UN ALTRO TRUCCO AMERICANO

 

 

Il rapporto Mitchell e' solo un altro trucco americano per sabotare l'intifada palestinese e privare il popolo dei suoi diritti inalienabili. Le principali raccomandazioni del Rapporto sono "una cessazione incondizionata delle violenze" e "l'immediata riesumazione della cooperazione sulla sicurezza". Il Rapporto, dunque, tratta le due parti del conflitto come uguali, mancando di specificare che una parte e' una potenza militare nella regione, mentre l'altra e' una popolazione civile in prigione, completamente disarmata - che una parte e' la potenza occupante che viola le leggi internazionali e che commette una quantita' di crimini di guerra, mentre l'altra si difende giustamente da una occupazione brutale.

Il Rapporto mira al ritorno dello status quo ante, cioe' della situazione che ha portato a cio'. La sua focalizzazione sulla "violenza" e sulla "cooperazione per la sicurezza" assegna, praticamente, all' Autorita' Palestinese il compito di presidiare l'ordine pubblico nei Territori occupati a vantaggio di Israele - in parole povere, un'altra occupazione camuffata.

Mentre il Rapporto impone con chiarezza "all' Autorita' Palestinese di fare il 100% degli sforzi per prevenire le operazioni terroristiche e per punirne gli esecutori, contemplando anche misure immediate per catturare ed arrestare I terroristi", l' esercito israeliano "dovrebbe incoraggiare la risposta non-letale verso I dimostranti disarmati" e "dovrebbe considerare il ritiro alle posizioni relative al 28 settembre 2000" (giorno d'inizio dell'intifada).

Se, come sostiene il Rapporto Mitchell, Israele deve "considerare" il ritorno alle posizioni del 28 settembre 2000, allora si vuole perpetrare l' illegalita' e si vuole considerare inutile e priva di valore l'intifada palestinese, che e' scoppiata con l'intento di far ritirare completamente Israele dai Territori occupati, tornando alle posizioni precedenti il 6 giugno 1967.

Questa e' la premessa degli accordi di Oslo - una monumentale concessione fatta dai palestinesi, che chiedevano solo il 22% della loro patria storica.

Dopo sette anni di un processo di pace che ha portato I palestinesi indietro, piu' che avanti, I palestinesi hanno finalmente capito che questo "tavolo delle trattative" non era che un altro trucco sponsorizzato dall'America per permettere ad Israele di guadagnare tempo e di cambiare I fatti sul terreno. Israele ha continuamente allungato e rinviato le fasi del "processo di pace", reinterpretando e rinegoziando di continuo accordi precedentemente raggiunti a suo esclusivo vantaggio.

La forte espansione degli insediamenti e delle strade di collegamento erano una chiara violazione degli accordi di Oslo, e mirava specificamente a frantumare il futuro stato palestinese in una miriade di isolotti sconnessi, o "bantustan".

L'ultima "generosa offerta" di Barak non veniva incontro a nessuna delle richieste palestinesi e non poteva essere accettata da nessuno, neanche da quell' Autorita' Palestinese che cosi' prodiga verso Israele era stata. Il punto morto nelle trattative ha causato l'intifada dell'Aqsa e l'unico modo di uscirne consiste nel riconoscere chiaramente, con giustizia ed onesta', il diritto inalienabile del popolo palestinese di vivere nel suo stato libero, sovrano, indipendente.

I segnali dati da Israele al popolo palestinese durante il "processo negoziale" non erano segnali di pace, culminati con l'ignobile visita di Sharon alla spianata delle moschee, la quale, come messaggio tra le righe, voleva ribadire il messaggio che Gerusalemme est era e rimaneva sotto il controllo israeliano. E adesso, durante quest' ultima intifada, Israele ha chiaramente dimostrato di non avere alcuna intenzione pacifica; al contrario, ha dimostrato che, se non fosse per il piccolo timore nutrito nei confronti dell'opinione pubblica internazionale, avrebbe gia' proceduto ad un'altra "deportazione di massa", come quella che segno' la sua nascita e come alcuni membri della Knesset invocano.

Se Israele avesse voluto la pace, come da mezzo secolo continua ostinatamente a dichiarare (ma si tratta solo di propaganda a buon mercato), non avrebbe dato via libera a carriarmati, navi da combattimento, elicotteri Apache ed F16 per bombardare le citta' palestinesi, non avrebbe assassinato oltre 500 civili (in gran parte giovani armati di fionde o leaders della resistenza), non ne avrebbe ferito 14.000, non avrebbe posto l'intera popolazione sotto assedio e punizioni collettive ne' avrebbe confiscato e raso al suolo fattorie e alberi d'olivo, demolendo case civili mentre gli abitanti ci dormivano dentro. Questi non sono segni di un paese che cerca la pace, ma riflettono chiaramente l'attitudine di Israele verso I diritti umani, particolarmente di quelli del popolo palestinese, che vengono considerati, come ai tempi di Moshe Dayan e Golda Meir, degli "scarafaggi".

Accettare il Rapporto Mitchell, dunque, se per Israele puo' essere una mezza vittoria, significherebbe la resa incondizionata dei palestinesi all'occupazione militare; significherebbe tornare esattamente al punto di partenza, con in piu' le perdite umane e le distruzioni inflitte brutalmente dall'esercito israeliano in sette mesi di rivolta.

Il diritto dei palestinesi non e' quello previsto dal Rapporto Mitchell: il popolo palestinese, uomini, donne, bambini, vecchi, chiede il diritto all'autodeterminazione, che iniziera' con il completo ritiro di Israele da tutti I territori occupati, compreso Gerusalemme est, con il completo smantellamento degli insediamenti colonici illegali e con la dichiarazione dello stato palestinese indipendente, sovrano e democratico.

Qualsiasi soluzione che non tenga conto di questo elementare, inalienabile diritto di ogni popolo, e' fuorviante e tende a rinviare le violenze, piu' che ad eliminarle.

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