"La guerra in Iraq e' un successo qualificato"
di Gabriel Ash

 

 

La guerra in Iraq e' stata disastrosa per gli iracheni ed e' una catastrofe finanziaria per gli americani, anche se ne risentiremo pienamente tra un anno. Può trasformarsi in un disastro globale. Ma, per le persone che l' hanno concepita, essa e', finora, un successo qualificato.
Per George Bush e Karl Rove, la guerra avrebbe trasformato il GOP nel "partito della sicurezza nazionale", avrebbe sepolto gli scandali corporativi e ampiamente aiutato le politiche economiche, avrebbe fatto considerare Bush un "presidente di guerra" e gli avrebbe assegnato le elezioni del 2004. Nonostante i primi tre obiettivi siano stati raggiunti, Bush può ancora perdere le elezioni. Se ciò accadesse - e ciò non e' affatto garantito - egli sarebbe tra i pochi veri perdenti.

Per l'industria della difesa che finanzia il GOP ed i neo-conservatori, il maggior beneficio della guerra e' l'aumento delle spese militari. Il budget della "difesa" si avvicina oggi ai 400 miliardi di dollari. Le reali spese militari sono molto maggiori - circa 700 miliardi quest'anno - se si include la "sicurezza nazionale" (ma se difendere la patria e' "sicurezza nazionale", allora la "difesa" cosa diavolo difende?), aiuti esteri, ricerche collegate agli armamenti, interessi pagati sul deficit nella costituzione dell'armamentario militare e, naturalmente, il costo reale della guerra (neanche questo incluso nel budget della "difesa").

I rapporti dei maggiori appaltatori della difesa, come ad esempio la Halliburton e la Betchel, mostrano che le due guerre di Bush hanno generato profitti da capogiro. Ancora più importanti, però, sono le previsioni a lungo termine. La guerra rende più semplice chiedere l'aumento del budget della "difesa". La "guerra al terrorismo" e' particolarmente utile, poiché e' infinita, spaventosa ed invincibile. L'aumento delle spese militari sta arricchendo la Boeing, la Lockeed Martin, la Northrop Grumman e dozzine di altri appaltatori, mentre i malati, gli anziani, i disoccupati e la maggioranza dei lavoratori stanno peggio.
Inoltre, l'allargamento militare genera richieste di accrescimento del numero delle forze armate. Più soldati significa giustificazione aggiuntiva per spese future ancora maggiori e maggiore peso politico per il complesso militare/industriale. Se anche Bush perdesse le elezioni, la tendenza ascendente delle spese militari e' garantita per ancora molto tempo, dal momento che il fatto che gli USA stiano affrontando crescenti "sfide" militari e' virtualmente accettato da tutti i politici - inclusi i molti candidati cosiddetti "anti-Bush" alla presidenza - e dai media principali (e ciò e' vero, ma bisognerebbe citare il piccolo particolare che tali "sfide" sono il risultato delle aggressioni USA all'estero e che potrebbero essere semplicemente sgonfiate riducendo il budget militare).

Un altro obiettivo degli architetti della guerra all'Iraq era quello di trasformare la politica estera USA da governo imperiale occulto - che operava attraverso mercati truccati ed istituzioni internazionali manipolate - a controllo diretto mediante intimidazione militare. Questo obiettivo e' stato ampiamente raggiunto. Inoltre, rovinando l'immagine degli USA e generando un'onda di animosità verso essi, i neo-conservatori hanno legato le mani delle amministrazioni future. Dato il basso livello di benevolenza verso gli USA, il prossimo presidente sarà costretto ad usare intimidazioni crescenti se non vorrà vedere naufragare l'influenza USA. Si noti, infatti, che persino Howard Dean supporta la permanenza in Iraq. Le dinamiche sono familiari al Vietnam: dal momento che la perdita di "credibilità" non e' un'opzione, gli USA saranno costretti a continuare ad usare la forza. Coloro che invocano un imperialismo più umano e gentile (come Brent Scowcroft o Zbigniew Brzezinsky) si trovano ad affrontare un mondo in cui questa opzione si e' severamente ristretta.

Un obiettivo collegato, quello di ridisegnare la cultura nazionale americana in modo che essa abbracci pienamente l' "impero" - cioè il governo mondiale tramite l'uso della forza - come "Destino Manifesto per l'America", non e' stato ancora completamente archiviato, ma vi sono grossi passi in questa direzione. Gli americani sventolano di più le bandiere ed odiano di più gli stranieri - gli arabi, i francesi etc. Un altro attacco terroristico costituirebbe il knock-out finale. Come molti già prevedevano, l'aggressione all'Iraq favorirà la crescita degli atti terroristici, non la loro diminuzione.

La guerra aveva anche l'intenzione di rappresentare un messaggio: gli USA faranno a pezzi tutti i regimi che gli disobbediranno. Questo messaggio e' certamente efficace con i regimi autoritari. Per i governi che intendono essere popolari (ad esempio, il Venezuela o il Brasile), tuttavia, il messaggio e' meno che persuasivo. Ma non c'e' nulla di nuovo né di incredibile nel fatto che i politicanti USA non si curino affatto dell'opinione popolare.

Gli "insiders" che hanno evocato e pianificato l'invasione dell'Iraq sono fervidi sostenitori di Israele. Uno dei desideri più impetuosi era quello di aiutare Israele a schiacciare la resistenza palestinese. Il colonnello Karen Kwiatkowski,, che ha lavorato al Pentagono nella pianificazione e nella "commercializzazione" della guerra in Iraq, ha commentato l'esperienza di aver avuto come superiore  il neo-con Douglas Feith, il numero 3 del Pentagono: "Quello che mi sembrava fuori luogo era l'orientamento apertamente filo-israeliano ed anti-arabo di uno staff politico chiaramente apolitico entro il Pentagono".

E l'invasione ha davvero aiutato Israele in molti modi:

Primo, la politica aggressiva degli USA li spinge verso una più stretta cooperazione con Israele a tutti i livelli - diplomatico, d'intelligence, tattico/tecnologico e persino in materia di rafforzamento delle leggi interne. La piena trasformazione della politica estera USA in una sorta di pirateria che disprezza la legge ed i trattati internazionali, supera tutti i limiti nell'uso della forza ed assegna poca importanza alla diplomazia, spinge gli USA direttamente tra le braccia di Israele. Israele ha sempre giustificato il suo isolamento diplomatico asserendo che la legge internazionale e' inapplicabile alla realtà mediorientale.

Gli USA si trovano ora nella stessa barca. L'impopolare ed illegittima occupazione dell'Iraq crea un grande senso di complicità con Israele a tutti i livelli, dal Dipartimento di Stato che cerca di evitare ad Israele di incappare nelle maglie della Corte Internazionale di Giustizia, ai comandanti dell'esercito che ne copiano le tattiche, quali quella di circondare le città ostili con filo spinato. Israele e' il maggior beneficiario della "israelizzazione" della dottrina della Difesa USA, delle leggi interne (incluse quelle sul trattamento degli immigrati), della politica estera e delle tattiche militari, così come della crescita del sentimento pubblico anti-arabo.

Secondo, la guerra in Iraq ha distrutto l'integrità di un paese arabo grande e potenzialmente ricchissimo. La presenza dei soldati USA in Iraq minaccia inoltre la Siria e l'Iran, gli ultimi due paesi ad opporsi all'egemonia regionale israeliana. La prospettiva di uno stato dominato dagli shi'iti in Iraq e' un pericolo per Israele. Se il risultato finale della guerra sarà un Iraq unito e democratico o, meno verosimilmente, una teocrazia shi'ita, la guerra si sarà dimostrata fallimentare per Israele. Ma se, come sembra più verosimile, l'Iraq dovesse discendere nell'inferno della guerra civile e dovesse frantumarsi, Israele ne ricaverà molti benefici, come già ne ricavò dalla guerra civile in Libano.

Terzo, la guerra ha ridotto l'attenzione dei media verso le operazioni israeliane nei territori palestinesi, dove prosegue una pulizia etnica strisciante attraverso gli o9micidi, l'isolamento, la distruzione dell'agricoltura, del commercio, delle case, delle infrastrutture e di ogni aspetto della vita umana. 

Un altro obiettivo della guerra era quello di trasformare l'Iraq in un protettorato americano che sostituisse l'Arabia Saudita come rifornitore di petrolio e come base d'accesso per gli USA all'Asia del sud. Collegata a ciò, era l'idea di porre le corporazioni USA al controllo della produzione petrolifera dell'Iraq, apparentemente attraverso la "privatizzazione". Per poter funzionare, questo piano dipendeva dalla creazione di una "democrazia" stabile ma falsa in Iraq, governata in realtà da interessi stranieri ma che godeva di una sorta di legittimizzazione elettorale. Mentre vi sono poche chances che ciò accada, gli USA possono però disporre di basi militari permanenti attraverso cui controllare il petrolio iracheno. L'Iraq dovrà trasformarsi in un regime repressivo filo-occidentale simile a quello dello Shah in Iran. Tale regime inviterebbe effettivamente gli USA a restare. Obiettivo davvero grosso. Il potere della resistenza sunnita e la recente esibizione di muscoli politici da parte dell'Ayatollah al-Sistani rendono ancora meno verosimile il successo del Pentagono. Ma gli USA possono ancora ottenere delle concessioni.

Dunque, sì, la guerra non e' andata secondo i piani. Gli USA si trovano invischiati nella palude irachena. Potrebbero essere costretti ad andarsene, o potrebbero restare grazie a circostanze sempre più aspre. Potrebbe svilupparsi una guerra civile. Il supporto verso Bush sta affondando. Ma e' pericoloso, per i critici, crogiolarsi troppo in  piacevolezze del tipo "lo avevamo previsto". Se vogliamo invertire la nostra discesa verso una guerra infinita, e' necessario capire in che modo e fino a che punto la guerra "sta funzionando", almeno per alcuni.

 

Gabriel Ash e' nato in Romania e cresciuto in Israele. Scrive articoli impassibilmente "pes-timisti" perché ritiene che, a volte, la penna sia più potente della spada, e a volte no. Vive negli Stati Uniti.
L'articolo e' apparso su YellowTimes.org

traduzione a cura di www.arabcomint.com