». Vestita di nero, Hayat tornava dalla tenda del lutto aperta nel cortile di una delle case vicine. Per tre giorni, migliaia di persone, venute da tutta la Striscia di Gaza, si sono recate nella tenda del lutto. Alcuni visitavano anche la stradina dove si trovava la casa della famiglia Athamneh e che era ancora piena di frammenti di cemento, di pezzi di granata, di shrapnel e di pozzanghere. Venerdì pomeriggio delle persone in lutto si sono radunate anche davanti alla casa di Bassam Kafarneh, il vicino ferito da una granata mentre correva per aiutare quelli che erano stati feriti dalle prime granate. E’ morto in un ospedale israeliano. Sua madre, ferita molto gravemente, è ricoverata anch’essa in un ospedale in Israele.
Hayat si è avvicinata a parecchi visitatori venuti ad esprimere le loro condoglianze e che, seduti su sedie di plastica fuori della casa degli Athamneh, ascoltano suo figlio Majdi. Non ha chiesto chi fossero ed ha cominciato a ringraziare Dio e a parlare dei suoi morti. Correva da un punto all'altro della stradina, mostrando dove ciascuno dei suoi cari è stato ucciso. Dove ha trovato ciascuno di loro. «Ho visto Tahani, la madre di Mahmud. Le ho detto 'ecco Mahmud steso a terra. Morto.' E ho visto il fratello di mio marito, Massud, e sua moglie Sabah, uccisi, e Sanaa, la moglie di suo figlio morto un anno fa, e Manal, la moglie di suo figlio Ramez, e le loro due figlie, una di 8 mesi e l'altra di 3 anni. Tutti li ho visti. Morti. Il metallo, nella casa, è contorto, sradicato. Come non potevano essere lacerate da quelle granate le persone? La prima granata non ci ha preso, ha colpito la famiglia di mio cognato, Massud. Io sono uscita in strada e ho chiamato chiedendo aiuto. Ed è allora che è caduta la seconda granata. Poi una terza. Sono andata presso i corpi. Pensavo che fossero i figli di mio cognato, ma erano i miei figli che erano stati uccisi. Mahdi, 18 anni, Mohamed, 16 anni, Arafat, 20 anni. C’erano più di 10 uccisi gettati là. Mi sono chiesta se sollevare Mahmud o lasciarlo qui. Ho sollevato la sua mano ed essa è ricaduta. Ho capito che era morto. Anche Saed, il mio nipotino, l'ho visto. Morto».
Hayat aveva gli occhi asciutti mentre parlava dei suoi morti. Anche Tahani. Zahar, nel suo letto d'ospedale, circondata dalle figlie della famiglia e dalle vicine venute a visitarla, si è messa a piangere solo ricordando che gli occhiali nuovi di suo figlio Saed, che era miope,erano pronti. Erano andati a ordinarli un giorno o due prima dell'invasione israeliana. Lei badava che ne avesse sempre due paia, nel caso uno si rompesse.
Majdi, il padre di Saed, si è messo a piangere quando si è trovato davanti alle foto degli uccisi, attaccate all'entrata del vano delle scale dell'edificio. Ha mostrato la foto di suo figlio, ha raccontato che la sera prima di morire, Saed l'aveva abbracciato e gli aveva detto «papà, ti voglio bene» ed è scoppiato in singhiozzi. Prima, per più di un’ora, aveva detto i nomi di tutti i morti, con la loro età. «Non chiedetemi di farlo anche per i feriti: sono talmente tanti. Alcuni resteranno senza mani, altri senza gambe, come Umaya, la moglie di mio cugino Samir che è stato ucciso». Ha citato il nome di tutti gli occupanti di questo edificio di 4 piani dove è nato 37 anni fa, quando c’era solo un piano. Per 20 anni hanno aggiunto ora un piano, ora un’ala, ora una camera e una terrazza. L'ala ovest ospitava la famiglia del fratello, Massud, 57 anni, con le sue due mogli, i loro figli e nipoti, e la madre di Saed e Massud, Fatima, 70 anni. L'ala est ospitava Saed, sua moglie Hayat, i loro figli e nipoti. Il giorno del bombardamento, dormivano da Saed le due figlie, Tamam e Najat, con i loro bambini: le loro case erano state fortemente danneggiate durante l’ultima incursione dell'esercito israeliano. Nessuno si è ancora preoccupato di cercare di chiarire se le loro case sono state danneggiate da carri armati, bulldozer dell'esercito, granate e missili o da un’esplosione, quando dei soldati sono passati di casa in casa attraverso le aperture da loro fatte nei muri con l'esplosivo. A Beit Hanoun, in una settimana, 400 case sono state danneggiate, 25 completamente distrutte.
L'invasione della casa degli Athamneh da parte dei soldati è stata, anch’essa, quasi dimenticata. Alle 10 del mattino, mercoledì 1 novembre, primo giorno dell'incursione dell'esercito israeliano a Beit Hanoun, un carro armato è penetrato nel giardino della casa, schiacciando al suo passaggio alberi, serre, canalizzazioni dell'acqua e un generatore. Poi ha urtato una parete. I soldati sono entrati attraverso la breccia così aperta. Hanno radunato tutti gli abitanti della casa, di tutti i piani: tutte le donne in una stanza distese sul pavimento, e gli uomini in cucina e in bagno. Hanno raccolto tutti i telefonini. Con l’aiuto dei cani, hanno perquisito tutte le stanze, nei 4 piani. Hanno chiamato per nome tutti gli occupanti della casa. Majdi è cardiopatico e porta un pacemaker. Si è sentito male, ha detto al soldato che bisognava chiamare un’ambulanza. Il soldato ha fatto sapere ai suoi compagni che c’era qualcuno malato. Majdi comprende l'ebraico e ha sentito un altro soldato rispondere «Che crepi». Majdi ha mostrato i certificati medici. Uno dei soldati l'ha colpito al petto. La perquisizione e l’appello sono durati circa due ore, poi i soldati sono partiti, per tornare 3 giorni dopo. La breccia nel muro era sempre là: sono semplicemente entrati. Hanno di nuovo radunato, ricontato i membri della famiglia, riperquisito, poi dopo 3 ore se ne sono ripartiti. «Sapevano benissimo chi era in casa: quanti bambini, quante donne. Sapevano benissimo che in questa casa non c’erano né terroristi né armi».
Majdi ha accompagnato i visitatori nelle stanze della casa, mostrando loro i muri e i pavimenti colpiti dalle granate, i mucchi di vestiti sparpagliati, i mobili rotti, i pezzi di cemento. «Credo che i soldati siano soddisfatti di averci uccisi. Avevano ricevuto da Olmert e Peretz l'ordine di ucciderci. Senza ordine, non l'avrebbero fatto. E’ per errore che sono cadute 10 granate una dopo l'altra, uccidendo le persone nei loro letti? Nessuna granata era un errore. Ho raccolto i martiri. Uno dopo l'altro. Avigdor Lieberman ha detto che Israele dovrebbe fare quel che fanno i Russi in Cecenia. E’ appena entrato nel governo e hanno già cominciato a fare quel che ha detto».
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