Una studentessa d'inglese che si
aggrappava al velo
di James Bennett - The New York Times
| La 47enne madre di Hiba fa scorrere una corda con un secchio d'acciaio in una cisterna d'acqua. "Se lo avessi saputo, Hiba, ti avrei legata a me con questa corda". |
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Per gli amici ed i
familiari, Hiba Daraghmeh era una innovatrice sicura di
se'. Alla decima classe aveva cominciato a velarsi, eccetto gli occhi, rivendicando una rara devozione religiosa. Aveva rinunciato a due proposte di matrimonio, dice suo padre, perche' voleva continuare i suoi studi e terminare un dottorato in Inglese. Il 19 maggio si e' lasciata esplodere fuori un centro commerciale ad Afula, uccidendo una guardia di sicurezza al suo primo giorno di lavoro, un arabo israeliano che si recava all'Universita' ed un ebreo israeliano. Molti di piu' i feriti. Alle ore 19, vestita come una donna israeliana, in jeans e T-shirt, era divenuta la prima donna palestinese a farsi esplodere per conto di un gruppo islamico, il Jihad Islami, che ha mostrato il suo volto su di un poster rivendicando la responsabilita' dell'attacco. E, con questo, cade un'altra barriera in un fenomeno che sta penetrando profondamente entro la societa' palestinese dopo 32 mesi di rivolta. |
Altre quattro donne palestinesi
si sono fatte esplodere: la prima fu Wafa Idris, una dottoressa
28enne che salto' in aria a Gerusalemme, nel gennaio 2002,
uccidendo se' stessa ed un vecchio 81enne. Tutte agivano per
conto delle Brigate dei Martiri dell'Aqsa, un gruppo secolare
legato alla principale fazione di Fatah.
"Si tratta della prima volta in cui un'azione rivendicata da
un gruppo che ha l'Islam nel suo nome e che afferma di agire
secondo il codice islamico di comportamento ha per protagonista
una donna", afferma Martin Kramer, un esperto di Islam e di
politica araba. Tradizionalmente, i leaders islamici ritengono
che una donna non debba compiere questo tipo di operazioni.
Il fatto che una ragazza devota
sia divenuta kamikaze non e' causa di costernazione, qui. "Ci
sentiamo fieri di lei", afferma una studentessa 19enne dell'Universita'
di al-Quds, che si presenta con il nome di Jumama.
"Gente piu' anziana e piu' importante non e' capace di
prendere una decisione del genere", continua, tenendo tra le
mani un quaderno a spirale con tanti fiorellini sulla copertina.
"Ci vuole coraggio".
Dopo l'attacco, la fabbrica del
mito inizia non appena le ambulanze si precipitano sulla scena. I
come ed i perche' si mescolano a storie e ricordi a volte
conflittuali di parenti ed amici, in grado talvolta di spiegare
come mai la loro amata abbia deciso di diventare una "martire
volontaria".
Suo padre, Azim Daraghmeh, racconta che, un anno fa, Israele
impose il coprifuoco a Tubas ma fece un'eccezione straordinaria
per gli studenti che dovevano dare gli esami. Hiba, velata,
camminava con alcune studentesse quando i soldati la fermarono e
le chiesero di vedere il volto. "Le amiche la imploravano",
dice, "cosi' lei tolse il velo. Loro la videro. Lei cadde
sulle ginocchia e comincio' a piangere". Ma, continua,
nonostante l'incidente, la sua vita continuo' come sempre. "Tutti
i suoi bisogni venivano soddisfatti", ricorda. "Era
brava a scuola e viveva con la sua famiglia".
Sua madre, Fatmeh, racconta che Hiba raccolse per lei foglie di
vite da riempire di riso il giorno prima di sparire, alle 12 e 30
di quel lunedi pomeriggio, velata e vestita in maniera
conservatrice, come al solito.
Dopo l'attacco ad Afula, Yussef al-Qaradawi, un eminente scolaro islamico con base in Qatar, ha emanato una fatwa secondo cui "le donne in Palestina che decidono di compiere queste operazioni sono martiri e possono mostrare il loro volto anche se normalmente velate, poiche' vanno a morire per la causa di Dio".
Seduto sul patio in cemento
armato della sua casa diroccata, demolita da Israele dopo l'attacco,
Azim Daraghmeh, 50 anni, non risponde subito quando gli viene
chiesto cosa pensi dell'operazione condotta da sua figlia. "Non
posso dirlo", dice in un sussurro. "Sono certo che
credeva in quello che faceva".
La 47enne madre di Hiba fa scorrere una corda con un secchio d'acciaio
in una cisterna d'acqua. "Se lo avessi saputo, Hiba, ti
avrei legata a me con questa corda".
All'ombra di una vigna, il padre
di Hiba vaga con lo sguardo su un paesaggio di bellezza e
tranquillita'. Sorvola con gli occhi campi di zucchini e
fagiolini, un prato falciato ornato con balle di fieno, la citta'
di Tubas, appoggiata sulle colline della Cisgiordania, che si
dipingono di bruno dorato nel calore dell'inizio d'estate e nella
luce del tramonto del tardo pomeriggio.
Eppure il conflitto e' presente qui come ad Hebron e Nablus.
Nella hall principale dell'Universita' al-Quds, il cui numero di
iscritti sta crescendo a causa delle restrizioni imposte da
Israele che rendono irraggiungibili molte scuole di Jenin e
Nablus, e' esposta una lista che riporta i nomi delle 44 persone
di Tubas morte violentemente.
I due ultimi nomi, incluso quello di Hiba, che era nel suo
secondo semestre, non ancora sono stati aggiunti, dicono gli
studenti. Non c'era abbastanza spazio sul poster.
Tra le tante fotografie che, su di un poster, mostravano gli studenti, una era di Hiba, dicono le sue amiche. E' impossibile dirlo: il suo viso e' un flash di bianco, interamente coperto dal velo. Molti studenti ammettono che non era facile distinguerla da altre quattro-cinque ragazze velate del campus. Per le donne palestinesi, il velo integrale e' segno di una scelta di persone molto sicure di se', non di sottomissione, dice il dottor Kramer. "E' un'auto-affermazione politica", dice, "Le donne lo indossano per dichiararsi politicamente".
Hiba non mangiava nella caffetteria, dicono gli amici ed i parenti. Si nascondeva dietro la porta chiusa, oppure andava a casa di sua zia, cosi' che gli uomini non avrebbero visto il suo volto mentre mangiava. Era nota come un membro del "blocco islamico" di Hamas e di Jihad Islami, dicono gli studenti, ed aiutava il blocco ad organizzare esibizioni di posters e vignette politiche, a cui vendeva cassette di canzoni che chiamavano al jihad.
| Parlava spesso dell'amato
fratello maggiore, Bakr, incarcerato da Israele come
membro delle Brigate dei Martiri dell'Aqsa. Tawfiq Kilani,
26 anni, capo del Consiglio degli studenti, dice di
essere rimasto sconcertato dalla scelta di Hiba, poiche'
la famiglia Daraghmeh aveva gia' tanto sofferto. "Se
fosse stato qualcun altro, e non Hiba, sarebbe stato
diverso", sussurra. Ma il capo del movimento giovanile locale,
Raed Mallak, 28 anni, ne e' orgoglioso. Indica le
immagini dei combattenti palestinesi del college morti
nel conflitto appese ai muri dell'ufficio del consiglio
studentesco e dice: "Ora ne abbiamo quattro, non tre".
Uno studente ricorda che due settimane prima dell'attacco
Hiba aveva regalato i suoi libri, dicendo che doveva
trasferirsi in un' "universita' molto lontana".
Un'altra studentessa, anch'essa 19enne, ricorda che il
giorno prima dell'attacco, Hiba sembrava molto felice. |
"Gente piu' anziana e piu' importante non e' capace di prendere una decisione del genere", continua, tenendo tra le mani un quaderno a spirale con tanti fiorellini sulla copertina. "Ci vuole coraggio". |
traduzione
a cura di www.arabcomint.com
da "The New York Times", 30 maggio 2003