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Un
giorno in tribunale |
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Il tribunale militare di Salem e'ospitato in una base militare che sovrasta Jenin. Ufficialmente, e' aperto al pubblico. In pratica, non lo e'. I soldati decidono chi può entrare. Di solito, il pubblico e' rappresentato dai soli familiari degli accusati. Ma i visitatori indesiderati sono così rari che sono riuscito ad intrufolarmi, attaccandomi all'avvocato Shamai Leibovitz, nipote del filosofo Yeshaiyahu Leibovitz. Dentro, l'usciere e' allarmato dalla mia incongrua presenza. Ma faccio finta di parlare solo inglese, e ciò lo confonde abbastanza da lasciarmi in pace. |
Shamai e' un giovane e combattivo avvocato israeliano per i diritti umani, che ama il confronto ed adora sfidare il razzismo di routine della corte. Indossa un yarmulke da colono e colora i suoi discorsi con metafore bibliche. La sua stessa apparenza, mentre difende un palestinese accusato di "terrorismo", rende nervosi i cancellieri del tribunale, ma lui non si fa illusioni sul suo potere. "Il sistema e' forte", dice. Le sole battaglie in tribunale, senza pubblicità e media, non portano in nessun luogo. Le strategie per i suoi clienti? Cercare ogni possibile scappatoia legale e sperare in un'apertura. Ma le vittorie sono rare.
Un gruppo di
prigionieri viene fatto entrare attorno alle 11,30. I prigionieri siedono in un
comparto recintato da mura, della grandezza di un bagno, in un angolo della
sala. Sembrano stravolti e sottomessi.
Ci alziamo quando il "giudice" entra, una garrula donna trentenne in
abitino-camicia senza maniche, indossato apposta per essere offensivo verso il
pubblico prevalentemente anziano e musulmano. Il giudice canterella durante le
udienze, sorride e scherza con lo staff. C'e' qualcosa di malsano nella sua
allegria, come troppo profumo in una latrina.
Il primo caso
viene deciso con rapidità: dodici mesi di carcere per aver accompagnato un
"ricercato". Nessuna giustificazione viene sentita. La difesa si
accorda per la punizione.
Gran parte dei prigionieri sono portati per avere un'estensione a quindici
giorni della loro detenzione, in modo da poter essere interrogati di nuovo, di
solito dopo una lunga maratona di privazione del sonno, minacce di far del male
ai familiari, percosse ed altre forme di tortura "moderata" che le
corti israeliane tollerano senza problemi. Il "giudice" non fa nemmeno
finta di valutare i pro ed i contro delle richieste della polizia. Tutte le estensioni
vengono approvate, di solito con il consenso della difesa.
La corte finge di seguire delle procedure. Tutto e' tradotto dall' arabo ed in arabo. Le decisioni vengono dettate agli stenografi. Il "giudice" chiede ai prigionieri se abbiano rappresentanza legale e si assicura che comprendano ciò che viene loro detto. Ma, come mi dice un avvocato della difesa durante una pausa, "tutti recitiamo un ruolo in questo teatro".
Saleh (pseudonimo), non arriva alla trentina. Sorride molto, un sorriso timido, specie quando cerca di comprendere ciò che gli viene detto. L'accusa chiede il consueto prolungamento a quindici giorni di detenzione. Saleh vuole che il tribunale lo liberi, poiché ha già trascorso sette mesi in carcere. Sì, dice alla corte, lui ha un avvocato, ma questi non e' presente. Non sa perché. L'assenza dell'avvocato non e' un problema per il disinteressato "giudice", che approva l'estensione a quindici giorni e poi, pazientemente, spiega a Saleh: "Tu sei stato per sei mesi in detenzione amministrativa" (imprigionamento arbitrario, senza accuse), il che sembra non contare. "Ora, devi essere trattenuto per essere interrogato". Ecco la differenza. |
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Quando il "giudice" va via, le famiglie si precipitano presso i prigionieri. Alcuni piangono, i loro volti sono l'emblema della disperazione. Questa e' una delle rare occasioni in cui i parenti possono vedere i loro cari. Israele considera un privilegio non necessario le visite dei familiari ai detenuti. L'usciere, però, un giovane soldatino in yarmulke con aspetto yemenita, ammassa con fermezza i familiari e li spinge verso la direzione opposta. Una donna lo implora di lasciarla parlare a suo figlio. Lui la scaccia, dichiarando che la considera colpevole delle due ultime bombe nella colonia di Ariel e a Rosh Ha-Ein. Senza dubbio e' colpevole. Tutti i palestinesi lo sono.
Abed (pseudonimo), per la cui udienza siamo venuti a Salem, viene portato dinanzi alla corte con cinque ore di ritardo. Il "giudice" e' un'altra persona, un acido ufficiale in uniforme, la quale da' l'impressione che parlare gli costi uno sforzo fisico. Il nostro "giudice" non e' turbata dal ritardo. Liquida il suggerimento di rimproverare il personale del carcere. Cosa sono alcune ore del tempo di un avvocato?
Shamai, l'avvocato
di Abed, ha appena ricevuto il dossier delle accuse contro di lui, che
consistono quasi interamente di quattro confessioni che egli ha firmato nei due
mesi di carcere. Abed dice che e' stato tenuto sveglio per un centinaio
d'ore, e minacciato che sua moglie, partoriente, sarebbe stata imprigionata, i
suoi figli sarebbero restati senza genitori e la sua casa demolita.
Shamai chiede che la corte gli conceda qualche giorno per leggere il materiale e
programmare un'udienza preliminare per discutere se Abed debba essere tenuto in
prigione. Il "giudice" sgrana gli occhi su di lui con incredulità.
"Forse lei vuole conferire con altri avvocati che hanno maggiore esperienza
in questo tribunale", lo avvisa. La corte, spiega parafrasando
inconsapevolmente un personaggio di una novella di Kafka, non rilascia mai dei
palestinesi accusati come Abed.
Shamai ricorda al giudice di seguire la legge israeliana, ed insiste sul suo diritto a cercare di convincere la corte che la richiesta dell'accusa di tenere Abed in carcere senza cauzione dovrebbe essere rifiutata. Forse, suggerisce, potrebbe scoprire che le accuse sono deboli, o trovare altre ragioni che ne giustifichino il rilascio. Il "giudice" e' seccato. Dapprima ordina che Abed sia arrestato senza cauzione. Shamai insiste, citando precedenti. Infine, permette una petizione scritta in cui si spiega perché dovrebbe tenersi un'udienza. Messa semplicemente, il "giudice" chiede alla difesa di spiegare perché la corte dovrebbe seguire un procedimento fondamentalmente giusto. Cosa c'e' di più fondamentale del diritto di un accusato a contestare le mozioni dell'accusa?
Mentre aspettiamo che Abed arrivi dalla prigione, seguo Shamai mentre cerca di rintracciare un ex cliente. Faruq (pseudonimo), che e' qui per presentare un'istanza all' "amministrazione civile", alloggia nella stessa base militare. Pochi giorni prima, Shamai ha trascorso ore al telefono cercando di ottenere un permesso speciale per la madre di Faruq, affinché possa recarsi ad Hertzlia per un consulto con uno specialista di cancro al seno. La mamma di Faruq ha aspettato al checkpoint di Nablus dalle otto di mattina alle sei di sera. Alla fine il permesso fu accordato, ma i soldati del checkpoint non si disturbarono a consegnarglielo. La donna perse le speranze di poter fare gli esami necessari. Faruq ci informa che, mentre parliamo, sua madre si sta sottoponendo ad una mastectomia a Nablus, forse non necessaria.
Trovare Faruq non e' semplice. I palestinesi che hanno problemi con l' "amministrazione civile" entrano nella base da un'entrata separata, in un recinto. Il cancello che conduce al recinto e' sigillato e l'ufficiale nella guardiola presso di esso lo apre dopo molte persuasioni da parte di Shamai. Ci mette in guardia, con l'attitudine di un guardiano dello zoo, che per noi e' pericoloso entrare in un recinto di palestinesi - potremmo essere rapiti.
Camminando, getto un'occhiata ad alcune dozzine di palestinesi venuti oggi ad affrontare la macchina della burocrazia israeliana, nella spesso inutile speranza di ottenere cose che, per persone libere, non meritano nemmeno di essere menzionate, come andare a far visita ad un amico nella città vicina, andare dal medico o a scuola, ma che per i palestinesi rappresentano una vittoria come portare a casa il latte di una leonessa.
I richiedenti aspettano il loro turno, in silenzio, turbati dal luogo opprimente: alcune panche, circondate da cemento armato da una parte e da filo spinato dall'altra; di fronte, un muro con una serie di finestre oscurate, munito di un sistema di intercom, attraverso cui comunicare con impiegati quasi disincarnati. Dunque sono queste le belve che fanno tremare di paura gli israeliani.
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Troviamo Faruq. Sta cercando di ottenere una spiegazione da parte dello Shabak sul fatto che gli viene rifiutata una carta magnetica. La sua richiesta viene respinta senza commenti. Shamai vuole rappresentare Faruq. L' ufficiale dell' "amministrazione civile" reagisce istericamente. Urla a Shamai di uscire immediatamente. Non parlerà con nessuno se non con lo stesso palestinese. La negazione del diritto alla rappresentanza legale e' solo uno degli strumenti nella cassetta degli attrezzi della repressione di Israele verso i palestinesi. |
Più
tardi, mentre usciamo dalla sala alla fine del "processo" ad Abed, un
soldato armato, forse uno degli impiegati, ci grida da dietro le grate:
"Qui c'e' una legge differente".
Oh, come e' vero!
traduzione a cura di www.arabcomint.com