UN DOCUMENTARIO - VERITA' SUL MASSACRO DI MAZAR

un accanimento che ha dell'incredibile!

 

Un film documentario, Massacro a Mazar, del regista irlandese Jamie Doran, e' stato mostrato ad un pubblico selezionato in varie parti d'Europa la scorsa settimana, facendo sorgere numerose richieste di investigazioni internazionali per i crimini di guerra USA in Afghanistan.

Il film sostiene che le truppe americane collaborarono nella tortura e negli assassnii di migliaia di prigionieri di guerra Talebani nella citta' di Mazar ash-Sharif. Esso documenta gli eventi che seguirono la caduta di Kunduz, l'ultima roccaforte dei Talebani, il 21 novembre 2001.

Il documentario e' stato mostrato a Berlino dal gruppo parlamentare dei PDS ai membri del parlamento tedesco il 12 giugno scorso. Il giorno successivo e' stato mostrato ai deputati ed ai membri della stampa nella sede del Parlamento europeo di Strasburgo.

Dopo la proiezione, il parlamentare europeo francese Francis Wutrz ha detto che il suo gruppo chiedera' un dibattito urgente sulle questioni aperte dal documentario alla prossima sessione di luglio del Parlamento europeo. Altri deputati del Parlamento europeo hanno chiesto che una Commissione Internazionale della Croce Rossa conduca un'inchiesta indipendente sui fatti mostrati nel documentario.

L'avvocato Andrew McEntee, leader internazionale per la difesa dei diritti umani, presente alla proiezione berlinese, ha dichiarato che "e' chiara l'evidenza di gravi crimini di guerra commessi non solo secondo la legge internazionale, ma anche secondo la legge degli stessi Stati Uniti". Anche McEntee ha chiesto un'inchiesta indipendente sui fatti di Mazar. "Nessun sistema di giustizia funzionante puo' deliberatamente decidere di ignorare questi fatti", ha dichiarato.

Il giorno dopo la proiezione del film al Parlamento europeo, il Pentagono ha emesso un comunicato in cui nega le accuse di complicita' statunitensi nelle torture ed assassinii di prigionieri di guerra in Afghanistan, ed anche il Dipartimento di Stato ha formalmente negato le accuse.

Doran, un regista indipendente vincitore di numerosi premi, ed i cui documentari sono visti in 35 paesi, ha detto di aver deciso di realizzare una rapida documentazione dei crimini di guerra perche' temeva che le forze afghane stessero per occultare le prove degli assassinii di massa. "E' assolutamente essenziale che il sito delle fosse comuni sia protetto", ha dichiarato Doran alla stampa internazionale convenuta a Strasburgo, "perche', altrimenti, le prove scompariranno". L'appello del regista e' stato raccolto dal gruppo di Boston dei Medici per i Diritti Umani, i quali hanno emesso, lo scorso 14 giugno, un comunicato in cui chiedono che siano fatti tutti i passi necessari per proteggere da eventuali manipolazioni la fossa comune in cui giacciono le vittime di Mazar ash-Sharif.

Alla fine dell'anno scorso, Doran realizzo' un cortometraggio all'indomani del massacro di centinaia di prigionieri Talebani catturati dopo la conquista della fortezza di Qala-i-Janghi di Mazar. Il suo filmato, che mostrava i prigionieri uccisi con le mani legate, suscito' critiche internazionali per la condotta delle forze speciali americane e dei loro alleati dell'Alleanza del Nord.

Il nuovo documentario di Doran include interviste con testimoni oculari delle torture e dell'assassinio di circa 3000 prigionieri di guerra afghani. Contiene inoltre scene del luogo desertico dove il massacro ebbe luogo. Crani, abiti e arti fuoriescono dalle montagne di sabbia, a piu' di sei mesi dall'evento.

Il film ha ricevuto ampia copertura da parte della stampa europea, con articoli nei maggiori giornali (Le Monde, Suddeutsche Zeitung, Die Welt), e Jamie Doran ha rilasciato interviste alle due maggiori compagnie televisive tedesche.
Al contrario, esso e' stato virtualmente bloccato dai media americani. Il film non e' stato mai citato dai maggiori quotidiani d'oltreoceano ed e' stato allo stesso modo soppresso dai maggiori net-works e canali satellitari americani.
Nel corso dei 20 minuti del documentario, un reporter berlinese aconta di aver visto numerosi testimoni oculari che dichiarano che le forze statunitensi parteciparono all'assalto armato ed all'assassinio di centinaia di prigionieri Talebani nella fortezza di Qala-i-Janghi. Dunque, secondo i testimoni, gli americani sono complici nel massacro di almeno 3000 prigionieri, degli 8000 che si arresero dopo la battaglia di Kunduz.

Il regista ha affermato che tutti i testimoni sono disposti a testimoniare personalmente di fronte ad un tribunale internazionale che investighi sugli eventi che si verificarono in Afghanistan a fine novembre 2001.

Le atrocita' all'interno della fortezza sono confermate dal capo della Croce Rossa nella regione, Simon Brookes, che visito' il luogo poco dopo il massacro. Egi ricorda di aver perlustrato l'area, e di essersi imbattuto in numerosi cadaveri con i visi ancora contratti nell'agonia.
Il giovane talebano americano John Walker Lindh era uno degli 86 sopravvissuti che riuscirono a scampare all'eccidio nascondendosi nei cunicoli sotterranei della fortezza. Nella scena piu' "forte" del documentario, si assiste alle riprese vere, effettuate segretamente, dell'interrogatorio di Lindh. Il giovane e' inginocchiato nel deserto, di fronte ad una lunga fila di afghani legati, ed alcuni ufficiali della CIA lo interrogano. Uno di questi dice: "Il problema e' che deve decidere se vivere o morire. Se non vuole morire qui, vi morira' lo stesso, perche' noi lo lasceremo qui e trascorrera' in carcere il resto della sua vita".

"Massacro a Mazar", dopo di cio', descrive il trattamento riservato ad altri prigionieri di guerra, 3000 dei quali furono trasportati in una prigione nella citta' di Shibarghan.
Nella citta' furono trasportati via mare, stipati in containers chiusi, senza ventilazione. Alcuni camionisti locali ebbero l'ordine di trasportare 200-300 prigionieri in ogni container. Uno dei camionisti coinvolti rivela di aver visto personalmente morire tra i 150 ed i 160 prigionieri nel corso di ogni viaggio.

Un soldato afghano che accompagnava il convoglio rivela inoltre che gli fu ordinato da un comandante americano di sparare verso i containers per forarli e lasciar passare aria, nonostante sapesse che qualcuno all'interno sarebbe rimasto ucciso. Un tassista afghano dichiara di aver visto del sangue scorrere da uno dei container.

Un altro testimone dichiara che molti degli arrestati non erano combattenti, ma il loro trattamento era causato dal "crimine" di parlare Pashto", il dialetto dei Talebani.
Soldati afghani testimoniano che, appena arrivati al campo di detenzione di Ahibarghan, i sopravvissuti erano sottoposti a torture ed assassnii indiscriminati da parte delle truppe americane.
Uno di essi dichiara di essere stato testimone oculare dello spezzamento del collo da parte di un soldato americano ad un prigioniero. "Gli americani potevano fare tutto. Noi non avevamo nessun potere per fermarli".
Un altro soldato afghano testimonia di aver visto molti orecchi tagliati durante gli "sbarbamenti forzati" dei prigionieri talebani.

Un testimone rivela che, per evitare riprese dal satellite, un ufficiale americano chiese ai camionisti di scaricare i loro containers, pieni di cadaveri e di prigionieri ancora in vita, nel deserto, e di seppellirli in una fossa. Due dei camionisti afghani testimoniano di aver assistito al seppellimento di centinaia di prigionieri nel deserto.

Secondo uno dei guidatori, mentre 30-40 soldati americani stavano nei pressi, i prigionieri ancora in vita venivano sparati e lasciati nel deserto a diventare cibo per cani randagi. La scena finale mostra un panorama lunare di ossa, crani e brandelli di abiti scoloriti dalla luce del deserto.

da BBC World
tradotto a cura di
www.arabcomint.com