UNA CRONACA DI TOMBE VUOTE

di Juliano Mer - Khamis

 

E' molto difficile scrivere quando sai che le tue parole potrebbero essere lette da coloro che hanno perso i loro cari. Ma e' ancora piu' difficile rimanere zitti. Non voglio scrivere i miei sentimenti di residente in una cittą, ne' come ebreo ne' come arabo. So che i giornali hanno i loro commentatori "autorizzati" sugli affari arabi, sulla coesistenza (che non c'e' mai stata), sul "profondo shock", sull'odio, sulla conciliazione (specie di quella mercantile), e, naturalmente, sulla sicurezza.

Voglio raccontare invece la storia di Ashraf. Queste non sono parole di rimpianto ne' di accusa. Questo e' un monologo su una morte annunciata. Questa e' una cruda realtą, la statistica del futuro o, come la chiamava Ashraf, una "cronaca di tombe vuote".

Ashraf nacque nel 1979, tra le grinfie dell'occupazione. Voleva diventare attore. Ci incontrammo nel 1988 nel campo profughi di Jenin, dove io recitavo, insieme a Orna Imi, per i "Bambini delle Pietre".

Ashraf desiderava anche scrivere una commedia. Un bambino intelligente, non inibito dall'oppressione, che amava sognare. Di mattina tirava pietre ai soldati e di notte memorizzava i testi di una commedia che rappresentavamo al campo. A quel tempo, aveva solo nove anni.

Suo fratello era stato imprigionato in un carcere israeliano per il suo ruolo nella prima intifada. Sua madre ci offri' il tetto di casa per le prove. Suo padre odiava i checkpoints. La sua sorellina sedeva sempre in un angolo, spaventata ed estranea, guardandoci con occhi grandi.

Ashraf fu arrestato e picchiato dalla polizia di frontiera. Per lungo tempo dopo il suo rilascio, continuo' a mostrare con orgoglio la sua mano ferita. Suo padre fu licenziato, e Ashraf comincio' a cercare un lavoro per sostenere la famiglia. Le prove continuarono senza di lui. I suoi amici dissero che, ormai, lo vedevano solo di notte, sempre di fretta e con poche parole da dire.

Ci incontrammo di nuovo nel 1992, quando aveva tredici anni. I suoi discorsi erano fluidi e affascinanti. Voleva essere uno "shahid", un martire. I suoi amici lo prendevano in giro. I genitori la consideravano una frivolezza da adolescente. Ma lui si manteneva saldo sulla terra. La sua sorellina, che non parlava piu' da quando i soldati avevano fatto irruzione in casa per arrestare il fratello maggiore, si aggrappava ai suoi calzoni come a volerlo trattenere. L'amore per lui era la prova della giustizia che emava da lui e della forza del suo spirito. Ashraf voleva vendicarsi dell'ingiustizia. Il fervore delle sue parole incatenavano a lui chiunque fosse intorno.

L'intifada era all'apice. E poi accadde. Suo fratello fu condannato ad otto anni di carcere da un tribunale militare. La loro casa fu fatta saltare in aria con la dinamite dall'esercito di occupazione e poi demolita. Ashraf pianse. Ricordo che le sue lacrime furono documentate da tutte le telecamere delle televisioni estere. "Preferisco morire in piedi, piuttosto che vivere in ginocchio", disse.

Ashraf non mori'. Gli accordi di Oslo furono la causa di una festa a cui tutti furono invitati. Lui era vestito come uno sposo. Un eroe locale. Un vincitore. La sua famiglia si era trasferita a casa di uno zio. Jenin e l'adiacente campo profughi furono inclusi nell'Area A. Ashraf cerco' un lavoro.

Lo incontrai durante una delle mie visite al mercato di Jenin. Questa volta era vestito con un'uniforme della polizia. Non gli nascosi il mio disappunto e gli ricordai che "il potere corrompe", come ci viene ripetuto spesso.

In una conversazione telefonica, molti mesi dopo, mi disse che aveva lasciato la polizia poiche', in effetti, nulla era cambiato per i palestinesi, e lui non aveva intenzione di partecipare alla "cospirazione", cosi' ormai definiva gli accordi di Oslo.

"Siamo diventati la forza dispiegata per proteggere Israele ed i suoi coloni", disse. "Hanno espropriato la terra di mio nonno per espandere l'insediamento sopra Jenin, e, come polizia palestinese, ci e' stato detto che dobbiamo proteggere i coloni israeliani. In ogni metro di territorio c'e' un confine. Io lavoro nell'Area C, mi sposto nell'Area B e vado a dormire nell'Area A: come una vacca che torna nella stalla dopo aver pascolato. Questa e' una doppia occupazione". Aveva urlato con rabbia queste ultime parole.

La tensione cresceva in tutti i Territori. Otto anni di "Oslo". Otto anni di occupazione diretta ed indiretta. I territori divisi in cantoni. Checkpoints ed umiliazioni ovunque. Il numero dei coloni moltiplicato. Terre espropriate. Autostrade by-pass che percorrono la Cisgiordania in lungo e in largo, sfigurandola. "Ci hanno ingannato", mi disse Ashraf al telefono. Lo invitai a visitarmi ad Haifa. Non venne mai. Sharon, invece, passeggio' a Gerusalemme. E fu intifada ancora. I Territori furono "sigillati", Ashraf divenne militante.

Tornai a Jenin all'apice dell'intifada dell'Aqsa. Le strade attorno alla citta' erano state demolite per impedire il passaggio delle automobili. I militari avevano distrutto la rete elettrica ed agraria. I campi giacevano incolti. Riuscii ad entrare a Jenin con l'aiuto di un amico di un villaggio vicino. La mamma di Ashraf mi apri' la porta e, al solito, mi invito' in fretta ad entrare. Avevo paura. L'atmosfera era tesa, Paralizzante. La mamma mi parlo' dei feriti e degli arrestati, non dei morti. "Ashraf e' andato a combattere", mi disse in un soffio. Durante tutte le visite precedenti, mi ero sempre sentito come a casa mia. Questa volta era diverso. I miei ospiti, che avvertivano il mio imbarazzo, non mi risparmiarono la rabbia e l'avvilimento verso l'occupazione, che in quel momento io rappresentavo. Erano umiliati, affamati, tristi e disperati. Offrii il mio aiuto, che fu subito rifiutato. Ci lasciammo.

Ashraf si fece esplodere nel sud del paese. Il suo corpo non ebbe mai sepoltura.

Le sue parole: "Preferisco morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio", ancora rimbombano nella mia anima.

 

traduzione a cura di www.arabcomint.com