UN NUOVO CORSO IN PALESTINA
EDWARD W. SAID - The Nation, Feb. 4, 2002
Dopo 16 mesi, l'Intifada palestinese ha poco da dimostrare a se' stessa politicamente, nonostante la forza sorprendente di un popolo occupato militarmente, poveramente armato, poveramente guidato ed ancora espoliato, ma che ha osato sfidare la spietata vendetta della macchina da guerra israeliana.
Negli Stati Uniti il governo, e con un pugno di eccezioni, i media indipendenti sono l'uno eco degli altri nel parlare di violenza e terrorismo palestinesi, senza porre alcuna attenzione alla ultratrentennale occupazione militare israeliana, la piu' lunga nella storia moderna. Come risultato di cio', la condanna ufficiale dell'Autorita' palestinese di Yasser Arafat da parte degli USA per "aver appoggiato e sponsorizzato il terrorismo", a partire dall'11 settembre, ha rafforzato freddamente la pretestuosa asserzione, da parte del governo Sharon, che Israele sia la vittima e i palestinesi gli aggressori in una guerra quarantennale che Israele ha condotto contro civili, proprieta' ed istituzioni senza clemenza o discriminazione.
Il risultato e' che, oggi, i palestinesi sono rinchiusi in 220 ghetti controllati dall'esercito, i carriarmati Merkava e gli elicotteri Apache forniti dagli USA abbattono la gente, le case, gli oliveti e i campi quotidianamente; le scuole e le universita' , i negozi e le istituzioni civili sono ridotti in pezzi, centinaia di civili innocenti sono stati uccisi e circa 20.000 feriti; gli assassinii di leaders palestinesi continuano; la disoccupazione e la poverta' hanno raggiunto la cifra record del 50% - e tutto cio' avviene mentre il Gen.Anthony Zinni rimprovera Arafat delle violenze palestinesi, quando Arafat stesso e' prigioniero dei tanks israeliani nel suo ufficio di Ramallah , e mentre cio' che resta delle sue forze di sicurezza cerca solo di sopravvivere alla distruzione degli uffici e delle baracche.
A peggiorare le cose sono arrivati alcuni attentati suicidi da parte degli islamisti, che hanno dato fiato alla propaganda israeliana ed attizzato la prontezza della sua macchina militare scatenata sui civili; il che ha causato un accenno di guerra civile tra i palestinesi, con i soldati di Arafat costretti ad aprire il fuoco sui dimostranti. Arafat cerca di soddisfare ogni richiesta di Sharon, anche quando questi fa di tutto per provocare incidenti sul campo o quando afferma - col sostegno degli USA - che non e' ancora soddisfatto, che Arafat rimane un terrorista irrilevante il cui scopo principale, nella vita, e' quello di ammazzare ebrei.
A fronte di questa serie ben studiata di brutali assalti verso i palestinesi , verso l'uomo che, nel bene o nel male, rimane il loro leader e verso la loro gia' umiliata esistenza nazionale - la risposta di Arafat a tutto cio' e' una pressante richiesta di ritornare ai negoziati, come se la trasparente campagna di Sharon contro anche la piu' remota possibilita' di intraprenderli non fosse in atto, e come se l'idea del processo di Oslo non fosse gia' evaporata del tutto. Quello che mi sorprende e' che, tranne un esiguo numero di israeliani (a cui recentemente si e' unito David Grossman), nessuno ha il coraggio di venire allo scoperto e di dire chiaro e tondo che i palestinesi sono perseguitati dagli israeliani.
Una visione piu' ravvicinata della realta' palestinese racconta, per molti versi, una storia piu' incoraggiante. Recenti sondaggi mostrano che Arafat ed i movimenti islamici si contendono tra il 40 ed il 45% delle simpatie popolari. Cio' significa che una maggioranza silenziosa di palestinesi non appoggia Arafat e gli accordi-burla di Oslo, ma neanche se la sente di abbandonarsi totalmente alla violenza invocata da alcuni gruppi. Come strategia ultima, ma totalmente discreditante, Arafat ha puntato sul Dott. Sari Nusseibah - un notabile di Gerusalemme, preside dell'Universita' Al-Quds - per introdurre il discorso che suggeriva che, se Israele fosse stato appena un po' piu' cortese, i palestinesi avrebbero rinunciato al loro diritto al ritorno.
In aggiunta a cio', un gruppetto di personalita' palestinesi vicine all'Autorita' di Arafat, ha cominciato a firmare accordi e ad andare in giro con attivisti dei diritti umani israeliani i quali non hanno nessun potere ed, in genere, appaiono inefficaci e fortemente screditati. Questi esercizi privi di spirito sono fatti per mostrare al mondo che i palestinesi vogliono la pace a qualsiasi prezzo, anche a costo di rassegnarsi all'occupazione militare.
Eppure, a molta distanza da tutto cio', sta emergendo lentamente una nuova forza nazionalista. E' presto per definirla partito o blocco, ma e' un gruppo visibile veramente indipendente e popolare. Di esso fanno parte il dottor Haidar Abdel Shafi ed il dottor Mustafa Barghuti (da non confondere con il suo lontano parente ed attuale leader dell'intifada, Marwan Barghuti), Ibrahim Dakkak, il professor Ziad Abu Amr, Mamduh al-Aker, Ahmad Harb, Ali Jarbawi, Fouad Mughrabi, i membri del consiglio legislativo signora Rawiya al-Shawa e Kamal Shirafi, gli scrittori Hassan Khadr e Mahmud Darwish, Raja Shehada, Rima Tarazi, Ghassan al-Khatib, Nasir Aruri, Elia Zureik ed il sottoscritto. A meta' dicembre scorso, abbiamo emanato un documento collettivo che e' stato pubblicizzato dai media europei ed arabi e che e' stato completamente ignorato da quelli americani, in cui chiedevamo l'unita' e la resistenza di tutto il popolo palestinese e la fine incondizionata dell'occupazione militare israeliana, mentre rimanevamo volutamente silenti circa il ritorno ad Oslo.
Noi riteniamo che negoziare il miglioramento delle condizioni di vita sotto occupazione significa prolungarla. La pace puo' venire solo DOPO la fine dell'occupazione. Il cuore della dichiarazione si focalizzava sulla necessita' di migliorare la situazione interna palestinese, prima di tutto per rafforzare la democrazia, rettificare il processo decisionale (che e' totalmente controllato da Arafat e dai suoi uomini), restaurare la sovranita' della legge e della magistratura indipendente, impedire l'uso illecito dei fondi pubblici e consolidare le funzioni delle istituzioni pubbliche. La richiesta finale e decisiva riguardava la necessita' di indire nuove elezioni parlamentari.
Comunque possa essere stata letta tale dichiarazione, il fatto che cosi' tanti eminenti indipendenti - appartenenti alla base delle organizzazioni lavorative e produttive nel campo della sanita', educativo, professionale - abbiano detto tali cose non e' inutile ne' per gli altri palestinesi ne' per i militari israeliani.
Inoltre, mentre l'Autorita' palestinese si affannava ad obbedire a Sharon e Bush mettendo in carcere islamisti sospetti, il Dottor Barghuti lanciava il Movimento Internazionale di Solidarieta' non-violento, comprendente 550 osservatori europei (molti di essi appartenenti al Parlamento europeo) giunti in Palestina a loro spese. Con essi un folto e ben disciplinato gruppo di giovani palestinesi che, nonostante manifestassero essi stessi insieme agli europei contro i militari israeliani e gli spostamenti dei coloni, impedivano il lancio di sassi e gli spari da parte palestinese.
Cio' spostava l'attenzione sia da Arafat che dai movimenti islamici, riversandola sull'occupazione israeliana. Tutto cio' avveniva nel momento stesso in cui gli Stati Uniti imponevano il veto alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU sull'invio di osservatori internazionali come forza di interposizione tra l'esercito israeliano ed i civili palestinesi indifesi.
Il primo risultato si ebbe il 2 gennaio, quando Barghuti, dopo una conferenza stampa tenuta a Gerusalemme est insieme a circa 20 europei, fu arrestato, detenuto e sottoposto ad interrogatorio per ben due volte, gli fu rotto il ginocchio col calcio del fucile e ferita la testa, col pretesto che stava disturbando la pace ed era illegalmente entrato in Gerusalemme (nonostante lui sia nato a Gerusalemme e vi abbia libero accesso in virtu' della sua professione di medico). Questo non ha impedito ne' a lui ne' ai suoi supporters di continuare la lotta non-violenta che, credo, riuscira' a tenere sotto controllo quest'intifada che scivola verso il confronto armato, e la indirizzera' verso la fine dell'occupazione e degli insediamenti, verso uno stato e la pace per il popolo palestinese. Israele ha piu' paura di un uomo come Barghuti, tranquillo, razionale e rispettabile che dei radicali islamici che Sharon adora rappresentare ( sbagliando volutamente) come la quintessenza della minaccia terroristica verso Israele. Tutto cio' che hanno potuto fare e' stato arrestarlo, il che e' tipico della politica fallimentare di Sharon.
Dunque, dove sono quei liberali israeliani ed americani cosi' rapidi a condannare le altrui violenze senza mai puntare il dito contro la stessa occupazione disgraziata e criminale? Io suggerisco loro seriamente di unirsi ad attivisti coraggiosi come Jeff Halper della Commissione israeliana contro la demolizione delle case e Luisa Morgantini, membro italiano del Parlamento europeo, alle barricate (letterali e figurate), fianco a fianco con la nuova iniziativa palestinese e di cominciare a protestare contro i militari israeliani ed i loro metodi che sono finanziati direttamente da coloro che pagano le tasse e dal loro silenzio comprato a caro prezzo.
I cosiddetti pacifisti che possono in realta' influenzare i militari israeliani, e che hanno sempre biasimato la mancanza di un movimento pacifista palestinese (ma da quando in qua un popolo militarmente occupato ha la responsabilita' della mobilitazione pacifista?), hanno il chiaro dovere politico di organizzarsi contro l'occupazione ADESSO, senza condizioni e senza ulteriori assurde richieste ai gia' espoliati palestinesi.
Alcuni l'hanno fatto. Un centinaio di riservisti israeliani hanno rifiutato di prestare servizio nei Territori occupati ed un piccolo ventaglio di giornalisti, attivisti, accademici e scrittori (inclusi Amira Hass, Gideon Levy, David Grossman, Yitzak Laor, Ilan Pappe', Danny Rabinowitz e Uri Avnery) hanno lanciato un attacco frontale contro la stupidita' criminale della campagna di Sharon contro il popolo palestinese. Idealmente, un coro simile dovrebbe esserci negli USA, dove, tranne un piccolissimo numero di voci ebraiche che ha reso pubblico il suo sentimento di oltraggio verso l'occupazione israeliana, c'e' troppa complicita' e copertura. La lobby ebraica ha avuto un temporaneo successo nell'identificare la crociata contro Bin Laden all'attacco inaudito e collettivo di Sharon contro Arafat ed il suo popolo. Sfortunatamente, la comunita' Arabo-Americana e' troppo piccola e troppo impegnata a cercare, almeno, di difendersi dal taglio delle liberta' civili operato da Ashcroft su base razziale.
Cio' che urge maggiormente, dunque, e' cercare di coordinare le varie anime della resistenza palestinese, di un popolo di cui la dispersione geografica (ancora piu' dei furti operati da Israele) rende difficile anche la mera esistenza. Mettere fine all'occupazione e a tutto cio' che essa comporta e' un imperativo abbastanza chiaro. Ora facciamolo.
traduzione a cura di www.arabcomint.com